Gli Italiani e la ricerca scientifica – Observa

L’Annuario Scienza Tecnologia e Società 2017, curato da Barbara Saracino di Observa Science in Society – il Centro di Ricerca indipendente che promuove la riflessione Scientifica e Accademica – fotografa, tra le altre cose, il rapporto tra il nostro paese e il lavoro dei dottorandi.

“L’Italia investe troppo poco in ricerca”, afferma l’85,6% degli intervistati. Una percentuale appena inferiore, l’81,4% del campione composto da 1002 individui, sostiene invece che la politica condizioni gli studi scientifici.

Numeri alla mano, e sono quelli dell’Istat pubblicati nel 2016, i dottorati italiani sono circa 11mila all’anno, di cui tremila costretti ad abbandonare il Belpaese. Scienze, matematica e informatica le discipline maggiormente spendibili all’estero.

Investire nel riportarli a casa, a far fruttare in Italia gli anni di studio e le competenze acquisite è una priorità per il 32,7% degli intervistati. Alla domanda “Qual è la cosa più importante da fare con i finanziamenti alla ricerca?”, infatti, richiamare i connazionali espatriati vince sull’investire più fondi ai bandi (25,7%).
Probabilmente, tuttavia, non sarebbe sufficiente far rientrare in Italia la conoscenza per trasformarla in valore aggiunto per il paese. Qualità delle strutture, impegno politico e opportunità sono il primo punto su cui lavorare. Ed è tutto da valutare l’interesse, da parte degli stessi ricercatori espatriati, di far ritorno nel paese di origine.
Altro aspetto interessante della ricerca di Observa è la risposta alla domanda “Chi dovrebbe decidere quali misure adottare e in quali aree di ricerca investire di più?” a cui il 32% degli intervistati ha risposto “Tutti i cittadini, perché gran parte della ricerca è finanziata dalle loro tasse”. Un ulteriore esempio del desiderio di disintermediazione, di svuotamento delle categorie sociali tradizionali a cui un tempo era delegato il potere decisionale. Che debba invece essere compito della comunità scientifica, “perché solo gli scienziati conoscono bene le priorità della ricerca”, resta sì l’opzione di risposta più scelta, ma con un vantaggio percentuale risicato (il 37,2%).

Gli investimenti in ricerca

Secondo l’OCSE, i Paesi che nel 2014 hanno investito di più nel settore ricerca e sviluppo (escludendo dall’indagine le spese per la Difesa militare) sono Corea, Israele e Giappone. La prima ha investito il 4,3% del Pil nazionale in questo campo. L’Italia, invece, impiega solo l’1,3% e si colloca al 29° posto nella classifica globale. Una situazione tuttavia in via di miglioramento rispetto agli anni precedenti.

Oltre la metà dei fondi italiani sono destinati alle imprese, per le quali nel 2013 si è puntato allo sviluppo sperimentale con un investimento di 4.737 milioni di euro.
Le università, alle quali è riservato poco più di un quarto del finanziamento statale, sono orientate prevalentemente ad una ricerca di base e solo il 10% delle risorse guarda alla sperimentazione. Sono 604 i milioni di euro investiti in questo campo e la strada rispetto agli investimenti per imprese e start up è ancora lunga, ma gli anni di crisi per le spese di funzionamento e attività istituzionali sembrano ormai essere alle spalle per gli atenei italiani. I rimanenti soldi pubblici vengono spartiti tra istituzioni pubbliche e istituzioni private no profit. Queste ultime hanno ricevuto, nel 2013, 36 milioni di euro complessivi per ricerca e sviluppo. Il trend è in linea con quello europeo: nell’Europa a 28 si spende infatti solo il 12,6% degli investimenti per la spesa pubblica, a fronte di un 63,2% per l’impresa.

In un Paese che non sembra voler investire molto nel proprio futuro, a supportare gli enti di ricerca italiani interviene il fondo europeo Horizon 2020. I quattro principali beneficiari nel 2016, secondo i dati riportati sul sito della Commissione Europea, sono stati il Consiglio Nazionale delle Ricerche, che ha ricevuto 96 milioni di euro, seguito dal Politecnico di Milano (57 milioni), l’ENEA – Agenzia Nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (48) e il Politecnico di Torino (27). Non è l’unico centro di ricerca del capoluogo piemontese a cui l’Europa guarda: 21 milioni di euro sono stati erogati anche al Centro ricerche Fiat.

E i cittadini italiani? Hanno la possibilità di contribuire donando il 5 per mille alle organizzazioni di ricerca scientifica o sanitaria. A ricevere il sostegno maggiore nel 2014 sono state l’Associazione italiana e la Fondazione piemontese impegnate nella ricerca sul cancro. La prima ha superato il milione e mezzo di scelte, per un totale di 66 milioni di euro. Un impegno per la ricerca medica confermato anche per tutte le associazioni a seguire: le donazioni lottano contro tumori e sclerosi multipla.

CAMILLA CUPELLI
MARCO GRITTI
MARTINA MEOLI
CORINNA MORI