Condannata la giornalista filippina Maria Ressa: rischia sei anni di carcere per diffamazione online

Maria Ressa, via Wikipedia

Una giornata drammatica, questo 15 giugno, non solo per i giornalisti ma per tutti. Così Rappler stamattina su Twitter.


La condanna di Maria Ressa a sei anni di carcere a Manila è infatti un precedente preoccupante in un periodo difficile a livello mondiale per la libertà di stampa, come evidenziato nella relazione annuale di Reporter Senza Frontieree. E la pandemia ha in qualche modo ulteriormente esacerbato la situazione. La giornalista è la fondatrice del sito di social news network creato nel 2012, che combina giornalismo professionale con modelli partecipativi, nel nostro Paese è conosciuta in particolare da quando ha partecipato, l’anno scorso, al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia. Nel 2018 è stata nominata Persona dell’Anno da Time Magazine.

Ressa è sempre stata critica verso gli abusi del presidente filippino Rodrigo Duterte. Come riporta Il Post, è stata arrestata varie volte in passato a causa delle sue inchieste, ma finora non era mai stata condannata. Nel febbraio del 2019 era stata arrestata e rilasciata su cauzione con l’accusa di diffamazione online, a causa di un’indagine giornalistica del 2012 in cui Rappler aveva raccontato del coinvolgimento di un ricco uomo d’affari, Wilfredo Keng, in un traffico di droga e di esseri umani, e dei suoi rapporti con un giudice che all’epoca era membro del più alto tribunale delle Filippine. È questo il caso che è costato la condanna odierna a lei e a un altro giornalista di Rappler, Reynaldo Santos Jr. I due sono stati liberati su cauzione in attesa del processo di appello.

Sabato, due giorni prima dell’atteso verdetto, Ressa aveva scherzato all’inizio di un’intervista su Anc: “In sostanza, se perdiamo la causa, sarebbe perché qualcuno in Rappler ha corretto un errore di battitura”. Il pezzo su Keng, del 2012, era infatti stato di nuovo pubblicato dopo due anni, con una correzione: da evation a evasion. In realtà fra un’uscita e l’altra è stata emanata una norma che punisce in modo più grave i crimini informatici, ed è proprio questa a essere stata applicata nella condanna.

Poi, un tweet con una citazione di Santa Teresa di Lisieux: “L’ho ben capito, la gioia non la troviamo negli oggetti che ci stanno intorno, bensì nel profondo dell’anima, possiamo averla in una prigione altrettanto bene che nel palazzo di un re”.

C’è chi nei giorni precedenti il verdetto ha messo a fuoco il punto in modo chiaro, come l’avvocata internazionale Amal Clooney, che in un articolo sul Washington Post, intitolato Un test sulla democrazia nelle Filippine, ha scritto: “Se Maria viene condannata e incarcerata per aver fatto il suo lavoro, il messaggio ad altri giornalisti e voci indipendenti è chiaro: Stai zitto, e se non lo farai sarai il prossimo“.

Il tema della legittimità del carcere per i giornalisti riconosciuti colpevoli di diffamazione è dibattuto anche in Italia: solo la scorsa settimana la Corte costituzionale, ha rinviato di un anno la decisione per dare il tempo al Parlamento di intervenire “con una nuova disciplina della materia”.

ADRIANA RICCOMAGNO

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