Difficile dire architetta: Anna Lisa Somma e il sessismo nella lingua italiana

Anna Lisa Somma, curatrice del volume

Architetta. Di certo non lo è la donna ritratta nella prima versione della grafica dell’app Immuni, che ha generato infinite polemiche: il ritratto con un bambino in fasce a fianco di quello di un uomo al computer non rispecchia la realtà degli anni ’20 del XXI secolo. Eppure gli stereotipi continuano a vivere, e non riguardano solo il genere femminile, come spiega Anna Lisa Somma, dottoranda in italianistica alla University of Birmingham, che, insieme a Gabriele Maestri, ha curato il libro Il sessismo nella lingua italiana. Trent’anni dopo Alma Sabatini (ed. Blonk).

Com’è nato il volume?
“Entrambi sentivamo il desiderio di riflettere sulla situazione del sessismo nella lingua e nella cultura italiana a tre decenni dalla scomparsa della linguista e attivista, autrice de Il sessismo nella lingua italiana per la Presidenza del Consiglio dei Ministri e Commissione nazionale per la Parità e le Pari Opportunità, nel 1987. Nel 2017 si è svolto a Modena un convegno sul tema, ed è rimasta attiva la pagina Facebook dedicata. La nostra idea era di tenere conto degli studi prodotti in Italia sul tema e di cercare di ampliare lo sguardo, oltre al sessismo, anche al contrasto al fenomeno”.

Cos’è cambiato in questi anni?
“Sono senz’altro stati compiuti dei passi in avanti dal punto di vista istituzionale e culturale. Si è sviluppata una maggiore sensibilità verso l’argomento ma dal punto di vista pratico rimane molto da fare, perché le basi stesse della cultura non hanno permesso grandi mutamenti”.

Dove si riscontrano le maggiori resistenze?
“Innanzitutto nel campo delle professioni: le donne hanno sicuramente conquistato maggiore terreno ma per le posizioni apicali rimane il cosiddetto soffitto di cristallo. In circolazione, come abbiamo riscontrato nei giorni scorsi, ci sono tante rappresentazioni stereotipate: quando si pensa a una donna spesso si tende a immaginare una mamma o una moglie anziché una professionista, ad esempio. Nella lingua questa situazione si riflette nei nomi professionalizzanti, dove resta una certa resistenza all’uso delle forme femminili soprattutto per incarichi di prestigio o lavori che richiedono un curriculum di studi, come architetta o ingegnera. Altri nomi, come sindaca, ministra, deputata, hanno trovato più spazio, grazie anche a figure come le prime cittadine di Torino e Roma Appendino e Raggi.
In altri ambiti la strada è più faticosa. Ma ci sono personalità o associazioni che portano avanti le battaglie: c’è un gruppo che si chiama RebelArchitette che si batte per l’uso di architetta e per un’equa visibilità e partecipazione alla professione da parte delle donne. Il tema del sessismo però non riguarda solo le donne: il vero problema è l’inclusività, il contrasto alle discriminazioni”.

È favorevole all’uso di segni come l’asterisco per ampliare il messaggio oltre un singolo genere?
“In generale l’asterisco e altre forme inclusive come @, u o x, stanno molto lentamente venendo sdoganate ma sono sempre accompagnate da polemiche. Ritengo che la lingua debba essere più inclusiva possibile e che si possano adoperare soluzioni diverse anche a seconda del contesto in cui ci si muove: ad esempio l’asterisco ha preso piede quando si parla di inclusività ma può creare problemi con la lettura automatica per i non vedenti. Altre soluzioni, come u o x, sono popolari solo in certi ambienti: il rischio è che siano meno comprensibili se usate al di fuori da questi gruppi”.

A che punto è l’ambito giornalistico?
“Sono stati fatti grandi passi avanti grazie anche ad associazioni come Giulia – Giornaliste Unite Libere Autonome e  ai corsi e alle iniziative promosse dagli Ordini dei giornalisti. La sensibilità in generale sta aumentando: funziona la promozione del linguaggio inclusivo in alcuni casi formale e altre volte informale, come in gruppi Facebook tipo La pubblicità sessista offende tutti“.

Ci sono aspetti su cui si deve ancora lavorare?
“Sulla violenza sulle donne e il femminicidio le narrazioni sono ancora da bonificare da molti punti di vista. Spesso la descrizione dei femminicidi vede l’autore descritto come in preda a un raptus, un innamorato folle e geloso che ha cercato disperatamente di recuperare un rapporto: è quasi come se la violenza fosse capitata per caso. Sarebbe opportuno affrontare questi temi sia nelle scuole che nelle università, perché è facendo formazione che si spinge avanti la sensibilità”.

In altre lingue la situazione è migliore?
“Nel Regno Unito, dove mi trovo, c’è maggiore attenzione verso l’inclusività, ma è anche vero che dal punto di vista linguistico ci sono più margini di manovra. Nella lingua inglese se si vuole uscire dal binarismo di genere, se si vuole non specificare il genere o non ci si identifica come uomo o donna, si può ricorrere al pronome they. In italiano ci sono soluzioni adottate magari da una ristretta minoranza, e che quindi hanno una visibilità piuttosto relativa. Spesso in Italia quando si parla di una persona trans non si sa come riferirsi a essa e si fa confusione: ci si riferisce a un’identità precedente quando ormai invece l’individuo si identifica con un’altra identità di genere. Ad esempio si dice Francesco, che poi ha deciso di chiamarsi Maria, è un ragazzo di 25 anni…. Il tema del sessismo oggi è quello di come raggiungere un’incisività che vada al di là dei poli maschile e femminile, per una lingua che sappia davvero abbracciare tutti e tutte”.

ADRIANA RICCOMAGNO

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