Così è cambiata la vita dei migranti a Torino

“Per superare questo momento dobbiamo riuscire a capire che si può stare insieme tra diversi”. A parlare è don Fredo Olivero, ex direttore della Pastorale Migranti di Torino. Da circa cinquant’anni si occupa di gestire e accompagnare gli stranieri che vivono nel capoluogo piemontese. Il coronavirus ha stravolto anche la loro vita.

Don Olivero, partiamo dai numeri. Quanti migranti ci sono a Torino?

I migranti regolari in città sono circa 123mila, 220 mila se contiamo quelli di tutta la provincia. A livello regionale invece sono intorno ai 430 mila. La gestione della salute migratoria della Regione Piemonte è seria, è fatta bene. Però ai regolari va aggiunto un 20% di irregolari, saranno almeno 50mila. È numero importante per cui la Regione non ha gli strumenti.

Com’è cambiata la vita per i migranti sul territorio torinese?

Per chi era irregolare non è cambiato molto, perché hanno sempre avuto problemi. Quando stavano male andavano al pronto soccorso, ma prima cercavano di passare dai centri che forniscono servizi di visite per tutti coloro che non hanno un medico di base. A Torino c’è una buona rete e ora i pronto soccorso non sono più un’alternativa così sicura: le persone si rivolgono direttamente a questi centri.

Per i migranti regolari invece?

Loro hanno trovato molte più difficoltà. In questo tempo di Covid molti permessi di soggiorno non sono stati rinnovati e alcuni per questo hanno perso il lavoro perché i datori non comprendono sempre che non è colpa loro ma della questura che in questo momento non riesce a rinnovarli. Spesso diventa la scusa giusta per mandarli a casa.

Non basta la sanatoria elaborata dal Governo?

È una legge nata non per risolvere il problema degli stranieri, ma per risolvere quelli degli italiani. Serviva una misura che tenesse conto che gli stranieri sono delle persone e non dei numeri a servizio dei settori italiani. Non abbiamo mai affrontato ad esempio il problema delle donne che abbandonano i loro figli per accudire i nostri vecchi, perché il lavoro che hanno nei loro paesi d’origine non basta per vivere.

Quali elementi incidono sul modo di affrontare la crisi sanitaria?

La vita degli stranieri è molto peggiorata in questo momento. Una delle ragioni principali è che lo straniero non ha la rete della famiglia allargata che abbiamo noi. La famiglia allargata è sempre nel paese d’origine. Spesso sono persone sole, solo chi è qui da una decina d’anni è riuscito a congiungersi con molte difficoltà. Ricongiungersi con un figlio adolescente, ad esempio, è un problema grave. Una ragazza che lascia radici e amici e viene qui c’è il rischio che scappi. Perché si aspettava una vita di benessere: spesso raggiungono un genitore che pensavano fosse ricco e invece l’hanno trovato povero. Circa il 20% degli studenti stranieri non ha accesso alla scuola online, non ha lo spazio o non può permettersi internet. Se riesce a seguire le lezioni online lo fa via smartphone, chi ce l’ha. Come si fa a fare scuola sul telefonino?

Nelle scorse settimane abbiamo assistito a una protesta di alcuni senza tetto: molti stranieri, per giorni davanti al palazzo del Comune di Torino dopo esser stati mandati via dal dormitorio in Piazza d’Armi. Che soluzioni sono state trovate per loro?

Il Comune ha dato la possibilità di accedere ad una struttura dove sono sono attualmente. Ma queste non sono soluzioni. Sono tamponi. La città da sola non è capace a trovare soluzioni. Ogni anno i dormitori chiudono e mandano via le persone. La gente va in strada, gli zingari nei camper e gli altri dove possono. È la storia di questa città che si è dimenticata della sua fragilità. Non ci sono soluzioni permanenti o a lungo termine. Non è la stessa città che negli anni 80-90 cercava soluzioni vere. Oggi ci sono solo tamponi.

Lei che ha visto questa città cambiare sotto i suoi occhi, ritiene che questa crisi sia diversa da quelle del passato?

Sì io direi che c’è una caratteristica nuova rispetto al passato: nessuno è immune. Mentre le altre crisi erano più legate al lavoro al reddito, questa non solo, e per questo è imprevedibile. Dall’oggi al domani puoi rischiare di perdere la vita, che tu sia ricco o povero. Ma per chi ha già tante incertezze questo rischio ha portato a fare crescere il disorientamento, in mezzo a un mondo che guarda tutti, in particolare i diversi, con sospetto.

ROBERTA LANCELLOTTI

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