Minneapolis: George Floyd, altra vittima afroamericana per arresto violento

NYC action in solidarity with Ferguson. Mo, encouraging a boycott of Black Friday Consumerism.

“Non riesco a respirare, non riesco a respirare”. Sono state le ultime parole di George Floyd, un afroamericano di 46 anni proveniente da Houston che lo scorso lunedì è morto a Minneapolis, in Minnesota, dopo che un poliziotto gli ha tenuto il ginocchio premuto sul collo per alcuni minuti. L’uomo lavorava come buttafuori in un ristorante chiuso da marzo a causa del lockdown. Per questo stava cercando un nuovo lavoro in attesa della riapertura. Era stato fermato verso le otto di sera di lunedì 25 maggio da due agenti dopo una segnalazione, l’ufficiale Derek Chauvin e il collega Tou Thao, mentre, secondo una nota successiva della polizia, appariva sotto gli effetti di sostanze stupefacenti. La segnalazione sarebbe arrivata dal proprietario di un negozio vicino alla zona dell’arresto, che avrebbe denunciato l’utilizzo di banconote false. Sempre secondo la polizia, Floyd avrebbe opposto resistenza all’arresto, quando l’ufficiale Chauvin lo blocca a terra premendogli con forza il ginocchio all’altezza del collo. Questa scena, girata dallo smartphone di uno dei passanti, è diventata virale sui social media e smentisce in parte la ricostruzione degli agenti.

Nonostante a un certo punto Floyd non si muova più e sembri aver perso conoscenza, l’agente non toglie il ginocchio: si vedono e si sentono alcune persone intervenire per chiedere al poliziotto di smetterla, di controllargli il polso per capire se è ancora vivo, con il naso che comincia a sanguinare. Dopo vari minuti in cui l’uomo è a terra, i suoi occhi si chiudono e rimane lì immobile. In quel momento il collega Tou Thao avverte un’ambulanza, non riuscendo più a monitorare le condizioni di Floyd. L’ufficiale si alza solo quando arriva il veicolo e il corpo di George Floyd viene caricato sulla barella. Ma nonostante l’intervento dei paramedici del 911, Floyd non ce l’ha fatta ed è morto.

Le reazioni non sono tardate ad arrivare. Dal lato istituzionale, il sindaco di Minneapolis Jacob Frey, 38 anni, eletto con il Partito democratico, ha detto che i poliziotti sono stati licenziati  e ha aggiunto: “Quello che abbiamo visto è sbagliato a ogni livello, essere nero negli Stati Uniti non dovrebbe essere una sentenza di morte”. Frey ha aggiunto che “la tecnica usata dall’agente Chauvin viola le regole della polizia”. Dopo poche ore sono arrivati i messaggi del presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump e quello del candidato democratico Joseph Biden, a rimarcare la spiacevolezza dell’evento.

Si sono invece riversati in strada gli attivisti per i diritti degli afroamericani con manifestazioni contro la violenza della polizia che proseguono da due giorni e sono state per lo più pacifiche. Nella notte di mercoledì ci sono stati però episodi di rabbia e violenza: un negozio è stato saccheggiato e un altro incendiato. Entrambi si trovavano vicino alla stazione di polizia dove lavoravano gli agenti licenziati. La polizia ha reagito sparando gas lacrimogeni. Non è ancora chiaro se ci siano stati degli arresti o se qualche manifestante sia stato ferito.

Le minacce però hanno colpito anche l’abitazione dell’agente Chauvin, dopo le accuse di omicidio e alcuni avvenimenti del passato che sembrano poter indicare un atteggiamento recidivo. L’agente 44enne in servizio da quasi vent’anni per il distretto di polizia di Minneapolis, aveva già ricevuto in passato 10 denunce dall’ufficio per la condotta della polizia ed era rientrato in tre casi di sparatoria. La più importante nel 2006, dove insieme ad altri sei agenti ferirono a morte Wayne Reyes, un uomo accusato di aver accoltellato la fidanzata. L’agente Tou Thao invece avrebbe patteggiato una sanzione di 25mila dollari per uso eccessivo della forza tre anni fa.

Graffiti esposti nel cortile di casa dell’ufficiale Chauvin

La vicenda di Floyd potrebbe riportare sotto i riflettori il movimento Black Lives Matter, nato nel 2013 dopo l’omicidio di Trayvon Martin. Il movimento, che era stato al centro del dibattito politico durante la presidenza Obama, negli ultimi anni ha trovato sempre meno spazio, anche se gli episodi razziali continuano ad esserci e gli omicidi della polizia non sono calati nell’ordine numerico.

Tra i primi a schierarsi a fianco della vittima sono stati anche gli sportivi americani, su tutti i campioni della Nba. L’ex stella dei Golden State Warriors Stephen Jackson era un amico di infanzia di Floyd e ha voluto ricordarlo sui social: ”Tutti sanno che ci chiamavamo l’un l’altro ‘Gemello’. Era andato in Minnesota per cambiare la sua vita guidando camion, gli avevo mandato due o tre scatole di vestiti, stava facendo la cosa giusta. E voi avete ucciso mio fratello. Ora andrò a Minneapolis, farò tutto ciò che mi è possibile per non far passare la vicenda sotto silenzio”.

A fargli compagnia LeBron James, Steph Curry e tante altre star dello sport americano, in lotta aperta contro le istituzioni dall’incidente avvenuto a Colin Kaepernick, ex quarterback dei San Francisco 49ers, il 14 agosto 2016. Episodi di violenza che potrebbero aumentare la tensione in una città, in una nazione intera indignata col corpo della polizia. A cercar di abbassare i toni a Minneapolis, sembra averci provato il sindaco Frey che chiede di non reagire alla violenza con altra violenza e il capo della polizia della città Medaria Arradondo che ha confermato il licenziamento e l’apertura delle indagini contro gli agenti.

VINCENZO NASTO

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