Giornata Mondiale della Lentezza: un’occasione per immaginare una nuova Terra

Un quadro di Fabrice Dubosc

La Giornata Mondiale della Lentezza, oggi, 7 maggio, è l’occasione per riflettere su come un cambio di ritmo possa aiutare a immaginare un mondo diverso. Da pochi giorni è uscito per Exòrma Edizioni Sognare la Terra. Il troll nell’Antropocene, di Fabrice Olivier Dubosc con la prefazione del filosofo Gianluca Solla. L’autore da tempo si occupa di psicologia decoloniale e studia il tema della crisi: ha fondato il Laboratorio di Clinca della Crisi e curato il Lessico della crisi e del possibileLa pandemia: ecco la nostra crisi.

Perché il titolo Sognare la Terra?
“Si riferisce alla funzione dell’immaginazione, che è spesso assimilata alla fantasia, a una dimensione ideale e poco concreta, quando in realtà è qualcosa di estremamente pratico. Pensiamo al lavoro degli epidemiologi, che viene descritto da loro stessi un po’ come quella dei meteorologi: non è possibile una previsione a lungo termine, i dati vanno continuamente ridefiniti, ci vuole flessibilità e grande capacità immaginativa. Anche la finanza è limitata nella previsionalità, pur con tutti gli algoritmi disponibili”.

A cosa serve l’immaginazione?
“A mettere a fuoco soluzioni quando non sono evidenti, coniugandola con l’etica. Il tema è il rapporto con la complessità: la storia dell’evoluzione racconta di un’umanità debole e per certi versi vulnerabile che è sopravvissuta per migliaia di anni in condizioni di grande precarietà ambientale, proprio grazie alla capacità di collegare immaginazione e azione. Alcune tribù dell’Amazzonia riescono ad abitare la foresta in un rapporto vivo con l’ambiente, in cui l’aspetto di necessità di provvedere ai bisogni concreti è evidente e quotidiano, ma nel rispetto di un equilibrio complessivo. Una capacità che noi abbiamo perso, perché l’accelerazione porta a ridurre gli spazi di equilibrio”.

Cop_Troll_01.qxp_Layout 1
La copertina del libro

A che cosa si riferisce nel sottotitolo, parlando di Antropocene e troll?
“L’Antropocene è l’era geologica in cui il fattore determinante dei cambiamenti climatici è l’uomo. Il troll è una figura che viene dalla mitologia norvegese. Oggi è stato incorporato nel linguaggio dei media come definizione di chi boicotta le conversazioni,  prende gusto a rivelare la futilità di qualsiasi forma comunicativa costruttiva, e nella sua forma estrema si manifesta in hate speech. Alla radice di questo comportamento c’è la necessità di sostenere che la mia opinione, improntata al mantenimento dello status quo, conta più di tutto, e questa è nutrita di risentimento e nichilismo”.

Cos’era invece il troll della mitologia norvegese?
“Era una figura potentissima al confine tra umano e l’invisibile. Solo nel 1800 è diventato ciò che pietrifica e si pietrifica: qualcosa di immobile, che non sopporta il cambiamento. La mia tesi è il richiamo al senso originario e, seppur in altra forma, ai miti di alcune culture dell’Amazzonia in cui torna una figura di mediazione immaginativa, la capacità di vedere che umano e non umano sono collegati nella rete del vivente”.

La pandemia è una crisi?
“Il dominio delle geopolitiche e delle forme di accelerazione per ottenere il profitto a breve termine sono estremamente critici in modo ancora più evidente. Sono due gli aspetti di crisi su cui ragionare. Il primo è la crisi del modello di sviluppo che ha avuto due secoli di espansione dopo la rivoluzione industriale, poi una fase di stasi e conservazione durata fino ai primi anni Duemila, e poi una crisi sistemica. È diventato comune il ragionamento secondo cui non si può pensare solo all’interesse a breve termine, ma serve capire cosa ha senso e cosa no.
L’altro momento critico in senso positivo è quello della massa critica di persone che sentono che a quel modo non funziona più, e manifestano il bisogno di un rapporto più affettivo e immaginativo con la vita. Non possiamo pensare alla qualità della vita solo in termini di consumo, incremento del Pil e digitalizzazione, perché è qualcosa che ci causa  grande sofferenza”.

unnamed
Fabrice Olivier Dubosc

Da questa crisi si può imparare qualcosa?
“Con l’isolamento ci siamo trovati tutti a fare i conti con noi stessi e i nostri valori. Abbiamo visto che sembrava impossibile ridurre le emissioni dell’1% per l’ambiente, mentre ora c’è stato un crollo del 10-15% perché siamo rimasti fermi; allora non è vero che non si possono cambiare le cose, solo che stavolta le abbiamo subite anziché programmarle. C’è una massa critica di persone che vuole cambiare le cose. Così la critica diventa clinica, cioè voglia di aver cura, di prestare attenzione alle cose, al rapporto con l’ambiente trascurato per troppo tempo”.

Oggi è la Giornata Mondiale della Lentezza. 
“Le giornate possono servire se permettono di concentrarsi su un tema. Quello della lentezza dovrebbe essere una conquista che va al di là del momento attuale. Patiamo di un’accelerazione continua, diventiamo imprenditori di noi stessi: dobbiamo fare, fare, fare ma trascuriamo dimensioni che ci permetterebbero una connessione col fare molto più produttiva e non solo in termini quantità. Sono state scritte tante cose sull’accelerazionismo e sulla crisi di questo modello di sviluppo che è entrato in crisi, e allora perché non cogliere l’opportunità di scoprire qualcosa che non ha a che fare con la fretta e il dover essere? Bisogna avvicinarla con affetto, la lentezza”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *