A Torino nuovi modelli di santità

Un progetto di ricerca europeo dell’Università

Torino ha un tipo di santità tutto suo. Nella mezzaluna dei quartieri di Aurora, Valdocco, San Donato e Cit Turin esistono chiese, strutture assistenziali e ospedali che operano nelle stesse zone in cui lo facevano i loro istitutori più di un secolo e mezzo fa. Sono la Piccola casa della Divina Provvidenza, detta Cottolengo, che dà asilo agli ammalati indigenti, la Comunità Salesiana, le Suore Minime di Nostra Signora del Suffragio, dedicati all’educazione dei giovani, e l’Istituto Missioni della Consolata.

IL TEAM NEMOSANCTI: il progetto studia il concetto di santità attraverso più discipline

I fondatori sono chiamati “Santi sociali” ed erano attivi tra ‘800 e ‘900. Lo spiega la professoressa Jenny Ponzo, Principal Investigator del progetto di ricerca europeo, NeMoSanctI, New Models of Sanctity in Italy, ospitato all’Università di Torino. Lo scopo del progetto è indagare da un punto di vista semiotico, filosofico e storico i nuovi modelli di santità che stanno emergendo, nella Chiesa e anche nella cultura popolare, dai memes ai fumetti.

I Santi sociali «sono accomunati da un forte impegno pragmatico, nell’aiuto ai più poveri, ai deboli e ai bisognosi, che si sono impegnati a risanare, istruire e assistere. Tra i più famosi ci sono San Giuseppe Benedetto Cottolengo, fondatore della Piccola casa della Divina Provvidenza, San Giovanni Bosco, fondatore dei Salesiani e il Beato Giuseppe Allamano fondatore dell’Istituto Missioni della Consolata».

In quegli anni Torino era già un polo economico e industriale avanzato, ma anche il luogo adatto per sviluppare una nuova santità, impegnata socialmente: «La città era afflitta da una grande povertà. Non bastava più accettare la gerarchia sociale tradizionale e limitarsi ad assistere i poveri con la carità, ma bisognava aiutarli organizzando una efficace rete di assistenza sanitaria, istruendoli, e così dando loro modo di trovare lavori dignitosi». Il terreno era fertile e l’aiuto che hanno dato fondamentale, al punto che ancora oggi il loro culto è vivo: «La loro influenza ha raggiunto molte persone, si pensi alla diffusione del culto di Giovanni Bosco, o degli istituti salesiani, che si sono irradiati in Italia e nel mondo».

Ma che tipo di santità è quello incarnato da questi uomini? «Un tipo molto “pragmatico” – continua Jenny Ponzo – Sono santi attivamente impegnati, per innescare un cambiamento sociale, combattere la miseria e la malattia, non solo assistendo i bisognosi, ma fornendo un aiuto più strutturato, dando opportunità di risollevarsi e trovare un posto migliore nel mondo».

Questa “santità pratica” ha mosso i suoi primi passi dal ‘700, andando oltre la contemplazione dei mistici e il miracolo del santo taumaturgo, e «ha interpretato la carità, l’amore verso Dio e verso il prossimo, in modo differente. Già alle origini del cristianesimo essa indicava un aiuto concreto ai più bisognosi, lo dimostra la parabola del Buon Samaritano. Ma la particolarità dei santi sociali è che hanno saputo rinnovare tale antico principio, adattandolo alla modernità, anticipando la “Dottrina Sociale” della Chiesa».

Questo nuovo modello di santità è diventato prorompente nel corso del Novecento basta pensare a madre Teresa di Calcutta. E il culmine è arrivato con papa Francesco che ha introdotto una nuova via per la santità. «Tradizionalmente queste vie erano due: il martirio e la pratica eroica e costante delle virtù cristiane. Ma dal 2017 ne esiste un’altra: dare la vita per il prossimo in nome dell’amore cristiano».

Saranno questi i santi del futuro? «Lo dimostra quel parroco che nei giorni scorsi ha donato il suo respiratore per salvare un giovane e poi è morto. In momenti di emergenza sono le figure con una forte valenza altruistica che emergeranno e poi forse verranno canonizzate».

JACOPO TOMATIS

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