Didattica a distanza, i problemi da affrontare e le soluzioni per la Fase 2

Credits: Tumisu, Pixabay

Insegnanti che preparano le lezioni a casa. Studenti che si connettono (rete permettendo) alle piattaforme di videoconferenza. L’utilizzo di risorse digitali per facilitare il lavoro di entrambi. Il 5 marzo 2020 le scuole di tutta Italia sono state chiuse. Il passaggio alla didattica online ha coinvolto nove milioni di ragazzi e di ragazze. Un cambio repentino che ha messo il sistema d’istruzione di fronte a problemi come la digitalizzazione non compiuta della scuola italiana e il diritto allo studio. Ma è stata anche un’occasione per studenti e insegnanti di vivere in un’altra maniera  la didattica.

Sono passati due mesi e la Fase 2 è appena iniziata. La “convivenza con il virus” ha coinciso con la riapertura di alcune attività produttive. Le scuole restano invece un punto interrogativo senza risposte, anche dopo gli ultimi provvedimenti del Governo Conte. L’unica certezza è la chiusura fino a settembre.

“La scuola ha retto a una situazione di emergenza. Lo ha fatto anche in maniera creativa. Ma ci sono una serie di problemi che non vanno sottovalutati in questa fase”. Viviana Brun lavora da più di dieci anni nel Terzo Settore. Si occupa di tecnologie digitali per l’educazione. Nell’ultimo mese ha realizzato il report “COVID19 ed educazione in emergenza”. L’iniziativa è nata in collaborazione con il progetto Riconnessioni della Compagnia di San Paolo e analizza il modo in cui molti insegnanti che lavorano in Piemonte hanno organizzato le loro attività di apprendimento a distanza con i loro studenti. “Ho intervistato docenti che hanno incontrato difficoltà nelle loro attività scolastiche. Creare compiti digitali e condividerli con gli studenti – con l’obiettivo di ricevere dei feedback – non si è rivelato così semplice. Molti insegnanti sono stati costretti per la prima volta ad utilizzare strumenti online: una “forzatura necessaria” per soddisfare i bisogni educativi dei ragazzi”, racconta Brun.

Il report suggerisce che la didattica va ripensata in maniera strutturale. “Un insegnamento per i bambini basato soltanto sugli strumenti digitali è complesso. La scuola è anche un luogo che favorisce rapporti sociali differenti rispetto a quelli che vengono vissuti in famiglia”, spiega Brun. Per l’esperta di tecnologie digitali per l’educazione la didattica a distanza rimarrà una componente fondamentale anche nei prossimi mesi: “Le lezioni online non dovranno essere soltanto un trasferimento di conoscenze e ricalcare lo stile di quelle che venivano fatte in classe. Abbiamo bisogno di metodologie diverse e formazioni specifiche dei docenti. É necessario favorire lo svolgimento di attività autonome e di gruppo tra gli studenti”.

Una problematica da non sottovalutare è legata alla tecnologia e ai suoi costi. “Gli accordi tra il ministero dell’Istruzione e le piattaforme come Google e Microsoft  oppure l’iniziativa che coinvolge Tim e WeSchool  garantiscono l’utilizzo di strumenti digitali che si stanno rivelando utili”, sostiene Brun. Occorre però fare di più. Molte famiglie hanno problemi di rete e difficoltà a gestire i mezzi che hanno in casa, tra smart working ed esigenze dei figli. Un esempio virtuoso a cui guardare è rappresentato dal Sudafrica. Nel paese dell’Emisfero Australe Telkom ZA, operatore di telefonia mobile, ha firmato un accordo con il Ministero della Pubblica Istruzione per permettere agli studenti di accedere a “zero rating” – senza consumo di dati – ai siti web necessari per la formazione a distanza. “Le compagnie telefoniche andrebbero coinvolte maggiormente in Italia”, afferma Brun.

Ci sono scuole che si sono fatte trovare pronte già a marzo, all’inizio del lockdown e della fase della didattica online. L’istituto Comprensivo Antonelli Marconi di Torino  – diretto dalla preside Paola De Faveri –  con l’avanzare dell’emergenza Coronavirus, aveva colmato il vuoto di alcune attività didattiche per i propri studenti con qualsiasi mezzo digitale, adottando una programmazione di lungo periodo.

“Si sono mobilitati per mantenere la relazione con studenti e famiglie, una sorta di “Ci siamo tutti?” per stabilire la relazione con tutti gli studenti ed essere sicuri di tenere tutti “a bordo””, racconta Viviana Brun. La scuola inoltre aveva docenti che avevano già sperimentato metodologie e strumenti di didattica digitale: per loro è stato facile adattarsi al nuovo scenario. L’istituto ha poi fatto subito richiesta di utilizzo per attivare gli strumenti di GSuite, collegando così tutte le classi e permettendo agli insegnanti di integrare le lezioni con altro materiale.

La scuola ha poi fin da subito aperto uno sportello di ascolto online con la psicologa del Marconi, potenziandone il servizio. Lo sportello è dedicato agli studenti, alle famiglie e agli insegnanti. Sono stati organizzati degli incontri online (ma che proseguono tutt’ora) destinati a genitori e insegnanti. “Servono ad analizzare le sfide che si stanno affrontando, a permettere a loro di capirsi meglio e collaborare. Gli incontri hanno avuto molto successo”, afferma Brun.

“Un anno fa non parlavamo nemmeno di didattica online. Tra il 10 e il 20 marzo almeno 200mila persone che non ne sapevano nulla hanno iniziato a usare piattaforme di e-learning”. Il fondatore di WeSchool Marco De Rossi è convinto che la scuola non rimarrà la stessa dopo i mesi di lockwdown e di lezioni affollate in rete. Il giovane ideatore (ha 29 anni) della piattaforma WeSchool, startup che ha fondato nel 2016 e che fornisce strumenti di didattica integrata a docenti e studenti, crede che l’istruzione italiana debba cambiare passo e metodologia di insegnamento. “Facciamoci trovare pronti per i prossimi mesi. Nella Fase 1 molti docenti hanno fatto cose straordinarie e si sono adattati all’emergenza. Ma per la didattica occorre un percorso chiaro, un lavoro di regia”.

Nelle ultime settimane WeSchool è una delle piattaforme che è stata utilizzata di più dalle scuole medie e superiori: si stimano almeno 1,1 milioni di utenti giornalieri. “Nei nostri corsi non è la piattaforma che fa lo studente. Per noi è importante far interagire i ragazzi e favorire una suddivisone del lavoro tra attività svolta in classe e a casa”, racconta De Rossi.

“A causa del Coronavirus sono stati rotti dei tabù sul modo in cui viene fatto l’insegnamento, fino a poco tempo fa ritenuto l’unico valido e il migliore in circolazione. Difficile credere che, una volta finita l’emergenza, molti professori possano tornare al modo precedente di rapportarsi con i propri studenti”, sostiene il giovante startupper.  De Rossi fa poi un esempio pratico: la fotocopia di un compito.  “Ora risulta più difficile per un professore non pensare al fatto che il documento possa essere utilizzato come PDF da condividere con i ragazzi”.

RICCARDO PIERONI 

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