Insieme a Senna nel suo ultimo viaggio. Il racconto del giornalista Leo Turrini

Un'immagine dell'Ayrton Day del 1° maggio 2019, evento del 25esimo anniversario della scomparsa di Senna

1° maggio 1994, una data tragica e storica per il mondo delle corse. Ventisei anni fa Ayrton Senna, il pilota più forte e amato del mondo, moriva in un incidente durante il Gran Premio di Formula 1 di San Marino, a Imola. Una tragedia che chi era davanti alla tv quella domenica non può dimenticare. Figurarsi chi era lì, al circuito intitolato a Enzo e Dino Ferrari. Per Leo Turrini, oggi opinionista di Quotidiano Nazionale e Sky Sport, allora inviato del Resto del Carlino, è stato uno choc. Conosceva Ayrton, lo aveva intervistato tante volte, si stimavano. Erano coetanei, i loro compleanni erano distanti tre giorni l’uno dall’altro. “Per questo parlo spesso di congiunzione astrale con lui” dice oggi. Difficile dargli torto: il destino ha voluto che fosse anche l’unico giornalista italiano ad accompagnare la salma di Ayrton al ritorno in Brasile per la sepoltura. “Dovevo prendere l’aereo da Parigi per San Paolo, ero inviato per seguire il funerale. Mi sono trovato a prendere lo stesso volo in cui c’era la sua salma” ricorda Turrini. “Invece di mettere la bara nella stiva, come prevedono le leggi internazionali, chiesero una deroga e la misero in business class, con i passeggeri. Feci il viaggio con lui in questa bara avvolta nella bandiera verdeoro. Un ricordo indelebile”.

Il giornalista Leo Turrini

Un campione unico
Sul pilota brasiliano Leo Turrini ha scritto il libro Senna. In viaggio con Ayrton, di cui l’anno scorso è uscita un’edizione aggiornata con il titolo Il mio nome è Ayrton. Grazie al suo lavoro ha potuto vedere con i suoi occhi e toccare con mano perché era un campione di una categoria a parte: “Talento ne aveva tantissimo. Certamente è stato uno dei più grandi di tutti i tempi, ma Fangio, Jim Clark, il suo rivale Prost, Michael Schumacher sono stati altrettanto straordinari. Poi però c’è il discorso umano, una cosa molto peculiare” distingue Turrini. “Senna era tutt’altro che un santo. Ha fatto anche cose molto scorrette. Nel 1990, un mese prima del Gran Premio di Suzuka, mi aveva preannunciato che se ci fossero state le condizioni per vincere il Mondiale avrebbe buttato fuori Prost per vendicare la squalifica dell’anno prima. Cosa che fece poi davvero, con un cinismo totale”.
All’ossessione per il primato Senna univa però una personalità empatica, generosa: “Aveva un’umanità meravigliosa ed era sensibile verso i più poveri. Solo dopo la morte tutti seppero che finanziava delle fondazioni per sottrarre alla miseria più nera i bambini delle favelas”. Un’opera proseguita dalla sua famiglia con l’Instituto Ayrton Senna che ancora oggi tiene vivo il profondo legame del campione con la sua gente. Un popolo che ventisei anni fa si riversò nelle strade per piangere Ayrton, come Turrini ha testimoniato: “Credo che sia stato uno dei più grandi funerali di massa della storia contemporanea. Un lutto collettivo, condiviso da milioni di persone. Lì ho potuto percepire che il personaggio andava ben al di là della dimensione del campione. Era espressione di un’identità”.

Nel segno di Imola
La città romagnola conserva un rapporto speciale con la figura di Senna. E anche lui con Imola e il suo circuito aveva un legame intenso: “In tutta la sua carriera gli capitò una sola volta di non qualificarsi per la gara. Accadde proprio a Imola nella stagione del debutto, il 1984. Fu un’esperienza così mortificante che per Senna quel Gran Premio fu sempre una sfida d’onore. Da allora mancò la pole position solo nel ’92 e nel ’93, le altre otto volte partì sempre davanti a tutti” racconta Turrini. Del resto anche lui lo incontrò la prima volta e poi lo conobbe sempre a Imola: “Nel 1985 feci lì il mio primo Gran Premio di Formula 1 da inviato. Io e Ayrton ci presentammo però nel 1990 grazie a un amico comune. Era molto legato ad Angelo Orsi, fotografo di Autosprint che lo aveva conosciuto quando ancora era un ragazzino. Avvenne durante dei test a Imola, proprio nel periodo in cui io e Ayrton compievamo 30 anni. Da lì lui ha sempre avuto un’attenzione particolare per me e per il mio lavoro. Facemmo una fotografia assieme che mi fece arrivare con la dedica autografata. Ancora oggi è sulla mia scrivania”.

Quel weekend maledetto
Sulle tragedie che colpiscono i campioni più amati c’è sempre il rischio di ricamare troppo. È però certo che nella storia recente della Formula 1 un fine settimana come quello di ventisei anni fa è un unicum: nelle prove libere del venerdì il pilota Rubens Barrichello fu protagonista di un incidente pauroso. Il sabato durante le qualifiche perse la vita in pista Roland Ratzenberger. La domenica gli incidenti tra Lehto e Lamy alla partenza e di Alboreto sulla pit lane precedettero e seguirono lo schianto di Senna contro il muro della curva del Tamburello.
“Per noi dell’ambiente è stato uno choc devastante. Era dal 1982, dagli incidenti di Villeneuve e Paletti, che non succedeva niente di irreparabile in Formula 1. C’era stata la disgrazia di Elio De Angelis nel 1986 ma era avvenuta in un test privato, nessuno aveva visto nulla. Eravamo tutti convinti che si fosse arrivati a un livello massimo di sicurezza” ammette Turrini.

Una convinzione difficile da mettere in discussione: “La morte di Ratzenberger fu un risveglio brutale. Ma devo dire francamente che in quel momento in molti, me compreso, pensammo che il pilota non fosse all’altezza: era uno sconosciuto, appena arrivato a 33 anni a correre con una macchina, la Simtek, che non dava garanzie. Cercammo di dare una spiegazione in qualche modo rassicurante dell’accaduto. Ayrton fu l’unico che ebbe la percezione che non si trattava di un evento casuale. A rischio di prendere una sanzione, pretese di farsi accompagnare sul luogo dell’incidente per cercare di capire quel che era successo”.
A posteriori fu chiaro che le modifiche regolamentari del 1994, che avevano eliminato le sospensioni elettroniche, avevano reso le macchine meno sicure. Lo stesso Turrini si accorse che nelle settimane precedenti gli incidenti nei test si erano moltiplicati: “Forse Ayrton si era reso conto che il livello di rischio si era alzato al di là della soglia tollerabile. Sulla sua morte comunque c’è stato un cumulo di circostanze che hanno portato al disastro”.
Un processo penale del Tribunale di Bologna ha riconosciuto in via definitiva come causa dell’incidente il cedimento del piantone dello sterzo. Negli ultimi istanti di vita Senna si trovò alla guida di una vettura fuori controllo. Tentò la frenata, ridusse notevolmente la velocità della sua Williams prima dell’impatto contro il muro del Tamburello. È possibile che se il braccetto della sospensione anteriore destra non fosse entrato proprio nei pochi centimetri di visiera del suo casco sarebbe uscito illeso dalla monoposto.
Dopo le tragedie di Imola, la Federazione Internazionale corse ai ripari, come ricorda Turrini: “La morte di Ayrton provocò una sollevazione planetaria. In una decina di giorni la Fia cambiò le norme, impose di modificare le macchine, fece cambiare i tratti più pericolosi dei circuiti. Ci fu una reazione immediata”. Da allora l’unico incidente mortale avvenuto in Formula 1 è stato quello del pilota Jules Bianchi, durante il Gp di Suzuka del 2014.

La corsa continua
“La corsa continua” è il sottotitolo che Leo Turrini ha scelto per la seconda edizione del suo libro su Senna. Ayrton è diventato un simbolo della passione per le corse. Una passione che andava ben oltre i confini della Formula 1. In una conferenza stampa del 1993, Senna rivelò che il più grande pilota che avesse affrontato era Terry Fullerton, suo rivale ai tempi delle corse in kart che non arrivò mai a guidare una monoposto. “Già ai tempi di Senna la macchina era indispensabile per pensare di vincere. Non guidò mai una Ferrari perché sapeva che finché sarebbe stata più lenta di un secondo delle vetture avversarie non avrebbe mai potuto vincere. Oggi il ruolo del pilota si è ulteriormente ridotto” conclude Turrini. “Ayrton amava molto i kart perché lì chiunque poteva pensare di vincere. Quello che faceva la differenza era il talento del pilota”.

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L’episodio dei “Viaggi di Futura” realizzato in occasione dei 25 anni dalla morte di Ayrton Senna

LUCA PARENA

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