Fashion Revolution week, perché una settimana per la moda sostenibile

Era il 24 aprile 2013 quando in Bangladesh un enorme edificio in Rana Plaza è crollato. Oltre mille persone sono morte e altre 2.500 rimaste ferite, quasi tutte giovani donne. In quella piazza di Dacca c’erano cinque fabbriche di abbigliamento per il mercato occidentale. Fu allora che nacque Fashion Revolution. Un movimento per chiedere all’industria della moda una vera rivoluzione per diventare un settore più etico e sostenibile. Tra le sue attività ogni anno in occasione del crollo di Rana Plaza celebra la Fashion Revolution Week, una settimana dedicata alla sensibilizzazione e all’approfondimento del mondo dello slow fashion. Da anni il movimento porta avanti una battaglia su due fronti. Da un lato s’impegna per creare nei consumatori una consapevolezza di cosa significa acquistare un capo d’abbigliamento. “Scegliere cosa acquistiamo può creare il mondo che vogliamo: ognuno di noi ha il potere di cambiare le cose per il meglio e ogni momento è buono per iniziare a farlo”, spiega la coordinatrice del Fashion Revolution Day in Italia Marina Spadafora. Dall’altro lato da anni il movimento chiede ai grandi brand dell’industria del fast fashion di rendere trasparenti i passaggi della propria filiera e rispettare standard etici e ambientali. “Quando tutto nell’industria della moda è focalizzato sul profitto, i diritti umani, l’ambiente e i diritti dei lavoratori vengono persi. Questo deve finire, abbiamo deciso di mobilitare le persone in tutto il mondo per farsi delle domande”, spiega la co-fondatrice di Fashion Revolution Carry Somers. “L’acquisto è l’ultimo click nel lungo viaggio che coinvolge migliaia di persone: la forza lavoro invisibile dietro ai vestiti che indossiamo. Non sappiamo più chi sono le persone che fanno i nostri vestiti, quindi è facile far finta di non vedere e come risultato milioni di persone stanno soffrendo, perfino morendo.”

Per l’edizione 2020 della Fashion Revolution Week il movimento propone una mobilitazione virtuale. Chiunque può indossare un indumento al contrario, scattarsi una foto e postarla sui social chiedendo al brand di quel capo “Chi ha fatto i miei vestiti?”con gli hashtag #WhoMadeMyClothes #FashRev.


Sono molti ad aver già aderito alla campagna, anche tra gli influencer come Camilla Mendini, su Instagram Carotilla, che ogni giorno sui suoi canali social pubblica video per spiegare cos’è la moda sostenibile e.

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Un post condiviso da Camilla Mendini (@carotilla_) in data:

Per chi vuole approfondire il tema, sono stati prodotti due documentari sull’industria del fast fashion: RiverBlue e The True Cost.

ROBERTA LANCELLOTTI

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