Avere vent’anni al tempo del virus: i giovani che lavorano durante la pandemia

All’inizio del lockdown si temeva che i giovani non sarebbero riusciti ad accettare le restrizioni. Che l’aperitivo avrebbe vinto sulla responsabilità. Ma i bar hanno abbassato le serrande e i giovani si sono chiusi in casa, come tutti. Oggi c’è chi lavora in smart working, chi in corsia e chi dietro a una cassa. C’è anche chi studia a distanza e chi a distanza insegna. Avere vent’anni significa investire sul futuro e scendere a compromessi con il presente. E in questi giorni ancora di più. Lo sa bene Eugenia, infermiera tra Roma e Cremona nei reparti Covid, che vede famiglie dividersi tutti i giorni. Lo sa bene Fanny che sogna di diventare medico da una vita e nel giro di poche settimane si è ritrovata a diventarlo davvero, in un modo che mai si sarebbe aspettata. Lo sa Lorenzo che da rider ha percorso le città deserte in bicicletta e ora pensa al volonariato. Lo sanno Bernardo e Davide, che ogni giorno continuano ad andare a lavorare per garantire beni essenziali. Lo sa Giulia che spiega letteratura inglese ai suoi alunni attraverso lo schermo del suo pc. Lo sa Marco che a Bergamo porta la spesa agli anziani. Quelle che seguono sono le loro storie. Ventenni che hanno ricalcolato il proprio percorso per trovare un posto in questi giorni, che si promettono che quando tutto sarà finito si tornerà a brindare con uno spritz. E nell’attesa brindano in videochiamata.

Eugenia, infermiera in un reparto Covid

Il 21 febbraio a Codogno si presentava il “Paziente zero”, il primo contagiato da Covid-19 in Italia. Quello stesso giorno il reparto di chirurgia dell’Ospedale di Cremona veniva convertito per assistere i casi sospetti. Oggi ospita 30 pazienti positivi. Eugenia è una delle infermiere di quel reparto. Ha 26 anni e ha iniziato a lavorare all’ospedale di Cremona circa un anno fa: “Quel giorno si è scatenato il caos, ci siamo dovuti reinventare. Cerchiamo di assistere i pazienti al meglio delle nostre possibilità”. Ogni turno inizia con un nuovo rituale: la vestizione. Sopra la divisa classica si procede con il camice, un primo paio di guanti, la mascherina e degli occhiali per proteggere il resto del viso. Prima di entrare nelle stanze dei pazienti però s’infilano nuovi guanti e un nuovo camice. Tutto il turno passa così. Infermieri tutti uguali e indistinguibili. Così qualche collega più creativo trova il tempo per personalizzare i camici e scrivere i nomi con i pennarelli, almeno per riconoscersi tra tante mascherine. Mai avrebbe pensato a 26 anni di trovarsi in una situazione del genere, spesso costretta dalla necessità a sostituirsi ai familiari per le persone che non ce la fanno. Veder morire un paziente non è una novità per lei, ma non si è mai preparati ad assistere a così tanti decessi in così poco tempo. “Per noi è fondamentale assisterli nella morte e garantire dignità anche in quel momento”, racconta. “Quando è possibile proviamo ad avvisare i familiari per un ultimo saluto”. A volte però la storia ha un lieto fine e si guarisce. Nel reparto di Eugenia è successo una sola volta, ed è stata una festa per tutti. In questi giorni lei sta tornando a Roma, la sua città di origine, per iniziare un nuovo impiego in un altro ospedale. Una via di fuga dal caos dell’emergenza? No, ha chiesto di poter essere assegnata di nuovo in un reparto Covid.

Fanny, medico a Lecco

Fanny ha 25 anni. A ottobre 2019, dopo sei anni di medicina, tanti libri e molti sacrifici, si è laureata. Quattro mesi dopo, mentre studiava per l’esame di stato, l’emergenza sanitaria si è battuta con violenza sull’Italia e, in particolare sulla sua regione, la Lombardia. L’esame per abilitarsi alla professione è stato cancellato e Fanny si è ritrovata ad essere, improvvisamente e ufficialmente, un medico.
Per dare il suo contributo, ha fatto domanda per la neonata Unità Speciale di Continuità Assistenziale (Usca), un progetto gestito dalla regione, ma di competenza provinciale, con funzione di supporto all’attività sanitaria del territorio e finalizzato alla gestione domiciliare dei pazienti affetti da Covid-19.
Nello specifico, l’Usca dove da una settimana Fanny ha iniziato a lavorare dipende dall’Ats Brianza: “Quando arriva una chiamata, prima di uscire mi copro con tutte le protezioni necessarie e vado a casa dei pazienti che di solito non sono urgenti, ma in peggioramento”, racconta la dottoressa. “Ogni giorno entriamo a casa delle persone, nella loro sfera più intima, e ci rapportiamo con tutte le ansie e i timori che questa malattia comporta”.
Insieme a lei, gli altri medici che lavorano nelle Usca sono quasi tutti neoabilitati e alla prima esperienza lavorativa, ma, come ricorda Fanny, è proprio del loro contributo che adesso il sistema sanitario necessita. “In questo momento siamo le orecchie e gli occhi dei medici di base che fanno fatica a fare il loro lavoro e hanno bisogno di noi”, continua Fanny. “C’è comunque la paura di non essere all’altezza, di non essere in grado di gestire l’emotività dei pazienti che sono molto ansiosi. La verità è che quando io sono davanti ai pazienti, sono da sola. Posso aver letto e studiato tutto quello che serve, ma sono lì con loro e con tanti parenti agitati. Devo essere preparata al mio meglio”.
Fanny, come molti suoi colleghi che hanno appena finito gli studi, vive con i suoi genitori e a causa del nuovo lavoro che ha intrapreso rischia di contagiare i parenti a lei più vicini: “Quando torno a casa devo stare sempre nella mia stanza, utilizzare un bagno diverso e non posso stare senza mascherina. È qualcosa che colpisce la mia vita e la mia quotidianità a 360 gradi”.

Bernardo e il suo negozio di beni essenziali: gli smartphone

Il centro di Pisa è deserto. Nella via dello shopping che porta alla celebre Torre solo un negozio è rimasto aperto. Si chiama “BeApple” e fa assistenza e vendita di smartphone e computer. Uno dei proprietari è Bernardo, pisano doc di 26 anni. “L’emergenza ci ha colti di sorpresa, non ci eravamo mai chiesti se eravamo essenziali o meno”, racconta. “Abbiamo decodificato ogni decreto che usciva, ma sono stati pochi gli attimi in cui abbiamo pensato che avremmo chiuso veramente”. Dopo un iniziale calo, fisiologico per lo shock delle prime limitazioni, subito è arrivata una grande richiesta di assistenza tecnologica. BeApple ha così messo in campo un servizio di riparazioni a domicilio su cui stava lavorando da tempo. “Abbiamo un nostro corriere che gira per tutto il Comune di Pisa. Ritira i prodotti, li porta in laboratorio, noi li ripariamo e il corriere li riconsegna a casa”. Attualmente il servizio è gratuito per consentire alle persone di evitare di uscire da casa. Nonostante vendano anche prodotti nuovi, i giovani imprenditori pisani ricevono soprattutto domande per riparazioni o sostituzioni: “È un concetto molto bello per noi, perché da sempre puntiamo a sostenere il mercato dei prodotti ricondizionati, smartphone e pc usati ma riparati come nuovi”. Ogni giorno eseguono una ventina di riparazioni. “Stiamo lavorando tantissimo”, aggiunge Bernardo. “Oltre all’assistenza a domicilio c’è anche quella telefonica, un giorno abbiamo ricevuto 70 chiamate. Piano piano ci siamo resi conto di quanto fosse necessario stare a contatto con il mondo”. E oggi si può solo attraverso uno schermo.

Giulia, insegnante con la nostalgia della classe

Giulia ha 27 anni ed è una prof d’inglese delle medie. Da quando il 22 febbraio sono state chiuse le scuole anche lei è tra i tanti insegnanti che fanno didattica a distanza. “Inizialmente i ragazzi l’hanno presa con molto entusiasmo, era una novità e lasciava spazio a un po’ di autonomia e pigrizia”, racconta. “Molti di loro sono stati contenti di iniziare le lezioni online perché si sono sentiti cercati, siamo andati a prenderli proprio nelle loro camerette”. Poi però è arrivata la noia, e anche un po’ di nostalgia. Nel pomeriggio Giulia manda ai suoi alunni delle mail con alcune riflessioni su questo periodo e in molti le rispondono raccontando le loro giornate o i loro pensieri. Tutti hanno capito che sta accadendo qualcosa di molto più grande di loro e ciascuno a modo suo sta trovando un modo per sopravvivere alla quarantena. Un ragazzo un giorno le ha scritto che in questo periodo sente forte la solitudine e le lezioni online gli restituiscono un po’ di normalità. I più giovani sentono il bisogno del contatto umano, della presenza nonostante l’assenza forzata. Quella che non finisce sul registro. “Più che trasmettere dei contenuti è importante far sentire che ci siamo e che loro ci interessano”, continua Giulia. C’è una lezione che la scuola può imparare da questa emergenza? “Certamente sì. Abbiamo riscoperto che in classe la relazione è fondamentale. L’apprendimento stesso passa per la relazione. Essere insegnanti significa credere in qualcuno e una persona non può essere sostituita da un computer”.

Lorenzo, da rider a volontario

Ciclisti muniti di zaini voluminosi popolano le nostre città fantasma. Pedalano e si muovono sul calcolo di un freddo algoritmo. I loro guadagni dipenderanno dalla posizione geografica e dalla capacità di sbaragliare la concorrenza. Una guerra al ribasso è quella tra i riders, i fattorini che consegnano il cibo a domicilio. Anche loro sono duramente impegnati a fronteggiare l’emergenza sanitaria da Coronavirus: in questi giorni è facile ritrovarli in coda a supermercati e farmacie, al servizio degli italiani che non possono uscire di casa. In tutte le grandi città italiane si segnalano assembramenti di riders davanti ai locali del food. Molti di loro non hanno ancora ricevuto i dispositivi di sicurezza per proteggersi dal Covid-19. Altri hanno smesso di pedalare dando priorità alla salute. Come Lorenzo, 24 anni, studente di Scienze Politiche a Milano. Lorenzo ha scelto ora il volontariato sociale, dopo aver lavorato con tre piattaforme durante le prime settimane di emergenza sanitaria. Per lavorare bisogna registrarsi alle applicazioni e si entra nel “gioco” dell’algoritmo. “Se rifiuti una consegna – spiega lo studente – questa sale di valore. Ma ci sarà sempre qualche rider disperato che accetterà anche per pochi euro. L’algoritmo funziona come un’asta. In generale non c’è molta trasparenza”. Quello del rider è un mestiere precario, con poche tutele. Il contratto ideale, secondo Lorenzo, sarebbe un part time con malattia e principali diritti, compreso quello alla disoccupazione. “Ci sono riders contenti del cottimo puro – rivela – perché andando come matti, passando col rosso, o viaggiando sulle strisce e contromano, si viene favoriti dall’algoritmo, ottenendo più ordini. Ma se vuoi fare le cose fatte bene, con l’igiene giusta, si viene penalizzati”. Lorenzo non ha dubbi: “Non mi baserei su questo lavoro per una speranza dignitosa di vita”.

Davide, dietro alla cassa del supermercato

Il lavoro non è cambiato troppo, è tutta una questione di abitudine. Ora in più ci sono le mascherine e le misure di sicurezza. Davide studia al Politecnico di Torino e da tre anni lavora come cassiere in un piccolo supermercato del centro. “Il cambiamento più evidente è il calo degli incassi” spiega. Le persone sono più nervose, e si chiacchiera di meno. Se prima in cassa c’era il tempo per scambiarsi qualche battuta, ora ci si saluta nel tempo in cui si formano le buste. Al massimo c’è il tempo per dirsi un “Speriamo finisca presto”. Per terra una segnaletica traccia la distanza da tenere mentre si aspetta per pagare in cassa e tra gli scaffali possono stare al massimo cinque o sei clienti. Tanti vengono con la mascherina, ma molti non ce l’hanno. C’è chi fa una spesa a settimana e chi invece continua a venire per comprare solo il latte o il pane. Per loro il supermercato è una scusa per evadere dalla quarantena. Oltre al lavoro ordinario adesso c’è più attenzione alla pulizia, i corridoi e gli scaffali si sanificano più spesso. “È una situazione strana e normale allo stesso tempo”, continua Davide. “All’inizio è stato strano portare sempre la mascherina. Era fastidioso. Io ho anche gli occhiali, figurati. Poi però ci si abitua e ora è diventato normale. L’unica cosa a cui non riesco ad abituarmi è arrivare in centro e vederlo deserto”.

Marco, la spesa per gli anziani in una Bergamo deserta

Marco è uno studente al quarto anno di giurisprudenza. Studia a Milano e dall’inizio dell’emergenza segue le lezioni da casa, a Bergamo. La sua è una delle città più colpite dal contagio di Covid-19. I mezzi militari che sfilano per le strade deserte per trasportare le bare sono diventati il simbolo di un intero Paese in lutto. Circa un mese fa il sindaco Giorgio Gori ha lanciato un appello per aiutare i più fragili della città, tutti coloro che non possono uscire. “Bergamo X Bergamo” è un servizio di spesa a domicilio a cui nel corso delle settimane hanno aderito oltre 800 volontari. Marco è uno di questi. Gli sono stati consegnati guanti, mascherine e un codice etico da rispettare. La città che attraversa ad ogni commissione è deserta, impressionante: “Vederla in tv è un conto, ma scendere sotto casa e non sentire più il rumore delle auto è tutta un’altra cosa. La gente ti schiva, è nervosa”. Ogni volta che c’è una segnalazione la macchina dei volontari si attiva. Si va al supermercato o in farmacia con la lista della spesa, si compra tutto e poi si consegna a casa. Sempre stando attenti. “Le persone che chiedono aiuto sono prevalentemente anziani soli”, racconta. “Chiamano il numero verde perché non hanno nipoti o figli che possono aiutarli”. Alcuni di loro vorrebbero anche un po’ di compagnia e lo invitano ad entrare in casa, una signora un giorno gli ha proposto addirittura di fidanzarsi con la nipote, ma Marco si trova ogni volta a rifiutare. Un anziano ha insistito per donargli una bottiglia di vino. Una Bonarda dell’Oltrepò Pavese. “Non mi avrebbe lasciato andare via se non l’avessi accettata”. Ora Marco la conserva in camera sua. Con gli amici ha deciso che l’apriranno quando tutto questo sarà finito. Per brindare insieme.

ROBERTA LANCELLOTTI

MARTINA STEFANONI

NICOLA TEOFILO

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