Il lavoro rende liberi, ma tra i detenuti è un lusso per pochi

Sugli scaffali ci sono borse fatte a mano a Padova, i biscotti vengono da Verbania e la birra da Roma. Tutto made in Italy, ma soprattutto made in carcere. Freedhome è un negozio di economia carceraria, come recita l’insegna all’ingresso. Dal 2016 ha aperto a pochi passi da piazza Palazzo di città, nel centro di Torino, in uno spazio di proprietà del Comune dato al Provveditorato regionale dell’Amministrazione penitenziaria. A gestirlo è la cooperativa Extraliberi, che da anni lavora nella casa circondariale Lorusso e Cutugno. «Il nostro obiettivo è far conoscere al grande pubblico la cultura del lavoro in carcere» spiega il presidente Gianluca Boccia, «consentire alle persone di scoprire un mondo che spesso teniamo lontano».

Sulla porta per entrare nel negozio c’è un invito: “Vieni a scoprire il bello e il buono del carcere”. Sono prodotti di qualità, equo e solidali, a chilometro zero e spesso a basso impatto ambientale. Sono il frutto di circa quaranta realtà sparse sul territorio italiano. Frutto del lavoro di uomini e donne che stanno scontando la propria pena e hanno la rara opportunità di impiegare quel tempo, che altrimenti sarebbe vuoto, per crearsi competenze nuove. Ma soprattutto per costruire una propria rete di salvataggio per quando la pena finirà. Come sta facendo Kamal (nome di fantasia), detenuto nel penitenziario torinese che lavora con la cooperativa Extraliberi. Ha 30 anni e tutta la famiglia vive in Marocco, qui non ha nessuno. «Ha imparato un mestiere» racconta Boccia. «Ha rinnovato la patente e si è trovato una macchina che ogni giorno lascia fuori dal carcere. I soldi che guadagna li spende per andare dal dentista e riesce a mandarne in Marocco». Certo, non sono sempre storie di successo, spesso si fanno i conti con il fallimento, che in questi casi ha un nome specifico: recidiva.

Per la legge 354 del 1975 il lavoro è uno dei fattori fondamentali per la riabilitazione dei detenuti. Ed è la verità, perché riduce drasticamente la probabilità di tornare a commettere un altro reato una volta fuori. D’altra parte solo una piccola minoranza della popolazione detenuta riesce ad accedere a reali percorsi lavorativi. Nel 2019 infatti di circa 60 mila detenuti presenti nelle strutture italiane, 18070 sono stati i lavoranti. Sì, lavoranti. È così che vengono chiamati i detenuti che svolgono un mestiere e percepiscono una retribuzione, perché il carcere spesso cambia anche i nomi alle cose, così un ‘lavoratore’ diventa un ‘lavorante’. Di questi ultimi però solo 2381 hanno imparato un vero mestiere nello scorso anno. Molti di più sono coloro che hanno lavorato ai servizi dell’Amministrazione penitenziaria. Mansioni semplici per un tempo molto breve e un compenso molto basso, tendenzialmente dentro l’istituto stesso. In gergo vengono chiamati “scopini”, “spesini”, “scrivani”. Nomignoli per indicare chi pulisce la struttura, va a fare la spesa o scrive le lettere per conto degli altri detenuti. «Posti di lavoro più qualificanti hanno un impatto molto positivo per le persone, ma sono molto pochi», spiega Boccia. «Quando si è dentro, il lavoro consente di spendere in maniera virtuosa il periodo di detenzione, perché si smette di non far nulla, e si imparano un mestiere, delle regole e i tempi di lavoro. Consente poi di avere un reddito e una dignità». È questo la vera sfida delle realtà che creano lavoro in carcere.

“Dolci evasioni”, “Banda biscotti”, “Fuga di sapori”. Le etichette sugli scaffali di Freedhome fanno sorridere, ma parlano chiaro. Come parla chiaro la birra prodotta nell’istituto romano di Rebibbia: si chiama “Ne vale la pena”. Ed è veramente buona.

ROBERTA LANCELLOTTI

Articolo tratto dal Magazine Futura uscito il 1 aprile 2020. Leggi il Pdf cliccando qui

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