“Imparare per uscire” è il canto dei minori in carcere

«Impara dagli sbagli, sennò non esci. Impara dai più grandi, sennò non cresci». È il ritornello della canzone rap scritta dai giovani detenuti del carcere minorile di Torino. S’intitola “Dimenticati”. Sono loro stessi a cantarla, si alternano al microfono e scandiscono le rime tra le mura dell’istituto Ferrante Aporti. Il brano è il risultato di un laboratorio tenuto nel 2018 dal rapper Kento in due istituti minorili, quello di Torino e quello di Bari, organizzato dall’associazione Defence for Children Italia. L’esperienza è diventata un documentario, “Voci da dentro”, che in occasione del lockdown è stato pubblicato su YouTube ed è visibile a tutti. «I ragazzi sono immersi nella cultura hip hop», racconta Kento. «Quando entro in un carcere minorile tutti sanno cosa intendo se dico “ora facciamo un freestyle”. Non ci sono barriere all’ingresso e questo è straordinario». Il rapper calabrese, anche autore del libro “Te lo dico in
rap”, ha alle spalle dieci anni di laboratori per ragazzi sull’hip hop, che siano in aule scolastiche o in stanze
di una prigione minorile. L’obiettivo è sempre lo stesso: aiutarli a tirar fuori la proprio voce, con un linguaggio che spesso spazza via insicurezze e pregiudizi. «Le vostre storie sono preziose», continua a ripetere ai suoi giovani studenti di rap.

Ma chi sono i ragazzi degli istituti minorili? Una risposta la dà Don Domenico Ricca, da 40 anni cappellano del Ferrante Aporti: «Il carcere è un osservatorio privilegiato della condizione giovanile», racconta. «Sono ragazzi che spesso vivono la vita come un’avventura che sembra non appartenergli». Il sistema italiano della giustizia penale minorile è un punto di riferimento in tutta Europa. E in questo quadro Torino
rappresenta un piccolo fiore all’occhiello, in quanto è stata la prima città ad aver intrapreso nel 1995 la
mediazione penale per i minori per la riconciliazione con la vittima. Secondo l’ultimo rapporto di Antigone sugli Istituti Penali per Minorenni a gennaio 2020 erano 375 i minori e giovani adulti detenuti, distribuiti nei 17 istituti presenti sul territorio italiano. Un dato che emerge è che non sono gli autori dei fatti più gravi a finire negli istituti, come si potrebbe pensare, ma i soggetti che hanno alle spalle contesti sociali o familiari più fragili o emarginati, per cui è impossibile intraprendere percorsi alternativi. Lo sa bene Don Domenico, che i giovani abitanti delle carceri minorili ha imparato a conoscerli: «La vera emergenza è l’istruzione», spiega. «Dobbiamo dichiarare guerra alla dispersione scolastica e incrementare l’accompagnamento educativo di avvicinamento al lavoro».Secondo l’esperienza del cappellano piemontese la scuola ha un ruolo fondamentale «perché restituisce ai ragazzi la stima di sé che avevano perso, la consapevolezza che stare chini sui libri è faticoso, ma anche appagante quando riescono a con- seguire i risultati: la licenza media e per alcuni o il diploma di scuola superiore. Li mette in pari con gli altri, e non è poco».

Non è poco per Giulio, Carlo, Francesco e Adil (nomi di fantasia), che nel 2019 hanno preso il diploma di terza media. Non è poco per i ragazzi che nel 2018 hanno trovato nel rap la lingua per parlare con il mondo fuori. Le loro voci che cantano a tempo, continuano a ripetere che per uscire serve imparare. Nel loro canto si scorge la speranza di non sentirsi più dimenticati.

ROBERTA LANCELLOTTI

Articolo tratto dal Magazine Futura uscito il 1 aprile 2020. Leggi il Pdf cliccando qui

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