L’università in prigione: Unito primo ateneo in Italia a garantire il diritto di laurearsi ai detenuti

“Chi è privato della libertà a seguito di una condanna non può essere privato anche del diritto di essere cittadino. E quindi di poter studiare”. L’università dev’essere un diritto per i detenuti. Lo ribadisce il professore Franco Prina, Delegato del Rettore per il Polo Universitario Penitenziario della Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino. Prina, che è anche presidente della Conferenza nazionale universitaria poli penitenziari (Cnupp), ha cominciato ad insegnare nel la struttura detentiva torinese negli anni ’90. “L’Università di Torino è stata la prima in Italia a garantire il diritto allo studio in carcere. Già negli anni ’80 erano tanti i professori che concedevano ai detenuti delle Brigate Rosse di proseguire i loro studi. Unito ha anticipato le altre scuole anche nel creare un polo universitario carcerario, nato alle ex Vallette nel 1998. Oggi anche altri penitenziari in Italia forniscono la possibilità di studiare, ma pochi hanno a disposizione un ambiente apposito come quello dell’Università di Torino dentro il carcere” racconta il professore.

Il Polo è una sezione particolare della struttura carceraria, detta “a sicurezza attenuata”. È composto da una sala centrale intorno a cui si affacciano le celle, che sono aperte durante il giorno. Lì si tengono le lezioni. Oggi gli studenti che seguono i corsi al Polo sono 25. “Ma gli iscritti all’Università sono molti di più, circa 47 – spiega Prina – Alcuni non possono accedere alla sezione perché costretti, per l’entità delle loro pene, a stare in altri padiglioni. Altri sono in semilibertà, o seguono le lezioni da altre strutture detentive”.

Il professore nel Lorusso e Cutugno insegna da sempre Sociologia della devianza e del mutamento sociale, il corso triennale che tiene anche all’Università, ma che sicuramente in carcere ha tutto un altro valore. “La mia disciplina intercetta le vicende di vita delle persone che ho davanti, che hanno compiuto reati gravi come omicidi e femminicidi. E allora, certo, assume un altro significato” sottolinea Prina.
Gli studenti del carcere sono in parte diversi da quelli dell’università. Innanzitutto per età, perché la maggior parte di loro sono adulti che hanno scelto di proseguire gli studi iniziati numerosi anni prima, magari anche all’estero. Poi per l’approccio allo studio. “Gli studenti detenuti sono motivati. In generale
si preparano molto, anche perché possono coltivare meno interessi rispetto ai colleghi dell’università. Vogliono cercare di dare un senso alle loro vite, una possibilità di futuro” racconta Prina.

Il Polo diventa un luogo dove i professori, che vi si recano almeno tre o quattro volte durante i corsi, dialogano molto con i detenuti. Dove si prende il caffè insieme. Dove ci si stringe la mano, “un atto fondamentale in carcere” spiega il professore. Dove si discute anche, “perché sono tanti gli elementi organizzativi che non funzionano” spiega. Si instaura una sorta di fiducia reciproca che nasce da una regola che si impongono i professori: non fare domande sul passato dei detenuti. “Non si chiede mai nulla riguardo le motivazioni per cui una persona si trova in carcere. Abbiamo davanti studenti più richiedenti, ma dobbiamo trattarli come gli altri” sottolinea.

In questo periodo di quarantena per l’emergenza Coronavirus anche in carcere si hanno problemi legati all’insegnamento. Non è possibile effettuare la didattica a distanza, praticata invece nelle università, perché i detenuti non possono ancora disporre dell’accesso libero a Internet quindi niente videochiamate né lezioni in streaming. Allora si spediscono loro libri e materiale didattico, con la collaborazione di
tutti i professori. “Noi contiamo molto sul volontariato degli insegnanti. E devo dire che c’è la partecipazione di quasi tutti – conclude Prina – E poi i volontari ci vogliono, soprattutto quando garantiscono un diritto”.

NADIA BOFFA

Articolo tratto dal Magazine Futura uscito il 1 aprile 2020. Leggi il Pdf cliccando qui

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