Italiani all’estero e Coronavirus: le storie e le sensazioni di chi è rimpatriato

Sono più di 45 mila gli italiani che dall’inizio dell’emergenza Coronavirus sono rimpatriati da 60 paesi esteri. La Farnesina, in collaborazione con diverse compagnie aeree, in particolare Alitalia, Neos, Blue Panorama e AirDolimiti, ha organizzato nell’ultimo mese circa 260 voli tra quelli in deroga alla programmazione ordinaria e quelli umanitari, 19 collegamenti via mare e 6 via terra.

Il lavoro della Farnesina prosegue anche ora attraverso l’Unità di Crisi, le Ambasciate e i Consolati italiani nel mondo. “Come governo italiano, con la Farnesina in prima linea e in collaborazione con le diverse compagnie aeree, continuiamo a lavorare per riportare in Patria quegli italiani rimasti bloccati all’estero in piena emergenza Coronavirus” afferma il Sottosegretario con delega per gli italiani all’estero, Ricardo Merlo. Solo negli ultimi giorni è partito da Santiago, passando per Lima, il volo della compagnia aerea italiana NeosAir, che ha riportato in patria i primi turisti italiani bloccati in Cile e in Perù. “Grazie agli sforzi delle Ambasciate d’Italia in quei paesi e degli ambasciatori Battocchi e Curcio, è stato possibile organizzare questo straordinario ponte aereo che ha consentito questo volo speciale per Milano – aggiunge Merlo, che poi conclude -. Altri voli charter di questo tipo verranno organizzati nei prossimi giorni per riportare a casa i nostri fratelli italiani, perché nessuno sia lasciato solo”.

Tra coloro che sono tornati anche gli studenti di Intercultura

Intercultura è un’associazione di volontariato onlus che organizza scambi scolastici internazionali per ragazzi tra i 16 e i 17 anni. Nata durante la prima guerra mondiale come società di ambulanzieri, si occupava di portare i feriti sul fronte negli ospedali per salvargli la vita. Dopo aver offerto il proprio servizio anche durante la seconda guerra mondiale, alcuni di questi ambulanzieri si chiesero che cosa si potesse fare per promuovere una cultura di pace. E così oggi l’organizzazione dà la possibilità a giovani studenti da tutto il mondo di partecipare a un programma di scambio interculturale che prevede la frequenza di un intero anno scolastico in diversi Paesi di tutti i continenti. Lo spiega Andrea Franzoi, Segretario Generale di Intercultura: “In Italia l’associazione nasce nel 1955: quest’anno festeggeremo 65 anni di vita. Far rientrare i nostri 2300 studenti all’estero non è stato semplice”. Un aiuto fondamentale è arrivato dal Ministero degli Esteri, dall’Unità di Crisi della Farnesina e da ambasciatori e reti diplomatiche italiane all’estero.

Fino a venerdì 3 aprile erano solo 29 gli studenti non ancora rientrati: “In Nuova Zelanda ne abbiamo 23, bloccati lì a causa delle restrizioni ai voli internazionali e ai trasporti interni al Paese: stiamo studiando il modo di farli tornare insieme all’Ambasciata a Wellington. Un piccolo numero non è potuto partire per ragioni mediche, speriamo possano rientrare nei prossimi giorni”. Dal 15 marzo in avanti il programma ha iniziato a far rientrare gli studenti a casa, dando priorità a quei Paesi più sensibili per ragioni sanitarie: “Abbiamo cercato di evacuare al più presto gli studenti in Africa anche se di fatto il virus non si era diffuso come in Europa o negli Stati Uniti”. I voli di ritorno sono stati pagati da Intercultura, che ha fatto un investimento notevole: “Laddove è stato possibile abbiamo utilizzato biglietti che erano già esistenti, in altre occasioni li abbiamo ricomprati o abbiamo usato i charter – voli speciali messi a disposizione dalla Farnesina – che erano comunque a pagamento. La collaborazione è stata veramente ottima”.

Per alcuni studenti la difficoltà è stata affrontare un viaggio molto lungo e soprattutto arrivare in un Paese già quasi completamente bloccato come l’Italia, dove i trasporti erano ridotti: “Per molti si è trattato di un viaggio della speranza, come in Honduras o in Bolivia. Credo però che tutti abbiano gradito lo spirito di solidarietà delle persone che hanno incontrato e li hanno aiutati a tornare. È stata un’avventura a lieto fine. Erano i genitori quelli veramente preoccupati”.

Le storie di chi è tornato

Ludovica è arrivata in Russia il 13 febbraio 2020 per uno scambio offerto dalla propria università con la Moscow State Linguistic University. “Quando sono arrivata a Mosca la situazione in Italia stava degenerando ed era già grave in Cina. Per questo motivo a tutti i ragazzi cinesi del mio dormitorio veniva misurata la febbre ogni mattina” racconta Ludovica. Inizialmente si sente al sicuro, pur lontano da casa, ma in pochi giorni la situazione cambia. Nel weekend di domenica 8 marzo, che in Russia è festa nazionale e dunque va celebrata fino a lunedì, Ludovica ne approfitta per fare un viaggio interno al paese e visita le città dell’Anello D’oro. Quando rientra nel dormitorio si ritrova nella stessa situazione dei ragazzi cinesi: le signore dell’amministrazione del dormitorio le misurano la febbre perché l’Italia nel frattempo è entrata in lockdown. “Da lì non mi sono sentita più al sicuro ed è salita la preoccupazione sia per il mio Paese che per la mia famiglia”.

L’Ambasciata la invita a tornare a casa. Solo quando, nel giro di una sola notte, l’Università che frequenta viene chiusa senza alcun comunicato ufficiale – giunto poi nel pomeriggio -, Ludovica si decide a rientrare. I voli già limitati e la paura di restare reclusa in un dormitorio la spingono a cambiare la data del suo volo di ritorno, previsto per metà maggio, e imbarcarsi il giorno successivo. “Dopo aver chiamato Ambasciata e Farnesina sono riuscita a cambiare i dati del biglietto e una volta arrivata a Fiumicino mi sono trovata davanti un aeroporto mezzo vuoto, pieno di militari. Ho cercato i moduli di autocertificazione per prendere il treno e tornare a casa, ma ho ricevuto comunicazioni diverse e piuttosto brusche da alcuni militari che erano lì. Nelle 5 ore di attesa per il mio treno, ho osservato Roma Termini: una stazione deserta, con militari che urlavano alle persone in mascherina di stare a un metro di distanza l’uno dall’altro. Ho regalato le mie sigarette russe ad un senzatetto in lacrime. Poi sono salita sul mio treno”.

Ambasciata e Consolato, come spiega il Professor Giuseppe Lo Porto – dirigente dell’Ufficio Istruzione del Consolato Generale d’Italia a Mosca – si sono adoperate per far rientrare tutti gli studenti come Ludovica il prima possibile. “Abbiamo fatto una richiesta a tutte le università russe di avere i dati degli studenti italiani cercando di non allarmare nessuno: erano circa 600 gli studenti presenti sul territorio, per non parlare dei docenti sia temporanei che stanziali. Con un gruppo whatsapp e una mailing list abbiamo cercato di tranquillizzare i ragazzi e fargli sentire la presenza di qualcuno che li potesse supportare. Numerosi studenti mi hanno mandato aggiornamenti in tempo reale e nessuno ha avuto difficoltà particolari”. Una sola ragazza, come racconta Lo Porto, ha dovuto pagare una cifra molto alta per rientrare da Fiumicino a casa in taxi, perché la polizia ha impedito ai genitori di andare a prenderla in aeroporto nonostante ci fosse il permesso ufficiale del Consolato.

“Quando sono partita per il centro America in Italia era tutto normale. A febbraio, quando nel nostro Paese si sono verificati i primi casi, in Messico invece la situazione era ancora tranquilla, per questo le scene che accadevano in Italia mi sembravano distopiche. Ora sono tornata, mi trovo in quarantena fiduciaria e devo ancora metabolizzare l’accaduto”. Alessandra ha 23 anni ed è originaria della provincia di Cuneo. Lo scorso gennaio ha deciso di partire per un viaggio di piacere nel Centro America. L’idea era quella di fermarsi là quattro mesi. “Nei primi due avrei viaggiato, negli altri mi sarei pagata le spese di soggiorno insegnando l’inglese” racconta. Usa il condizionale, perché pochi giorni fa è dovuta rientrare in Italia. “Sono passata in un attimo dalla vacanza in un posto da sogno al sentirmi in prigionia. Non è facile” spiega.

Fino a Febbraio la situazione in Messico era assolutamente tranquilla. C’erano 35 contagiati e Alessandra racconta di aver sottovalutato l’emergenza. “I fatti che accadevano in Italia mi sembravano surreali, un film. Io stessa prendevo l’emergenza  molto sotto gamba. Mi dicevo ‘È una semplice influenza, è assurdo questo terrore’. C’era uno sfasamento temporale, per cui mentre la situazione in Europa era già grave, soprattutto in Italia, da me, nel Centro America, era ancora tutto tranquillo”.

Verso la fine di febbraio anche i Paesi del Centro America però hanno cominciato pian piano a rendersi conto dell’emergenza. Alessandra, che nel frattempo era stata raggiunta dal suo fidanzato, ha cominciato a  subire episodi di razzismo solo perché di nazionalità italiana. “Quando io e il mio ragazzo cercavamo un ostello in cui dormire nessuno ci voleva. Tutti ci chiedevamo i documenti e volevano controllare i luoghi in cui eravamo stati. Nel frattempo tutti gli Stati del centro America a poco a poco hanno cominciato a chiudere i confini e a non lasciar passare più gli stranieri” spiega la ragazza.

I due hanno cominciato in quel momento a pensare che fosse meglio tornare a casa. Hanno trovato un volo umanitario, che li ha portati fino a Malpensa. Arrivati in Italia si sono trovati di fronte un Paese totalmente diverso da quello che avevano lasciato. “Abbiamo scoperto che i nostri genitori non potevano venirci a prendere in aeroporto perché le misure restrittive glielo impedivano. Poi abbiamo capito di dover stare in quarantena fiduciaria per 14 giorni” racconta Alessandra.

Oggi la ragazza è chiusa in una stanza della sua casa, confusa e con tante domande a cui non sa rispondere. “Ero in un posto in cui faceva caldo e la mia unica preoccupazione era dove andare lungo la giornata o dove mangiare. Ora invece sono rinchiusa. Adesso apprezzo molto di più ogni azione che potevo compiere là. Qui non mi lasciano neanche andare a fare la spesa” spiega Alessandra. Una situazione che non ha avuto il tempo di metabolizzare perché le è piombata addosso all’improvviso, senza darle il tempo di comprenderla. “Sono abbastanza sotto shock. Certe volte tutto questo mi sembra esagerato, ma dall’altro lato è certamente giusta la prevenzione. Devo ancora schiarirmi le idee”.

“La situazione in Italia me la immaginavo esattamente come poi l’ho trovata”. Simone, 26 anni, studia ormai da mesi a Nottingham, nel Regno Unito. La sua università a causa dell’emergenza Coronavirus ha chiuso, così lui ha scelto di tornare in Italia. “Ho pensato: ‘Se devo lavorare da casa preferisco farlo nel posto in cui ci sono i miei amici e la mia fidanzata” racconta Simone. E poi in Inghilterra non si sentiva del tutto al sicuro rispetto all’emergenza: “Sapevo dell’esistenza a Nottingham di un ospedale molto buono, ma allo stesso tempo mi chiedevo come si sarebbe comportato il sistema sanitario inglese nei miei confronti se fossi stato contagiato. Leggevo storie di persone a Londra che con gravi sintomi venivano lasciate a casa e questo un po’ mi ha fatto paura”.

Simone ha così deciso di tornare nella sua città d’origine, Roma. “Una volta arrivato all’aeroporto hanno voluto sapere dove avrei trascorso la quarantena fiduciaria di 14 giorni. Mi hanno fornito dei numeri di telefono da chiamare nel caso in cui mi fossi sentito male. Sono stato contattato dall’Asl e da poco ho ricevuto dei bidoni della spazzatura per il materiale biologico”.

Ora Simone sta trascorrendo la quarantena a casa di un suo amico che, come lui, è tornato dall’Inghilterra. “Ho preso questa decisione per evitare di mettere in pericolo i miei genitori” spiega. Quei genitori a cui ora è tanto vicino, ma che non può vedere. “La situazione è parecchio strana. Dopo tanti mesi di lontananza avrei finalmente la possibilità di vedere la mia ragazza e i miei genitori, ma non mi è concesso farlo per la quarantena. Sono convinto però che sia giusto così, è la cosa più corretta da fare” conclude il ragazzo.

NADIA BOFFA

CHIARA MANETTI

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