Coronavirus: il silenzio delle città e il riscatto della natura

Cinghiali che si aggirano rilassati nel centro di Sassari. Anatre che sguazzano nelle fontane delle piazze. Lepri che si rincorrono nei parchi di Milano. Delfini che nuotano vicino alle barche ormeggiate nei porti di Trieste e Cagliari. Nel silenzio di questi giorni è l’eco della natura a farsi sentire.

Le cronache delle ultime settimane, dal Nord al Sud della Penisola, ci hanno raccontato – con foto e video –  la ricomparsa di animali in luoghi fortemente antropizzati, cioè condizionati dalla presenza e dall’attività umana. Ci stanno mostrando quello che da molti è stato definito il riscatto della natura. Esito delle strategie di lockdown e di quarantena forzata applicate in Italia dall’inizio del mese di marzo.

Natura abhorret a vacuo. La natura non ama i vuoti. Ovunque ci sia uno spazio libero lei lo riempie. “Nel momento in cui un luogo antropizzato viene abbandonato, la natura torna a impossessarsene nel giro di poco tempo. E lo fa seguendo la scala di vita che parte dai batteri e prosegue con le piante per arrivare, infine, agli animali”, spiega Luca Giunti, naturalista e guardiaparco aree protette Alpi Cozie.

Cosa ci mostra la natura al tempo del Coronavirus?

In primis, meno inquinamento. Un esempio pratico? Dall’alto delle aree protette valsusine guardando verso Torino la sagra di San Michele e Superga emergono, praticamente tutto l’anno, da una foschia lattiginosa. Qualche giorno fa, con il sole, riuscivo invece a vedere le colline delle Langhe e del Monferrato. Era anni che non succedeva. Sui giornali in questo giorni leggo dell’arrivo dei delfini nel porto di Cagliari. Amici veneziani mi hanno scritto sui social dicendomi che ora, per la prima volta, vedono il fondo dei canali della loro città.

Si tratta di un fenomeno che riguarda anche il Piemonte?

Ora è il tempo della primavera e di alcune riproduzioni. Per esempio intorno ai laghi di Avigliana, zone umide molto importanti per la riproduzione degli anfibi, in questo periodo solitamente siamo costretti a fare ronde notturne per salvare i rospi e le rane, che attraversano le strade, dai pneumatici delle auto. Oggi questi animali non corrono nessun rischio. Sono liberi e sicuri di raggiungere, incolumi, i siti di riproduzione. 

Nelle ultime due settimane, dall’alta Val Susa alle valli del cunese, si sono avvicinati volpi, caprioli, tassi, cervi che prima si tenevano lontani dai bordi delle strade, per ovvie ragioni di disturbo e pericolo. 

Di quanto tempo ha bisogno la natura per “ritornare”?

Le bastano circa dieci giorni di assenza per farsi presenza. 

Un esempio? Mia figlia oggi vive e studia a Bologna. Da diversi giorni, per passare il tempo, mi manda le foto degli uccellini che volano alla sua finestra sperando in qualche briciola di pane. Le ho fatto notare che tra i tanti merli e passeri, lei ha nutrito anche un picchio muratore, un volatile di certo non abituale nel centro di un sito urbano. 

Lo stesso discorso vale anche per i parchi e i giardini pubblici. Nel momento in cui diventano più tranquilli e silenziosi, gli uccellini, che ci sono sempre stati ma che non scendevano mai dai rami, iniziano il prato. Anche grazie al maggiore tempo libero, ora notiamo cose che prima non potevamo vedere. 

Che cosa rappresenta il silenzio che oggi circola nelle nostre strade e nei nostri spazi?

Il silenzio di oggi, come scrisse tanti anni fa Primo Levi sulla rivista Piemonte Parchi, non è il silenzio artificiale, non è il silenzio assoluto ricostruito in laboratorio. Quello attuale è un silenzio che, in quanto naturale, non è mai silenzio. C’è sempre un fruscio, il canto di un uccello, una folata di vento. Un silenzio che è mancato per lungo tempo. Eppure, soprattutto negli ultimi anni, con l’abbandono delle montagne e delle colline stiamo assistendo a una catena di ritorno. Un ritorno di espansioni. 

Quali sono quelli più evocativi?

In tutta Italia e anche in Piemonte, quello più documentato riguarda il lupo. Da 25 anni ha fatto ritorno in Val Susa, espandendosi su tutto l’arco alpino, tornato sostanzialmente per ragioni naturali. Il lupo ha una fortissima tendenza alla dispersione. Oltre un secolo fa l’abbiamo sterminato sulle Alpi e quando scendeva verso gli Appennini non trovava cibo né un habitat adeguato. Oggi invece è tornato. Ma non è l’unico. Ci sono anche gli avvoltoi, il picchio nero – che ama i boschi molto maturi e tranquilli. Fino a un secolo fa i boschi venivano continuamente tagliati, e dunque non c’erano piante mature con buchi e anfratti per gli animali. Con l’abbandono della montagna, ora i boschi stanno tornando a “maturare” e il picchio nero ha fatto ritorno. Così come la civetta capogrosso, un piccolo rapace notturno che necessita della presenza del picchio nero perché per nidificare ha bisogno dei buchi creati e poi abbandonati da questo uccello. Quando io ho iniziato a lavorare in questo settore, circa trent’anni fa, entrambi gli animali erano rari. Oggi invece il picchio nero è praticamente ubiquitario e la civetta capogrosso si sta diffondendo molto velocemente.  

L’abbandono di spazi un tempo antropizzati è un fenomeno che va avanti da alcuni anni. È corretto dirlo?

Da qualche anno stiamo ricreando degli spazi un tempo antropizzati. Negli ultimi 15 giorni, per forza di cose, abbiamo accentuato questa tendenza. E piante e animali ne stanno approfittando.

Spesso gli spazi che improvvisamente lasciamo conservano di noi alcune tracce, in particolare qualche rifiuto. Non solo quelli inquinanti, che rappresentano un grosso problema. Ma anche quelli biodegradabili come bucce di arance e banane, pezzi di pane, croste di formaggio. Molti animali – penso alle volpe, alle faine, agli uccelli o ai cervi che vengano a mangiare i cavoli e le pere dei nostri orti o i cinghiali con le castagne – sono abituati a gironzolare intorno ai nostri insediamenti perchè hanno imparato che trovano nutrimento. Non appena li esplorano e si accorgono che noi non ci siamo loro si allargano. E questo perché la natura non conosce confini. Esistono limiti – altitudinali, climatici, chimici, ad esempio – ma non resistono invalicabili.

Ci sono dei dati che quantificano questo “ritorno”?

A mia conoscenza, attualmente no. Oggi non vedo ricercatori che si impegnano in attività di censimento collegato specificamente a un periodo come questo in cui le priorità, per ovvie ragioni, sono altre. Un censimento necessita di tempo per produrre dei dati. Soprattutto, si parla di censimenti che valutano i trend di una popolazione specifica di anno in anno, l’incremento numerico e il rapporto tra i sessi. In un periodo breve, penso a queste ultime due settimane, l’unico dato che possiamo rilevare è quello relativo al dato definito “presenza/assenza”. Ovvero, prima questo animale qui non c’era. Ora sì. Ad esempio, “quante volte si sono visti i delfini nel porto di Cagliari e di Trieste?”. Mai. Oggi invece sì. Ebbene, questo è un censimento, per quanto grezzo e “di base”. Se questo fenomeno fosse frequente e ripetuto allora dovrei procedere a delimitare l’area, contare gli esemplari che con costanza si trovano qui, valutare il rapporto maschi/femmine giovani. Ripetere questa analisi nel corso degli anni. E allora potrei avere dei dati. Ma allo stato attuale, in un lasso di tempo così breve quale è quello portato dalla quarantena imposta dal Coronavirus, l’unica cosa di cui possiamo parlare è della “presenza/assenza”.

Che lezione ci sta dando la natura?

La prima cosa è che, come sempre, la nostra specie non impara se non prende degli schiaffoni. Nel senso che, come è emerso negli ultimi giorni, sia la pandemia che lo spill over cioè il salto di specie erano ampiamente descritti e previsti da almeno un decennio, così come l’emergenza sanitaria compresa. ll virus fa il suo mestiere evolutivo: si riproduce ogni volta che può in ogni occasione adatta.

La seconda lezione è che, semplicemente, dobbiamo usare la memoria. Non c’è altra scelta. 

Il numero delle navi che circolano nelle acque si è ridotto notevolmente. L’unica pesca consentita è quella commerciale, necessaria ai fini dell’approvvigionamento alimentare.  Molte industrie sono chiuse e non scaricano più sostanze tossiche in mare. Il blocco imposto alle attività umane può avere effetti importanti per l’ecosistema marino.

“Questa situazione ha sospeso alcuni fattori di disturbo per le specie marine”, nota Elena Maggi, ricercatrice di Ecologia del Dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa, autrice di alcune ricerche sul campo. Per valutare le conseguenze del lockdown marino ci vorrà del tempo, saranno necessari studi e raccolte di dati. “Molto dipenderà anche dal blocco, se verrà esteso a livello globale e avverrà nello stesso momento”, afferma Maggi.

La serie di stop alle attività italiane ha senz’altro un effetto su scala locale per l’ambiente marino. Innanzitutto la pesca: l’attività si è ridotta notevolmente, non è permessa a livello amatoriale e sportivo. Il fermo potrebbe avere delle conseguenze per la riproduzione e la diffusione di alcune specie. “Non è facile fare previsioni, molto dipenderà dalla durata dal blocco e da osservazioni che saranno possibili soltanto quando le attività ripartiranno. È verosimile, ad esempio, che questi effetti si potranno rilevare in futuro come una diversa distribuzione in classi di età degli individui rispetto alla situazione pre-pandemia”, osserva la studiosa.

La riduzione degli scarichi in mare e delle emissioni di sostanze potenzialmente inquinanti sta portando benefici agli habitat costieri. “Si tratta spesso di inquinanti chimici, che possono talora interferire con gli stimoli a cui gli animali sono sottoposti”, spiega Maggi. Altre forme di disturbo per gli abitanti dei mari provengono dall’inquinamento acustico e luminoso, aspetti nuovi – soprattutto il secondo – e poco studiati dalla ricerca scientifica, sottovalutati per i loro effetti nocivi. “Sono tipologie di disturbo che siamo abituati a non vedere come fonti di inquinamento”, nota la studiosa.

L’inquinamento luminoso è con tutta probabilità diminuito, perché è in corso una riduzione del traffico marino, commerciale e da diporto. Tuttavia non ci troviamo in stagione estiva ed è difficile quantificare il calo delle imbarcazioni da diporto. Inoltre le illuminazioni dei porti e delle zone costiere continuano ad essere funzionanti. “Ci sono tanti organismi che basano il loro comportamento giornaliero sull’assenza di luci durante la notte: è il caso dello zoo-plancton. La presenza di illuminazioni notturne, provenienti anche soltanto da barche, può recare disturbo e stress agli animali e provocare conseguenze per l’intero ecosistema marino”, afferma Maggi.

Un inquinamento che al momento è notevolmente ridotto è quello acustico. Molte specie marine utilizzano il suono per comunicare o riconoscere prede e pericoli nel loro ambiente. Il suono nell’acqua si propaga a una velocità cinque volte maggiore rispetto all’aria, rappresentando quindi uno stimolo molto importante per le specie. L’assenza di inquinamento acustico può essere una delle principali sorgenti per l’avvicinamento di alcuni animali alle zone costiere. “I delfini che sono entrati in alcuni porti italiani, con molta probabilità, non hanno avvertito la presenza umana grazie alla ridotta emissione di rumori causati dalle attività antropiche”, osserva la studiosa.

Lo stop di alcune attività in mare e lungo le coste avrà senz’altro un impatto sull’ecosistema marino. “Si tratta di un enorme esperimento sul potenziale effetto del disturbo di origine antropica”, nota Maggi. Attività antropiche che si fermano o che rallentano, grazie al calo della pesca, alla riduzione delle sorgenti di inquinamento luminoso e acustico, alla riduzione dello sversamento in mare dei rifiuti industriali e alla diminuzione delle navi che circolano in mare. Quest’ultimo aspetto potrebbe portare un ulteriore beneficio per la natura. “Lo stop imposto al traffico marittimo – mi riferisco soprattutto a traghetti e navi da diporto – potrebbe contribuire a rallentare la diffusione di specie aliene e invasive, che spesso trovano una passaggio nelle acque di sentina e nella chiglia delle navi”, conclude Maggi.

RICCARDO LIGUORI

RICCARDO PIERONI

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