L’Europa e le misure economiche per fronteggiare l’emergenza Coronavirus

“La settimana scorsa ho detto che avrei fatto qualsiasi cosa sia necessaria per sostenere gli europei e l’economia europea. Oggi sono lieta di poter dire che abbiamo mantenuto la parola data”. Ursula Von Der Leyen qualche giorno fa annunciava la “promessa mantenuta”: la deroga al Patto di Stabilità. 

La presidente della Commissione Europea, con la decisione di sospendere gli accordi che erano in vigore dal 1997, ha dato ai Paesi membri il via libera di sforare il vincolo di bilancio del 3% sul debito pubblico. Una concessione per permettere agli Stati più colpiti dal virus – su tutti, Italia e Spagna – di combattere non soltanto l’emergenza sanitaria, ma anche quella economica.

Con l’entrata in gioco del coronavirus ci si è resi conto che un paese che deve affrontare una tale emergenza, ha anche la necessità di tenere in vita il proprio impianto economico attraverso il sostegno alle attività e alle imprese in perdita, ai lavoratori e al reddito – spiega Teodoro Togati, docente  di Economia politica all’Università degli studi di Torino ed esperto di politiche economiche in situazioni di crisi -. Questa situazione non è conciliabile con il rispetto del patto di stabilità. Ecco perché si è arrivati a questa decisione”. 

Anche la Banca Centrale europea ha deciso di intervenire a sostegno dei paesi dell’unione. “Christine Lagarde ha sposato la politica del  “Whatever it takes” lanciata dal suo predecessore alla guida dell’istituzione, Mario Draghi, nel 2011 per impedire la caduta dell’euro. La Banca Centrale si è impegnata ad acquistare titoli di stato per sostenere il “quantitative easing”, il finanziamento del deficit – aggiunge Togati – Sono due mosse che servono principalmente a calmare i mercati e gli investitori spaventati dall’aumento del debito e dalla potenziale crescita dello spread”. 

Ma a tenere banco in questi giorni è il dibattito tra i leader dell’Unione sull’emissione di Eurobond; un ipotetico meccanismo solidale di distribuzione dei debiti a livello europeo attraverso la creazione di obbligazioni del debito pubblico dei Paesi facenti parte dell’eurozona, da distribuire grazie a un’apposita agenzia dell’Unione europea.

Il premier Giuseppe Conte, con l’assenso di Francia, Spagna e di altri sette Paesi europei, ha sottoscritto una richiesta ufficiale al presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, chiedendo proprio di instaurare “uno strumento comune di debito”. Un appello che si sta scontrando con le resistenze dei paesi del Nord Europa come Germania, Olanda e Finlandia.

Gli analisti sono concordi nell’affermare che lo scenario futuro più probabile sarà quello di una recessione diffusa in tutti i paesi interessati dall’epidemia; il rischio, come spiega il professor Togati è che: “La risposta europea alla crisi potrebbe non essere sufficiente se non si adotterà una risposta economica comune. I singoli stati sono ancora lasciati da soli a gestire il proprio debito pubblico che, in una situazione come questa in cui si spende di più e si incassa di meno con la tassazione, è destinato ad aumentare. Il problema è che non si ancora cosa succederà tra sei mesi o tra un anno: il patto di stabilità per ora è sospeso ma non sappiamo fino a quando o se sia una misura definitiva”.

Gli incontri tra i leader dei prossimi giorni saranno decisivi per decidere il futuro dell’Unione: “Questa emergenza sanitaria ha dimostrato ancora una volta che ci sono dei problemi strutturali importanti. Abbiamo già una moneta unica e si dovrebbe pensare concretamente di gestire un piano di ristrutturazione degli investimenti comuni gestiti non più dai singoli stati. Una politica economica realmente comune che renderebbe l’Europa più simile ad uno stato federale – continua Togati – gli Usa hanno saputo gestire meglio la crisi del 2008 per questo motivo e per superare la crisi attuale hanno già pensato ad una risposta a livello centrale, stanziando circa il 15% del Pil”.

La situazione del Vecchio Continente appare incerta e per ritornare alla normalità sarà necessario investire sul sistema sanitario e sulla salvaguardia dell’ambiente, rilanciare un piano comune che vada al di là dell’emergenza. “Il rischio conseguente a lasciare da soli gli stati è che l’euroscetticismo avanzi e che venga messo a rischio l’intero progetto europeo”, conclude Togati.  

RICCARDO PIERONI

FRANCESCA SORRENTINO

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