Anoressia, tutto iniziò con la danza. La storia di Irene

Irene non ricorda chi era prima, né chi era durante. «È un po’ come se nel mio corpo si fosse infilato qualcun altro e poi, dopo qualche anno, mi avessero rimessa dentro», afferma con lo sguardo sicuro di chi ha combattuto una guerra ed è sopravvissuta.
Irene Quincoces ha 19 anni e da grande vuole fare la veterinaria. Oggi sta bene e studia all’Università di Torino, ma per anni ha sofferto di disturbi alimentari. «È stato un po’ come guarire e dover ricominciare tutto da capo», spiega. «Non saprei dire quali fossero le mie abitudini prima della malattia e nemmeno come mi comportavo durante, è come se nella mia mente non ci fossi stata io. Mi ricordo il dolore, quello sì».
Per Irene tutto è iniziato durante una lezione di danza classica, con il primo passo a due che ha dovuto eseguire e con la sensazione di non essere abbastanza leggera. Poi la malattia è cresciuta e Irene si è fatta ogni giorno più piccola finché, grazie all’aiuto dei genitori e di bravi medici, è riuscita a guarire e a riappropriarsi di sé stessa. «Durante la malattia mi ha aiutato tanto seguire profili Instagram di persone che avevano passato l’anoressia e ne erano uscite», racconta. «Da poco, quindi, ho deciso di aprirne una anche io in cui racconto cos’è un disturbo alimentare, come l’ho affrontato e cosa mi avrebbe aiutato». Oltre a parlarne sui social, recentemente Irene è tornata al suo vecchio liceo per parlare della sua esperienza e rispondere alle tante domande di ragazzi e ragazze. «All’inizio avevo molta paura perché parlare tramite uno schermo è un po’ diverso, ma è stata un’esperienza molto bella e toccante. In molti si sono ritrovati nelle mie parole, o le hanno trovate utili per poter stare vicino a un’amica o un amico».
Sono molte, infatti, le ragazze che soffrono di disturbi alimentari e, ultimamente, il fenomeno si sta diffondendo anche tra i ragazzi. Come Lorenzo, il ventenne di Moncalieri morto per anoressia dopo una lotta durata sei anni. La sua storia ha colpito tante persone, compresa Irene, che lo conosceva: «Ha scosso tutti. Spero che vedere che di questa cosa effettivamente si muore, per quanto sia brutto da dire, possa servire a qualcosa. Anche i suoi genitori stanno facendo tanto per far girare questa notizia e vogliono creare un’associazione».
Nel caso di Lorenzo, la scuola è stata accogliente e disponibile, aiutandolo in tutti modi a tenersi in pari con lezioni e compiti. Spesso, però, la scuola non è in grado di affrontare la gravità di alcune situazioni e preferisce chiudere gli occhi. «Tutti gli anni, nel nostro liceo, inviavano lo psicologo della scuola per parlare di diversi argomenti. Per gli ultimi tre anni, però, solo alla nostra classe, è stata tolta la possibilità di usufruire dello sportello di ascolto», racconta Irene. «Sono stati tre anni molto duri. In classe oltre a me c’erano altre due ragazze che soffrivano di disturbi alimentari e altri avevano perso i genitori. Ma era troppo complicato: ci hanno tolto il supporto psicologico e i professori hanno fatto finta di niente. Era più facile».
La scuola ha, certamente, un ruolo fondamentale non solo dal punto di vista dell’istruzione, ma anche educativo e formativo. Può suonare scontato, ma non lo è. Affrontare problemi come questi non è facile ma è importante che a scuola venga fatto e che i professori siano preparati a farlo: «Da quando ho iniziato a star male per me c’era solo la scuola e avevo dei voti particolarmente alti. Più volte, dai professori, mi è stato detto “Brava continua così!” e quello certamente non ha aiutato», continua Irene.
L’importanza della conoscenza, in questo campo, è cruciale. Gli errori più grandi, spesso, vengono commessi per ignoranza, ingenuità o paura. Parlare di anoressia, bulimia e altri disturbi legati all’alimentazione in modo chiaro, schietto e preciso può aiutare non solo a capire di cosa si tratta, ma anche a imparare a riconoscerli negli occhi di figli, amici e studenti. «Tanti pensano che l’anoressia sia un capriccio», conclude Irene. «Non è così. Si soffre in modo terribile e oltre alle cicatrici che porti dentro, rimangono quelle sul corpo. E sono tante».

IL PARERE DELL’ESPERTA

Il punto e virgola è il simbolo di chi decide di lottare contro il buio. Di chi alla depressione, sceglie la vita. Rappresenta una pausa non definitiva, un momento per fermarsi, respirare e ricominciare una nuova f(r)ase. I disturbi alimentari sono l’espressione esterna di quell’oscurità che si sente dentro, e riuscire a sconfiggerli comporta una vera e propria rinascita. Per vincere il proprio nemico, però, occorre prima conoscerlo.
Valentina Chiorino è una psicologa e psicoterapeuta dell’età evolutiva.

Chi è principalmente colpito dai disturbi alimentari?
Principalmente, problemi di questo genere insorgono durante il periodo adolescenziale, ma ormai si riscontrano anche casi in preadolescenza. Tendenzialmente sono legati al sesso femminile, ma non è raro riscontrarli anche nei ragazzi.

Perché si è abbassata l’età durante la quale si sviluppano disturbi alimentari?
In generale, si entra nell’adolescenza e nella preadolescenza prima. La pubertà è anticipata e le ragazze si sviluppano prima. Questo è legato al modo in cui vivono i ragazzi di oggi, molti aspetti della loro vita si sono velocizzati. Il contatto stretto che hanno con i media, poi, li espone in modo ben più forte rispetto a tempo fa a modelli corporei di un certo tipo.

Quanto conta l’emulazione nell’insorgere di queste patologie?
Durante l’adolescenza il gruppo dei coetanei e il confronto con loro ha un peso significativo. In quella fase della vita, inoltre, il corpo, con tutte le sue trasformazioni e scombussolamenti, è sempre al centro; per cui è certamente un tema che porta i ragazzi a fare tanti paragoni.
L’emulazione, però, da sola non basta. Può esserci un certo tipo di influenza che nasce, magari, guardando un’amica che è molto dimagrita, ma non è mai solo una questione di diminuzione di peso. Ci sono degli aspetti emotivi alla base per cui se l’emulazione prende piede è perché, comunque, ci sono degli elementi nella storia di quella ragazza che in qualche modo la portano verso un disturbo vero e proprio. L’emulazione può essere un fattore passeggero, ma ci vuole un terreno sui cui possa attecchire.

Cosa può fare la scuola?
I professori devono rendersi conto che una persona è fatta di più aspetti. Può essere brillantissima a scuola ma, allo stesso tempo, essere in crisi in altri aspetti della sua vita. A volte la richiesta scolastica non fa altro che accentuare quella tendenza alla perfezione tipica di una ragazza che soffre di disturbi alimentari. La scuola avrebbe bisogno di guardare gli individui in modo più ampio e completo, non solo attraverso la loro performance scolastica.

Articolo tratto dal Magazine Futura uscito il 18 marzo 2020. Leggi il Pdf cliccando qui.

MARTINA STEFANONI

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