Senzatetto a Torino. La situazione in strada e nei dormitori. Mancano guanti e mascherine

I City Angels di Torino in strada con i guanti

Sono più di 50mila le persone che in questo momento non possono rimanere a casa. Sono i clochard, i senzatetto che popolano le strade e i centri storici delle principali città italiane. E che non possono rispettare la misura principale introdotta dai decreti: restare a casa.

“Quando si opera con leggi in situazioni di emergenza risulta difficile tenere a mente tutti gli aspetti che si vanno a toccare”, afferma Stefano Turi, consigliere nazionale di Avvocato di Strada. L’associazione, che fa parte della fio.PSD – Federazione Italiana Organismi per Senza Dimora – da più di una settimana ha lanciato l’allarme: si stanno facendo multe ai clochard. Il primo caso di cronaca è avvenuto a Milano, il 12 marzo: un senzatetto di origini ucraine è stato fermato dalla polizia. Da lì è partita la campagna social promossa da Avvocato di Strada: #iovorreirestareacasa. Un appello è stato rivolto al premier Conte, ai presidenti delle Regioni e ai sindaci dei Comuni.

L’emergenza Coronavirus crea altri problemi, mette a repentaglio la tenuta dei dormitori e delle mense, dei servizi sociali che tanti operatori ogni giorno offrono ai senzatetto. “In questo momento tutto si basa sulla professionalità e sulla buon’anima delle persone”, sostiene Turi.

L’avvocato – volontario nella sede torinese di Avvocato di Strada – rileva poi una questione che rischia di passare in secondo piano. “Nelle strutture sanitarie un clochard con una residenza fittizia rischia di non accedere a una lunga degenza da ricovero”. Una degenza che potrebbe scaturire nel caso di contagio. “Come può un un senzatetto farsi curare?”.

Anche se i clochard di per sé sono relativamente emarginati, possono rischiare lo stesso il contagio. “La vita dei senzatetto è una ricerca continua al soddisfacimento dei propri bisogni, come bere e mangiare. I contatti ci sono e possono avvenire nelle mense e nei dormitori”, spiega Turi.

La situazione nei dormitori torinesi

Ma le mense sono state chiuse. Le strutture di accoglienza di Torino lavorano come sempre in rete. Ciascun singolo dormitorio si attrezza per la protezione degli operatori ai quali è stata fornita solo l’amuchina. I gestori devono reperirsi a fatica mascherine, termometri e guanti. “È tutto molto complicato”, osserva Patrizia Ghiani, operatrice della Casa di ospitalità notturna del Gruppo Abele di via Pacini, dedicata all’accoglienza di sole donne.

“Appena iniziata l’emergenza – ricorda Ghiani – gli uffici centrali del Comune hanno contattato tutti i dormitori per ridimensionare gli spazi in modo che fosse rispettata la distanza di un metro e mezzo tra gli ospiti. Ciò ha penalizzato sul piano della capienza”.

La Casa aveva in un primo momento subito sospeso il servizio mensa che eroga per cena, limitandosi a distribuire frutta e cibi confezionati. Oltretutto il numero di volontari in cucina si è ridotto; i più anziani devono restare a casa. Per fortuna un ristoratore torinese si è offerto di consegnare gratuitamente pasti facilmente distribuibili. Ora le donne possono cenare a turno nel salone, per evitare assembramenti.

Ci sono momenti in cui ti puoi girar dall'altra parte, oggi non è più possibile.
Se vuoi salvarti tu, devi salvare anche chi ti sta vicino

Bisognerà organizzare tutta l’attività legata all’ospitalità diurna in modo che sia sicura per tutti. “Questa situazione – fa notare Patrizia Ghiani – mette in evidenza, ogni giorno che passa, che siamo un sistema di persone, che non ci sono persone di serie A o di serie B. La tutela personale passa attraverso quella di tutti. I senzatetto sono un problema sempre, non solo oggi. Ma oggi è una questione che riguarda tutti. Ci sono momenti in cui ti puoi girar dall’altra parte, oggi non è più possibile. Se vuoi salvarti tu, devi salvare anche chi ti sta vicino. Non siamo ancora consapevoli del fatto che siamo soggetti interconnessi”.

La situazione nelle strade

Tra le persone che vanno in contatto di frequente con i clochard ci sono i volontari di strada. A Torino, dove si è registrato un aumento dei senza dimora, esistono almeno sette associazioni che contribuiscono a offrire loro un pasto caldo e un po’ di compagnia. “Non abbiamo alcuna direttiva, noi stiamo andando avanti e ci organizziamo come possiamo”, racconta Nicoletta Ange, coordinatrice dei City Angels. Titolare di un’impresa di servizi, Ange, insieme ad altri volontari, continua ad uscire in strada, anche se non tutte le sere. Gli operatori più anziani sono rimasti a casa, gli altri girano muniti di guanti e mascherine. “Andiamo avanti in qualche maniera, con tutte le precauzioni che il momento richiede”. La macchina della solidarietà non si è fermata, anche perché la Croce Rossa torinese garantisce una copertura quotidiana.

Volontari dei City Angels sotto i porticati torinesi

Il punto di vista dei clochard sugli eventi mondiali in corso è differente. “Non possiedono tutte le informazioni da cui siamo bombardati quotidianamente – osserva la volontaria –. Noi e le altre associazioni cerchiamo di informali il più possibile. Anche se loro sono meno a rischio, non fanno congregazione, non hanno tanti contatti sociali. Già normalmente pochi li considerano, solitamente sono sempre là fuori, uomini e donne soli”. I City Angels distribuiscono anche i pacchi per le famiglie più bisognose e rimaste in quarantena a casa, con la collaborazione del banco alimentare. Il pacco famiglia consiste in una spesa essenziale: pasta, zucchero, caffè.

Raccolta fondi per i senzatetto

Intanto, la catena della solidarietà si è attivata. Anche Città Metropolitana di Torino sostiene la raccolta fondi di Eppelà, una realtà che si occupa di crowdfunding e che si è messa a disposizione
gratuitamente. Il ricavato sarà destinato all’acquisto di materiali utili per affrontare l’emergenza sanitaria (mascherine, tute, termometri) e per evitare la chiusura o il ridimensionamento dei servizi per i senza dimora.

L’appello dell’arcivescovo Cesare Nosiglia

Ai parroci torinesi giunge l’appello dell’arcivescovo Cesare Nosiglia. L’alto prelato chiede ai sacerdoti di “mettere a disposizione una sala, ad esempio, dell’oratorio (al momento inutilizzato) con adiacenti servizi igienici per ospitare – tra le 9 e le 17 di ogni giorno – un piccolo gruppo di tre o massimo quattro persone senza dimora (che frequentano lo stesso dormitorio)”. Così si potrebbe far fronte al problema diurno.

RICCARDO PIERONI 

NICOLA TEOFILO

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