Raccontare, camminando a fianco. Nicola Zolin e la crisi dei rifugiati

L’Unione Europea accusa la Turchia, ma dovrebbe interrogarsi su come ha affrontato l’emergenza dei rifugiati negli ultimi anni. Questo emerge dal racconto di Nicola Zolin, giornalista freelance di 36 anni che collabora con Corriere della Sera, Left e testate estere come il quotidiano olandese de Volkskrant. Pochi giorni fa è stato testimone della crisi al confine greco-turco. Dopo aver avuto la notizia della decisione del governo di Erdogan da un amico siriano, ha deciso di mettersi in viaggio con un gruppo di profughi: questo gli ha permesso di toccare con mano la trepidazione di tanti rifugiati in cerca di una speranza. Genti di provenienze diverse, trattenute in Turchia da anni dall’accordo stretto da Ankara con l’Ue e non coinvolte nei recenti sviluppi della crisi di Idlib in Siria. Hanno visto nell’apertura del confine la grande occasione, ma alle soglie dell’Europa sono state fermate anche con violenza dalle forze dell’ordine greche.

Che cosa puoi raccontare dei rifugiati che hai incontrato in viaggio verso la Grecia?
Non si tratta di rifugiati che stanno scappando da Idlib, se non in minima parte. I confini con la Siria sono tuttora chiusi e il loro dramma si sta consumando nei campi profughi. Le persone che si sono radunate al confine greco-turco in queste settimane provengono anche dall’Afghanistan, dall’Iraq, dalla Somalia, dal Nord Africa. Per loro la Turchia doveva essere un luogo di passaggio verso l’Europa, ma per anni la loro unica possibilità è stata rivolgersi ai trafficanti. Molti non si sono mai integrati, non hanno trovato un lavoro, si sentivano discriminati e hanno deciso di abbandonare il poco che avevano pensando di trovare davvero la via per l’Europa aperta. Negli ultimi anni però la Grecia è stata abbandonata dall’Unione Europea e da settembre gli arrivi nelle isole dell’Egeo sono stati moltissimi. Questo ha contribuito a spingere il governo greco a far ricorso alla forza.

Perché le migrazioni ti stanno così a cuore?
Ho iniziato a lavorarci nel 2015. Ho vissuto ad Atene nei mesi di massima tensione con l’Unione Europea e della crisi dei rifugiati. Per più di un anno mi sono occupato quasi solo di questo spostandomi nelle isole, al confine macedone, in Albania, lungo la “rotta balcanica”. Era il tema politico più importante a livello europeo, ma mi stava a cuore anche dal punto di vista personale: molti rifugiati provenivano da paesi in cui ho viaggiato in Oriente, sentivo una grande connessione con la loro cultura, ero affascinato dal trovarmi in compagnia di persone che viaggiassero verso l’Europa con un sogno, una necessità. Da allora quando succedono degli avvenimenti sono molto sensibile, ma queste vicende le ho coperte anche in periodi in cui i media si sono dimenticati di parlarne.

Ti sembra che il mondo dell’informazione riconosca il lavoro di chi va in prima linea?
Dire solo di no sarebbe una risposta facile. La stampa italiana in questo momento non permette di svolgere questo lavoro nel migliore dei modi, molte volte non riconosce i costi finanziari e umani, i sacrifici che occorrono per lavorare in certi contesti. Credo però che stia anche al giornalista essere sveglio e trovare i modi per farcela. Ci sono molti sistemi per riuscire a vivere da freelance: creando contatti con testate, magazine, radio. Da fotografo poi posso provare a lavorare con tutto il mondo. Conta molto sfruttare i momenti chiave in cui ti trovi nel posto giusto: ci sono periodi come questo in cui anche da freelance hai modo di lavorare ininterrottamente per più di un mese. Quindi non voglio tracciare un quadro drammatico, l’importante è vivere secondo le possibilità che offre il mondo, non solo l’Italia.

Quali progetti hai per il futuro prossimo?
È in uscita il mio secondo libro, un reportage lungo di fotografie e testi sull’accoglienza a Riace. Il primo è stato I passeggeri della terra ed è il racconto di un viaggio che ho intrapreso senza soldi con due amici dall’Olanda al Brasile, unesperienza trasformativa.
Appena possibile vorrei riprendere un lavoro sulle attività sportive e artistiche dei ragazzi della Striscia di Gaza. Vorrei tornare in Iran, sviluppare progetti in Etiopia e Sudafrica, ma in questo momento non ho molta voglia di prendere decisioni individuali. Devo vedere prima come si sviluppa la realtà intorno ai miei familiari. Sento il bisogno di restare vicino a loro e rallentare.

Ascolta “Nicola Zolin e la crisi dei rifugiati ai confini dell’Europa” su Spreaker.

LUCA PARENA

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