La salute a portata di clic, ma attenti alla privacy

Un’app per monitorare il battito cardiaco, una per segnare l’inizio del ciclo mestruale. Lo smartwatch sa quando andiamo a dormire e quando ci svegliamo, dove andiamo, quanti passi facciamo durante una giornata e quante rampe di scale saliamo. Ancora, grazie a un chip impiantato sotto la cute, in Piemonte alcuni diabetici hanno la possibilità di tenere sotto controllo i picchi glicemici e di prevederli, per intervenire tempestivamente. La salute è ormai a portata di smartphone, o meglio, di strumenti wearable, cioè indossabili, come telefoni e braccialetti connessi alla rete, oppure occhiali per la realtà aumentata. Se non di strumenti che entrano a far parte del corpo.

«La questione ha due aspetti, uno positivo e uno potenzialmente problematico», commenta Juan Carlos De Martin, docente del Dipartimento di Automatica e Informatica del Politecnico di Torino e fondatore e direttore del Centro Nexa su Internet e Società. «L’applicazione del digitale in ambito sanitario ha un potenziale strabiliante: moltissimi se ne stanno occupando ed è possibile che ci siano avanzamenti straordinari nel settore, soprattutto per quanto riguarda la personalizzazione delle cure e la prevenzione».

Così, eccoci pronti ad affidare ai nostri telefoni e orologi connessi alla Rete tutte le informazioni possibili: «L’altro aspetto rende però necessario prestare attenzione al fatto che questi dati sono quanto di più intimo abbiamo: parlano dalla nostra vita, delle malattie che potremmo avere, di come ci comportiamo, dei movimenti che facciamo – aggiunge De Martin – I dispositivi digitali potrebbero aiutarci nella prevenzione e per produrre cure più efficaci, ma potrebbero anche essere usati contro di noi in maniera devastante. Penso a un sensore che mi serve per sapere quanto corro o cammino: se sfruttato in modo infedele da un’assicurazione, potrebbe darle la possibilità di sostenere che, non facendo io abbastanza attività fisica, cancellerà la polizza o aumenterà il premio».

Non è difficile immaginare altri esempi di come questi dati possano essere usati in modo pregiudizievole: «Un datore di lavoro potrebbe collegare il fatto che la notte io non abbia dormito abbastanza a una supposta distrazione durante il giorno – dice De Martin, recentemente nominato nel gruppo di lavoro sul fenomeno dell’odio online istituito dal Governo, voluto dalla ministra torinese Paola Pisano – Ecco perché è fondamentale trovare un modo per cogliere, se non tutti, almeno buona parte dei benefici di questi strumenti, senza trasformarci in esseri privi della benché minima privacy».

Secondo il professore, individuare vie d’uscita non è impossibile: «Un modello politico generale, che può riguardare tanto il digitale quanto il nucleare o l’auto elettrica, è quello del vaglio preventivo. Inoltre è importante attivare l’immaginazione tecnologica che ci consente di contemplare caratteristiche diverse. In concreto, il modello che per ora ci è stato imposto è che tutti gli apparecchi sono connessi a Internet e mandano dati ad alcuni giganti come Google e Facebook, che li elaborano, e poi Siri o un altro assistente analogo ci risponde; è un sistema iper centralizzato, che risucchia i dati dal mondo e le manda a grandi aziende che assumono sempre più potere, ma non è l’ unico possibile».

Non è la sola strada: «Un’ipotesi potrebbe essere quella di imporre che i dati raccolti vengano elaborati del tutto o parzialmente in locale, cioè direttamente dal telefonino o dal computer che li raccoglie, senza che siano trasmessi ad altri, oppure con rigidissime procedure di anonimizzazione. I giganti del web sostengono che il sistema che collega tutto con tutto funzioni meglio, ma noi potremmo rispondere che andrebbe bene anche se i risultati fossero il 90% ma con un modello più decentrato, che garantisca una migliore tutela della privacy. Serve trovare modi per contemperare lati positivi e negativi». La grande sfida della cyber-sanità è aperta.

ADRIANA RICCOMAGNO

L’articolo è tratto dall’ultimo numero di Futura: per leggerlo clicca qui.

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