Sanità in Piemonte: il “paradiso delle cure” può attendere

Foto di Ryan McGuire da Pixabay

A.P, 87 anni, affetto da Parkinson, ha atteso oltre cinque mesi prima di vedersi riconosciuto il diritto al ricovero presso una struttura residenziale sanitaria. F.S. ha la demenza senile e per circa un anno ha dovuto pagare di tasca propria il ricovero, 18mila euro. V.L., colpita da ictus, è riuscita a completare il proprio inserimento in una struttura solo dopo aver rivendicato il diritto alla continuità delle cure. Attualmente i pazienti come questi in Piemonte sono oltre 26mila. Tra loro quasi 16mila chiedono prestazioni domiciliari e un contributo sanitario per gli oneri di cura cui devono far fronte. Gli altri 10mila “ambiscono” a un posto letto convenzionato in una struttura residenziale socio-sanitaria. Molti di loro sono lì ricoverati a loro carico nonostante il compito di assicurare il percorso di continuità delle cure sia della Regione, attraverso le Asl, e non dei malati o dei loro parenti. Eppure, spiega Andrea Ciattaglia, portavoce della Fondazione Promozione Sociale, una delle organizzazioni più attive nella tutela del diritto alla salute in Piemonte, la sanità piemontese non è in deficit dal 2005: «È la Regione, semmai, ad aver accusato un disavanzo di 7,2 miliardi, il secondo più alto dopo quello del Lazio».

PIANO DI RIENTRO La sanità piemontese ha affrontato dal 2013 al 2018 un periodo di crisi che ha comportato una crescente difficoltà di accesso alle cure, ma anche tagli a prestazioni e servizi sanitari, blocco dei turnover e delle assunzioni, ticket salati, code e liste d’attesa. I direttori di struttura complessa nel 2010 in Piemonte erano 818, nel 2017 erano 555: ben 263 in meno, pari a una riduzione del 32%.
Guardando poi ai responsabili di struttura semplice, si passa dai 1160 del 2010 ai 707 del 2017: una riduzione del 39%. Sono alcuni degli esiti portati dagli anni del piano di rientro (Pdr), cioè l’accordo tra Stato e Regione finalizzato a verificare la qualità delle prestazioni e raggiungere il riequilibrio dei conti dei servizi sanitari regionali. Un vero e proprio programma di ristrutturazione che incide sui fattori di spesa sfuggiti al controllo delle Regioni.

LE STORIE F.S., la signora con demenza senile, è stata costretta a pagare di tasca propria il ricovero perché l’Asl di competenza aveva definito “differibile” il suo caso, cioè non così urgente da necessitare una erogazione tempestiva del servizio di assistenza. Proprio per questo i familiari, non avendo avuto risposte positive dal servizio pubblico e non essendo stati informati sugli obblighi dell’Asl di garantire cure, si sono rivolti al mercato privato. Fondazione Promozione Sociale ha intercettato la loro storia e consigliato di richiedere all’azienda sanitaria la quota che spettava loro di diritto (e che avrebbe coperto il 50% delle spese di assistenza degenza) e/o decidere se portare la paziente al pronto soccorso, cioè sotto tutela e assistenza del servizio sanitario nazionale. Alla risposta dell’Asl, che aveva assicurato loro – però senza limiti di tempo – una nuova valutazione del caso, la famiglia ha dovuto ricorrere al ricovero ospedaliero presso le Molinette. Quest’ultima strada, scelta dalla famiglia di fronte alle mancate risposte, ha portato all’opposizione alle dimissioni e alla richiesta di presa in carico del paziente in una struttura dove tutt’ora la signora sta continuando il suo ricovero. La famiglia di M.R., una paziente non autosufficiente con la sola pensione di reversibilità del marito e assistita a casa (in Borgo Filadelfia) da una badante convivente, aveva richiesto all’Asl di Torino un contributo economico che riconoscesse le spese affrontate per la cura a domicilio della signora. Solo dopo diversi mesi di sollecitazioni M.R è riuscita ad ottenere un assegno di cura di 675 euro che ha permesso di coprire parte del pagamento della badante (che rappresentava un impegno economico mensile di oltre 2mila euro).

I COSTI Attualmente, a Torino, con il sistema dell’assegno di cura sono prese in carico circa 4mila persone. «Si tratta del metodo più richiesto dai pazienti e anche del più economico. Il ricovero ospedaliero implica una spesa di 600 euro al giorno, quello presso una casa di cura tra i 150 e i 250, mentre un giorno di assistenza domiciliare costa 25 euro: le proporzioni sono ben diverse» spiega Ciattaglia. Una difficoltà che vede tutti d’accordo: «Siamo usciti dal piano di rientro a febbraio 2017 e a tre anni di distanza ci ritroviamo di nuovo in una situazione di allarme per i conti.
La nostra è l’unica regione del Nord Italia ad avere questi problemi. Quello che auspichiamo è che se ci sono sprechi devono essere fotografati e limitati. Inoltre chiediamo che la sanità venga gestita con efficienza a partire dal blocco del taglio al personale», sottolinea Chiara Rivetti, segretaria nazionale di Associazione medici dirigenti. Il rischio attuale è quello di indire un nuovo programma di tagli. «Quando a luglio avevo denunciato la drammaticità di questa situazione ero stato accusato di allarmismo. Negli ultimi tre anni abbiamo vissuto ben al di sopra delle nostre possibilità. Adesso dobbiamo rendere il sistema sostenibile e dare vita a una strategia di efficientamento», sostiene l’assessore alla sanità della regione Piemonte Luigi Genesio Icardi. Insomma, per i pazienti il “paradiso delle cure” può attendere.

RICCARDO LIGUORI

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