Diritti in cambio di soldi, cosa c’è scritto nella nuova bozza del memorandum Italia-Libia

160729-N-EU999-004 MEDITERRANEAN SEA (July 29, 2016) Migrants aboard an inflatable vessel approach the guided-missile destroyer USS Carney (DDG 64). Carney provided food and water to the migrants aboard the vessel before coordinating with a nearby merchant vessel to take them to safety. Carney is forward deployed to Rota, Spain, and is conducting a routine patrol in the U.S. 6th Fleet area of operations in support of U.S. national security interests in Europe. (U.S. navy photo by Chief Information Systems Technician Wesley R. Dickey/Released)

L’Italia chiede a Tripoli più diritti per i migranti, in cambio è pronta a pagare. È quello che si legge nella bozza della proposta di rinegoziazione del memorandum libico, pubblicata integralmente in esclusiva da Avvenire.

Buone intenzioni da parte dell’Italia, che pretende siano rispettati i diritti umani seguendo i dettami indicati dalle agenzie umanitarie dell’Onu impegnate sul campo. In cambio però Roma si impegna a fornire alla Guardia Costiera di al-Sarraj fondi, equipaggiamenti, corsi di formazione e supporto tecnico.

Nel testo si riconosce come il traffico di esseri umani sia una vera e propria fonte di reddito per intere aree della Libia, per cui si propone di “avviare programmi di sviluppo, attraverso iniziative capaci di creare opportunità lavorative ‘sostitutrici di reddito’ nelle regioni libiche colpite dai fenomeni dell’immigrazione irregolare, traffico di esseri umani e contrabbando”. In altre parole, l’Italia si impegna a contrastare il traffico di esseri umani pagando chi fino a ora l’ha reso un mestiere. Un contributo economico del valore di 800 milioni di euro, secondo quanto riportato dal giornalista Nello Scavo nel quotidiano della Cei. Una cifra non presente in nessun documento ufficiale ma che circolerebbe tra la Farnesina e il Viminale.

I centri di detenzione, riconosciuti a livello internazionale come luoghi in cui le autorità libiche perpetrano violenza sui rifugiati, nel testo della bozza si trasformano in ‘centri di accoglienza’. Gli stessi luoghi indicati dall’alto commissario Onu per i rifugiati Filippo Grandi, come dei “veri e propri campi di concentramento”; teatri di abusi, tortura, stupri, come ribadito nei dossier delle Nazioni Unite. Anche di queste parole, nella bozza di revisione del memorandum non c’è traccia.

Sul fronte libico, ma dall’altra parte dell’oceano, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu a New York ha adottato una risoluzione che riconosce i 55 punti adottati a Berlino, con un documento che chiede l’impegno delle parti in guerra al cessate il fuoco duraturo, insiste sul pieno rispetto dell’embargo sulle armi che è stato ripetutamente violato e ribadisce l’impegno assunto da tutti i partecipanti alla conferenza tedesca di astenersi dall’interferire nel conflitto.

Il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio è volato ieri mattina a Tripoli per discutere, tra le altre cose, della bozza del memorandum – inviata lo scorso 9 febbraio – con il premier libico al-Sarraj e il ministro dell’Interno Fatti Bashaga. Oggi invece, Di Maio è atteso a Bengasi dal generale Haftar.

ROBERTA LANCELLOTTI

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