Brexit, cosa cambia?

Dallo scoccare della mezzanotte italiana e delle 23 inglesi del 31 gennaio 2020 la Brexit diventa realtà: la Gran Bretagna è fuori dall’Unione Europea. Una svolta maturata in tre anni e mezzo dalla vittoria del Leave al referendum del 2016 e certificata dal voto del Parlamento Europeo del 30 gennaio 2020: 621 sì, 49 no, 13 astenuti. In realtà, il cambiamento vero e proprio avverrà con la fine del 2020, fino al 31 dicembre è in vigore un periodo di transizione durante il quale le regole sulle dogane, sui mercati e sulla libertà di movimento delle persone restano sostanzialmente uguali a prima.  Anche se dal, 1 febbraio, i 66 milioni di cittadini britannici non possono più dirsi cittadini europei, almeno formalmente.

COSA CAMBIA?

I primi cambiamenti saranno di tipo simbolico: i vessilli europei scompariranno dai palazzi inglesi, la Union Jack dall sedi dell’Unione. Dal punto di vista politico il Regno Unito torna a essere Paese terzo, come era stato fino al 1973, e rinuncia a 73 deputati. Londra rinuncia poi al suo commissario europeo ed esce immediatamente dai vertici dei 27.

Per gli europei che vivono nel Regno Unito cambia poco: sarà necessario  registrarsi al ministero dell’Interno e presentare domanda per continuare a vivere a Londra (settlement scheme) oltre il 30 giugno 2021 come residenti permanenti o provvisori. Alcuni italiani che vivono in Inghilterra stanno già cercando di ottenerla, come testimoniano le interviste di Futura News del 13 dicembre 2019.

Per chi invece vorrà recarsi in Inghilterra, le nuove politiche migratorie tenderanno a privilegiare i lavoratori qualificati come docenti e medici. Chi dall’Europa si muoverà per lavorare nei bar o nei ristoranti, dovrà già possedere un contratto prima di partire, con una permanenza limitata di un anno al massimo, senza maturare il diritto di residenza. Per i lavoratori qualificati, invece, i visti di lavoro permetteranno di ottenere più facilmente la residenza permanente. Dal 30 giugno 2021 si parlerà definitamente di stop alla libertà di movimento che in Gran Bretagna eguaglierà europei ed extracomunitari, con l’obbligo di passaporto e visti per i turisti.

Andrew Hurst è un giornalista londinese in pensione che ha lavorato in Italia, Russia, America Latina, e ora trascorre 3-4 mesi all’anno da noi, il resto dell’anno in altri Paesi. Ma sua figlia è ancora a Londra, e lui continua a mantenere rapporti stretti con il suo Paese. Racconta di aver seguito quasi ossessivamente la situazione della Brexit in questi quasi quattro anni. “Credo che tante cose siano ancora da definire, – dice Hurst – per oggi l’uscita è solo formale. I prossimi 11 mesi non basteranno a definire i rapporti tra Gran Bretagna e gli altri stati dell’Unione. Mi sembra una situazione un po’ ‘caotica’ per il momento e che la posizione del governo sia quella di scegliere chi debba entrare e chi no. Non lo vedo come un tentativo di bloccare definitivamente le frontiere: ci sarà maggiore selettività, attraverso un sistema sulla falsariga australiana, dove ogni persona in entrata nel Paese deve presentare le qualifiche in suo possesso”. L’intenzione, spiega, è probabilmente quella di rendere più facile l’assunzione di manodopera locale nei lavori non qualificati: “Ma gli inglesi sono oggi sempre meno portati per questi impieghi e, quindi, con il tempo, si creeranno problemi a livello di produzione. I cambiamenti adottati nei confronti di chi entrerà in l’Inghilterra si ripercuoteranno anche negli altri Paesi, ovvero sugli inglesi all’estero”.

Hurst, tuttavia, chiude con una nota di ottimismo: ” Si svilupperanno dei ‘concordati’, – afferma – a nessuna delle due parti converrà escludere definitivamente l’altra, per rapporti commerciali, lavorativi, ed economici. C’è un tale livello di integrazione a livello di logistica che è difficile possano saltare tutti gli accordi a breve. La Gran Bretagna non esce dall’Europa, esce dagli accordi commerciali. Io credo che ci vorranno 5-10 anni per tirare le somme sulla Brexit”.

VALERIA TUBEROSI

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