Regno Unito, guida alle elezioni

  1. Il Regno Unito torna al voto. Dalle 7 di questa mattina (le 8 italiane), giovedì 12 dicembre, alle 22 di stasera, in Gran Bretagna saranno nuovamente aperte le urne: 45 milioni di cittadini britannici sono chiamati ad eleggere i 650 membri della Camera dei Comuni. L’assemblea è stata sciolta lo scorso 6 novembre, dopo l‘approvazione di una legge – proposta dal primo ministro Conservatore Boris Johnson – che ha consentito lo scioglimento anticipato del Parlamento.

Il voto arriva a soli due anni e mezzo dalle ultime elezioni generali (2017) – volute dall’ex prima ministra Theresa May – ma soprattutto a più di tre anni dal referendum sulla Brexit (23 giugno 2016). 

Sarà il prossimo Parlamento – cioè quello che verrà eletto oggi – a decidere i termini dell’uscita di Londra dall’Unione Europea. A fine ottobre Bruxelles aveva concesso all’assemblea di Westminster una nuova proroga (la terza negli ultimi sette mesi) che ha fissato il 31 gennaio 2020 come ultima data utile per ratificare un nuovo accordo.

I partiti

Nel 2017 Theresa May aveva chiesto le elezioni anticipate con un obiettivo: ottenere un mandato pieno per governare. Le urne si rivelarono però una brutta sorpresa e un mezzo disastro per i Conservatori: testa a testa nel voto popolare con i Laburisti (42% a 40%) e Parlamento spaccato.  La speranza di Boris Johnson – nel luglio scorso subentrato alla May nella guida del partito e del paese – è quella di conquistare una netta maggioranza, in modo da superare lo stallo di questi mesi e far passare un accordo definitivo con l’UE per la Brexit. L’ex sindaco di Londra ed ex ministro degli Esteri britannico in queste settimane si è presentato come il “campione del popolo” e dell’ “anti – establishment”, nonostante il suo partito abbia governato il Regno Unito negli ultimi nove anni. L’operazione di Johnson – che ricorda da vicino quella di Donald Trump nelle elezioni americane del 2016 – ha uno scopo: convincere parti di elettorato tradizionalmente schierate (per esempio le roccaforti laburiste del Galles) a sposare la causa della Brexit.

Il principale avversario di Johnson è Jeremy Corbyn, leader del partito Laburista dal 2015. L’autore della clamorosa rimonta del 2017 – il partito di sinistra ha sfiorato il 40% – punta a costituire una coalizione alternativa per fermare l’avanzata dei Conservatori e per rinegoziare in termini più “europeisti” l’accordo sulla Brexit. I Laburisti hanno puntato la loro campagna elettorale su parole opposte e in antitesi alle idee neoliberiste di Johnson e dei Conservatori. Gli uomini di Corbyn hanno promesso numerose nazionalizzazioni e una sensibile espansione del welfare e dello Stato nella vita dei cittadini.

Gli altri partiti che possono concorrere a qualche seggio in Parlamento sono i liberal democratici della giovane leader Jo Swinson, autori di un clamoroso 20% alle ultime elezioni europee ma dati però in forte calo; lo Scottish National Party della premier locale Nicola Sturgeon; il partito verde d’Inghilterra e Galles (GPEW); il partito nazionalista gallese Plaid Cymru e i nazionalisti repubblicani nordirlandesi di Sinn Féin. Lo Scottish National Party – da sempre contrario alla Brexit – in caso di buona affermazione elettorale potrebbe chiedere un nuovo referendum per l’indipendenza della Scozia. 

Il sistema di voto

Il sistema elettorale britannico premia i partiti che riescono a concentrare i loro voti in pochi collegi. Il paese ha un sistema maggioritario relativo. Il Regno Unito viene suddiviso in 650 collegi elettorali tra Inghilterra (533), Scozia (59), Galles (40) e Irlanda del Nord (17), corrispondenti al numero dei seggi della Camera dei Comuni, l’assemblea parlamentare che vota la fiducia al governo. Il sistema elettorale prevede la costituzione di collegi uninominali chiamati “constituency“. Ogni partito candida una sola persona in ciascun collegio e il singolo candidato che prende più voti viene eletto. Il partito che raggiunga la maggioranza assoluta di seggi nella Camera dei Comuni (326) ha diritto a formare un nuovo governo e il suo leader diventa primo ministro. Nel caso in cui nessuna formazione riesca ad ottenere la maggioranza si verifica una circostanza accaduta diverse volte negli ultimi anni: l’“Hung Parliament”, il “Parlamento sospeso”. Il partito che non ha i numeri per ottenere alcun voto di fiducia è costretto così a cercare alleati direttamente in Parlamento per dare vita a possibili coalizioni. 

RICCARDO PIERONI 

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