La via impervia delle startup

“Città dell’innovazione”. “Città delle startup”. Così un certo storytelling degli ultimi anni tende a descrivere Torino. Ma a mettere in discussione, in parte, questa narrazione, sono i dati. In Piemonte, sono solo 502 le startup innovative registrate all’elenco della Camera di Commercio, con la regione che si piazza al quinto posto in Italia, dietro a Lombardia, Lazio, Emilia Romagna e Campania. Se si considera poi il quoziente di densità di queste imprese, il Piemonte, con 1,8 startup innovative ogni 10 mila persone, si colloca in coda alla classifica italiana (la Lombardia ha un indice di densità di 15, l’Emilia Romagna di 19). Inoltre, in Piemonte, il tasso di mortalità delle startup a 5 anni dalla loro nascita è del 55%. Per quanto riguarda poi in particolare la città di Torino, le start up innovative registrate alla Camera di Commercio sono solo 364 (a Milano sono 2008), il 3,38% sul totale nazionale di queste imprese, dietro anche a Roma e Napoli. Eppure Torino ha l’I3P, l’incubatore di start up del Politecnico che è stato da poco riconosciuto come Miglior Incubatore Pubblico su scala globale; la città ospita diversi eventi sul tema e ha il più grande club di investitori su queste imprese in Italia. Dietro la facciata “splendente” delle start up però si nasconde una via spesso impervia, tutta in salita, come raccontano gli stessi fondatori di queste imprese. 

“Il vero problema delle startup a Torino è la fase iniziale, quando l’impresa si deve far conoscere”. A parlare è Maurizio Campia, 25 anni, che da un anno ha avviato la sua startup “Pharmercure”, una specie di farmacia a domicilio, che ha da poco ricevuto i primi finanziamenti. “Io mi sono creato da solo una rete di contatti. La città in questo senso non ti aiuta. Gli stessi eventi che sono creati per promuovere il mondo delle startup spesso poi restano fini a se stessi, non hanno un prosieguo concreto” lamenta Campia. Poi ci sono i finanziamenti, che a Torino sono pochi perché non esistono fondi venture capital sul territorio, che invece ci sono a Milano e a Roma. “In compenso ci sono molti capitali privati, ma sei tu che li devi cercare e non sempre sono raggiungibili. Io sono stato fortunato” racconta Campia. Eppure Torino, secondo lo startupper, avrebbe tutte le potenzialità per diventare la città delle startup: “Il tessuto imprenditoriale sta pian piano cambiando e le facoltà universitarie si stanno avvicinando a questo mondo. L’idea della stessa “Pharmecure” è nata da un corso universitario. Ma la città, secondo Campia, non può essere ancora definita una “startup city”: “Siamo ancora lontani almeno due anni dal poterla considerare tale, soprattutto se il paragone è con la città di Milano. Qui a Torino manca la cosa più importante che è il dialogo tra i principali attori della catena di valore”. 

Dietro il mondo delle startup a Torino si celano però anche difficoltà burocratiche. Barbara D’Amico ha fondato la start up sull’editoria “Viz&chips”, che è entrata sul mercato nel 2017 e che ha come obiettivo quello di semplificare i dati per realizzare data game e infografiche. D’Amico è riuscita ad accedere al tessuto imprenditoriale della città, ma con fatica. “Il problema principale è stato registrare la mia start up tra quelle innovative della Camera di Commercio di Torino, cosa che permette di ricevere alcuni finanziamenti. Negli anni passati tante start up hanno cercato di truffare il sistema della Camera di Commercio iscrivendosi come innovative quando non lo erano. Ora così è tutto più difficile per le start up che davvero lo sono”. 

Ma la situazione di Torino è solo la rappresentazione in piccolo di un sistema italiano che fa ancora fatica ad entrare nel mondo delle startup. Adriano Farano è uno startupper che dall’Italia si è trasferito nella Silicon Valley. Ha raggiunto il successo con la startup Whatchup, nata con l’obiettivo di creare un telegiornale personalizzato per gli utenti su mobile e connected tv. Secondo Farano sono due i principali problemi di queste imprese in Italia, l’ecosistema e i finanziamenti. “Una startup, per crescere, deve trovarsi in un ecosistema che glielo permetta. In Italia invece manca un’adeguata formazione universitaria su questo ambito, una cultura d’impresa e un mercato ricettivo; infine mancano i finanziamenti, spesso anche nella fase preliminare dell’impresa”. Farano parla anche del ruolo degli incubatori di startup, che nella Silicon Valley sono tanti e che allo startupper sono stati utili per la riuscita di molti progetti. Quegli incubatori in cui la città di Torino eccelle e dove, secondo un’indagine della Camera di Commercio del 2019, nasce il 24% delle start up piemontesi. “Nel solo anno 2019 I3P ha incubato 20 startup partendo da 144 progetti seguiti” racconta il direttore dell’incubatore del Politecnico Enrico Ghia. Il numero totale di startup incubate da I3P dal  2011 (calcolato al 5 febbraio 2019) è di circa 235, di cui 156 ancora in attività. A lui si aggiunge il direttore dell’incubatore dell’Università di Torino Giuseppe Serrao: “2i3t dal 2007 ha lanciato ben 85 start up. L’85% di queste oggi è ancora vivo”. 

Ma il lavoro degli incubatori evidentemente non basta. Torino è forse sulla buona strada per diventare una “startup city”, ma non lo è ancora. E non lo è anche perché è la stessa Italia a non essere ancora un paese per startup.

Nadia Boffa

Articolo tratto dal Magazine Futura uscito il 27 novembre 2019. Leggi il Pdf cliccando qui

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