Una medaglia d’oro per Gianni Vattimo

L’amore per il mondo hispanohablante, sancito da una telefonata con papa Bergoglio, il rapporto con le Università e il pensiero debole. Gianni Vattimo parla di Spagna e filosofia in occasione della consegna, avvenuta oggi – lunedì 25 novembre – nell’aula magna del Rettorato di Torino, della prestigiosaMedalla de Oro del Círculo de Bellas Artes di Madrid. L’ente culturale, fondato nel 1880 è uno dei più importanti della Spagna in ambito culturale e nella sua sede spagnola si svolgono attività legate ad arti plastiche, letteratura, scienza, filosofia e cinema. Ogni anno poi conferisce a grandi personalità che hanno contribuito al rinnovamento delle arti e della cultura contemporaneala Medalla de Oro. Tra i vincitori ci sono stati scrittori come Salman Rushdie e Umberto Eco, musicisti come Claudio Abbado e filosofi come Jurgen Habermas, Jean Baudrillard e Massimo Cacciari.

Quest’anno il riconoscimento è andato a Vattimo, per alti meriti: «È una delle figure più importanti del pensiero filosofico contemporaneo. Legato principalmente alla scuola ermeneutica, ci ha tramandato interpretazioni di Heidegger e Nietzche acute e di gran valore», scrive il Circulo.

 

Qual è il suo rapporto con la Spagna?

“Io sono sempre stato legato alla Spagna, perché le mie prime traduzioni sono state in spagnolo e ho frequentato molto le università iberiche e ho alcune lauree ad honorem in Spagna e in soprattutto America Latina. C’è una lunga affinità tra me e il mondo hispanohablante. Ultimamente sono stato spesso invitato ai corsi estivi di alcune Università spagnole, in cui ho conosciuto molti studenti e colleghi. Ero diventato anche un cultore dell’America Latina, anche come luogo politico. Sono stato amico di Cristina Kirchner, di Chavez”.

 

Anche il suo archivio è stato spostato in Spagna.

“Il mio archivio è già in parte là. Siccome qui tutto sommato, se uno offre dei libri all’Università, fanno un sospiro perché non sanno dove metterli, quando me l’hanno chiesto da Barcellona ho accettato e adesso stanno nella bellissima sede dell’Università Pompeo Sabre. Ma non è completo, perché i miei sono ancora tutti qua e ho pensato di lasciarli al dipartimento di filosofia qui a Torino. Per adesso, se Dio vuole, ci sono ancora io che me ne occupo”.

 

Cosa significa ricevere un premio come la Medalla de Oro?

“Sono molto contento, perché davvero la mia relazione con il mondo ispanico è stata lunga e molto importante. Ogni volta che vado in Spagna è una specie di ritorno e aggiornamento del mio lavoro. Si aggiunga che da ultimo c’è stata una sorta di ammirazione per il papa Bergoglio”.

 

In che senso?

“Ad un certo punto un amico argentino, che è anche molto vicino al papa è venuto a trovarmi e gli ho regalato una copia del mio ultimo libro, intitolato Essere e dintorni. Qualche settimana dopo il papa mi ha fatto una telefonata. Ho avuto l’onore, il piacere e anche un po’ la commozione di parlare con il papa a cui ho spiegato un po’ il senso del libro e che senso potesse avere rispetto al suo pontificato. La mia interpretazione di Heidegger potrebbe servire a costruire un sottofondo filosofico del pontificato di Francesco”.

 

Lei dunque crede che la sua interpretazione di Heidegger, come quella di Nietzsche, ma anche la sua teoria del “pensiero debole” possano aprire nuovi filoni filosofici o essere importanti per l’attualità?

“Credo che il “pensiero debole” sia una filosofia della storia che corrisponde al presente, anche se il presente non è tanto debolista. Siccome l’unica idea possibile del progresso che possiamo avere è che si allentino gli assoluti e che ci siano meno pretese di verità assoluta e che queste si impongano dei limiti. Per esempio, anche l’economia rischia di diventare una scienza che ci impone cose che sono assolutamente poco democratiche”.

 

Prima di lei hanno ricevuto questo premio anche filosofi come Habermas, Baudrillard e Cacciari. Lei è legato a questi pensatori?

“Li ho conosciuti personalmente. Ovviamente non abbiamo filosofie corrispondenti, ma sono certamente persone impegnate nella storia contemporanea in una direzione che io condivido completamente”.

 

Vede in questo periodo la nascita di nuove filosofie?

“Francamente, io vorrei che la gente si convertisse al pensiero debole. Se si inventa qualcosa di nuovo, sono qui ad apprendere. Ma, sinceramente, non vedo nulla di nuovo. Il mondo filosofico in questo momento soffre un po’, anche nelle Università è meno popolare che negli anni 70-80. Tutto sommato quello che prevale anche negli investimenti delle borse di studio è tutto sul piano delle scienze positive e della tecnica. Il che è positivo, perché che ci siano più scienziati non dispiace, ma che si dimentichi la tradizione umanistica e tutto quella che la filosofia è stata fino ad ora mi sembra un pericolo”.

JACOPO TOMATIS

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