È un’anatra o un coniglio? Cosa sono le imprese moderne?

L’impresa oggi serve solo a fare soldi? Negli anni ’70 l’economista americano Milton Friedman dichiarava che “gli affari hanno una e sola responsabilità sociale, quella di utilizzare le proprie risorse e svolgere attività destinate ad aumentare i profitti”. A quasi mezzo secolo di distanza quel paradigma imprenditoriale e finanziario appare un lontano ricordo. Le aziende si adattano ai nuovi scenari, non hanno più come obiettivo la sola massimizzazione del profitto. Inoltre, siamo difronte a imprese moderne che sono oggetti nuovi e non del tutto definiti dalle leggi dell’economia: degli ibridi tra impresa for-profit tradizionale e soggetti del terzo settore no-profit.

Quale impatto hanno questi nuovi modelli di impresa sulla società? E come rispondono alle grandi sfide sociali emergenti nell’era post-moderna della crisi del welfare, dell’innovazione tecnologica e della sostenibilità?

A queste e altre domande hanno provato a rispondere gli ospiti delle tre tavole rotonde organizzate questa mattina, 27 giugno, in occasione dell’evento Impact Ability, realizzato in collaborazione con Il Sole 24 Ore e inserito nel programma della sette giorni di Italian Tech Week.

Hanno aperto i lavori Luca Filippone (Reale Mutua), Vincenzo Iotte (Camera di Commercio), Chiara Appendino (sindaca di Torino) e Mario Calderini (Politecnico di Milano).

Ilotte, presidente della Camera di Commercio torinese, ha ricordato ai partecipanti quando nel 2006 è stato creato l’Osservatorio per l’imprenditorialità sociale e si sono mossi i primi passi per comprendere il terzo settore, sempre più complesso ai giorni nostri e provare a misurare l’impatto sociale che hanno le imprese.

Il prof. Mario Calderini ha mostrato un’immagine dalla doppia visione o illusione ottica: se la osservi da destra verso sinistra è un’anatra, se la guardi dall’alto verso il basso è un coniglio. Per dire che “le nuove imprese ibride, ancora sconosciute, sono per metà imprese for-profit tradizionale, per altro verso sono imprese del terzo settore no-profit”. Inoltre devono affrontare un contesto sociale soggetto a mutamenti rapidi e imprevedibili.

Ma cosa può fare un ente pubblico come il comune per incentivare l’innovazione e la sostenibilità del privato? La prima cittadina di Torino ha risposto per la sua esperienza di sindaca citando alcuni esempi concreti, come le sperimentazioni della rete 5G: “Siamo la prima città italiana ad averla implementata”. E ancora: Torino City Lab “che ha fatto della città un laboratorio a cielo aperto”. Si lavora anche con i big data attraverso un sistema intelligente installato alla fermata Re Umberto della metropolitana torinese, al servizio dei viaggiatori, per prevedere quali vagoni del treno sono più o meno affollati.

“Il segreto è creare un ecosistema dove pubblico e privato si parlano” – ha osservato la sindaca – “Le città hanno molte più responsabilità, nei prossimi decenni il 70% della popolazione vivrà in contesti urbani grandi. Non dobbiamo avere paura dell’innovazione ma dobbiamo governarla. Per esempio, anche se non tutti condivideranno, io penso che tra dieci anni il concetto di auto sarà diverso, non più inteso come mezzo privato ma come mezzo di condivisione”.

La sindaca Chiara Appendino

Gli scenari futuri di cui tanto si parla si potranno immaginare consultando gli Obiettivi da raggiungere dell’Agenda 2030: la finanza, le imprese for-profit e no-profit, gli enti pubblici e privati, tutti gli attori socio-economici dovranno avere chiari questi obiettivi per lo sviluppo sostenibile, peraltro sottoscritti nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’Onu.

Nel primo dei tre dibattiti le imprese profit sono state chiamate a raccontare come interpretano la sfida all’impatto sociale. Tra i relatori hanno preso la parola Luca Filippone di Reale Mutua, Marco Lavazza dell’omonimo colosso del caffè torinese e Serena Porcari della Fondazione Dynamo. A fare da corollario ai tre ospiti c’erano Claudia Fiaschi del Forum del Terzo Settore e Stefano Granata, presidente del Gruppo Cooperativo CGM.

“Noi di Reale Mutua – ha fatto notare Filippone – siamo già una impresa che non ha l’obiettivo della massimizzazione del profitto”.

Poi c’è l’esperienza di Lavazza, ma non chiamatela multinazionale del caffè: “Sì, siamo una multinazionale ma, a differenza di altri – ha osservato l’industriale torinese – siamo una famiglia e diamo attenzione ai valori della terra e delle popolazioni locali che con noi collaborano. Abbiamo sposato un ideale di umanesimo industriale. Attraverso la nostra fondazione aiutiamo popolazioni a emanciparsi ad adottare politiche agricole intelligenti. Realizziamo un prodotto giusto, non soltanto buono. Abbiamo investito anche qui su Torino in attività culturali e filantropiche”.

Infine c’è la missione di Fondazione Dynamo, che consiste nel supportare la progettazione e lo sviluppo di organizzazioni di impresa che affrontano problemi sociali come istruzione, sanità, servizi sociali e ambiente, favorendo anche nuova occupazione. Serena Porcari, consigliera della Fondazione Dynamo, ha portato la sua esperienza: “Centotrenta aziende bussano alle nostre porte per massimizzare il loro impatto sociale. L’impatto sul bene comune”.

Luca Filippone, Marco Lavazza e Serena Porcari

Una terra di mezzo è necessaria: per dirla con Stefano Granata, profit e no-profit sono distinzioni che non hanno più senso. Il nostro sistema welfare non è più in grado di rispondere a domande che mutano in poco tempo. Le disuguaglianze non sono più sostenibili.

L’obiettivo delle nuove imprese, in fondo era già scritto nel seme della nostra Costituzione Italiana. L’articolo 41 è piuttosto visionario a riguardo: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.

NICOLA TEOFILO

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