Doping: si può vincere senza?

Lance Armstrong

«Rifarei tutto, nella consapevolezza di ciò che sto facendo al mio corpo. Volevo continuare a vincere, volevo essere il migliore di tutti. L’ho fatto per quello». Parole di un uomo distrutto dalla voglia di primeggiare. Lance   Armstrong è il simbolo del ciclismo tra gli anni 90’ e la fine del decennio scorso. Un uomo che ha sconfitto il cancro. Un uomo che poi si è fatto sedurre dal doping. Sette Tour de France vinti consecutivamente, l’unico a riuscirci, cancellati dall’Uci (Unione Ciclistica Internazionale) a causa dello scandalo che lo coinvolse nel 2012. Il doping ed il ciclismo hanno un rapporto tossico, ma quanto mai nostalgico. Il primo caso ufficiale di doping nel mondo del ciclismo risale all’anno 1886, quando il ciclista gallese Arthur Lindon morì a seguito dell’assunzione di Tremitil nella gara Parigi-Bordeaux. Da Arthur Lindon a Valentino Fois, passando per Tommy Simpson, Marco Pantani e José María Jiménez, altro tossico scalatore finito in depressione cronica, la storia del ciclismo si trasforma in una storia di morti esplicite e misteriose, morti sospette. Una forma ufficiale di controllo antidoping è stata istituita nel 1955: quell’anno, infatti, in Francia cominciarono le analisi obbligatorie sui ciclisti, scoprendo immediatamente percentuali di positivi pari anche al 20 per cento.

OPERAZIONE ADERLASS

Il Giro d’Italia 2019 in corso ha lasciato altre macerie nel rapporto tra ciclismo e doping. L’operazione Aderlass “Salasso” è piombata lo scorso 15 maggio sul Giro, creando dinamiche tra le alte sfere del ciclismo internazionale. L’operazione che ha coinvolto lo scorso febbraio il medico tedesco Mark Schmidt e 10 atleti di sci di fondo, si era conclusa con l’arresto di tutti i protagonisti della vicenda con l’accusa di trasfusioni ematiche. L’inchiesta si è poi trasferita a tutti i clienti del medico sportivo, che attribuiva delle relazioni con alcuni protagonisti presenti e passati del Giro. La Federciclismo mondiale ha infatti già sospeso con effetto immediato per potenziale violazione delle norme antidoping il corridore sloveno Kristijan Koren, impegnato nella Corsa Rosa come gregario di Vincenzo Nibali che dunque perde un uomo. Fermati anche Borut Bozic, ds della stessa Bahrain Merida, e Kristijan Durasek, corridore della UAE Emirates in questi giorni impegnato nel Giro di California. Accusato anche il ciclista spezzino Alessandro Petacchi, capace di conquistare 22 tappe al Giro e la Milano-Sanremo del 2005. Per lui sii tratterebbe di una serie di trasfusioni effettuate tra la stagione 2012 e quella 2013, quando Petacchi vestiva la maglia della Lampre. A seguito di queste accuse la Rai lo ha sostituito come commentatore con il vincitore del Giro d’Italia 2000 Stefano Garzelli.

IL PUNTO PIU’ BASSO

La vittoria come prima giustificazione dell’utilizzo di anabolizzanti. Ma se l’utilizzo fosse di corridori amatoriali? Se l’utilizzo avvenisse a 14 anni? Uno dei punti più bassi del ciclismo italiano è avvenuto durante una gara regionale in Sicilia nel 2017. Uno dei partecipanti, 14enne, è stato sorpreso durante un controllo antidoping: il risultato è stato sconcertante. Il ragazzo aveva assunto mesterolone, un anabolizzante utilizzato negli anni ‘60. L’atleta è stato subito sospeso dal tribunale nazionale antidoping del Coni, su proposta della Procura. «Ricorrere al doping nello sport è già qualcosa che ha a che fare con il crimine. In un caso come questo, siamo di fronte ad un crimine contro l’umanità». Non ha timore Carlo Tranquilli, medico sportivo esperto in materia di lotta al doping, che ha commentato il caso. Il ciclismo e il doping,  un rapporto nostalgico di grandi favole, scritte da piccoli uomini: il traguardo non è mai stato cosi lontano.

VINCENZO NASTO

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