Fascination of Plants day: perchè le piante ci affascinano

“Ben venga maggio, ben venga la rosa che dei poeti è il fiore” canta Francesco Guccini, citando Poliziano. E il fiore, come ogni tipo di pianta, è qualcosa che ha sempre affascinato tutti gli uomini, non solo il poeta, soprattutto a maggio. In questo mese da cinque anni infatti l’Epso, European Plant Science Organisation, ha indetto la Giornata internazionale del fascino delle piante. L’evento riunisce scienziati e studiosi da tutto il mondo, con 220 istituti di ricerca, e sono stati organizzati 175 appuntamenti soltanto in Italia. Capofila nel nostro paese è l’Università di Torino. La giornata si è celebrata il 18 maggio, ma gli eventi ad essa legata si sono svolti per tutta questa settimana, con mostre, conferenze e laboratori e andranno ancora avanti, almeno fino al 1° giugno, data dell’Orchiday, giornata dedicata all’orchidea. Lo scopo di questi appuntamenti è far conoscere a quante più persone possibili l’importanza della ricerca nel settore botanico, non solo scientifica, ma anche umanistica.

Ed è proprio allo studio culturale dei fiori che era dedicato la conferenza con laboratorio che si è svolta ieri, 24 maggio, all’Orto Botanico del Valentino, “Fiori dell’anima. La simbologia dei fiori nell’immaginario cristiano”, coordinato da Jenny Ponzo, professoressa di semiotica, e a cui hanno partecipato professori e ricercatori del Dipartimenti di Filosofia e Scienze dell’Educazione di Unito. “Le piante – ha detto Ponzo – non hanno un valore solo biologico, ma sono un elemento centrale in tante culture e nelle religioni”. Per dimostrarlo sono intervenuti insieme a lei Francesco Garofalo, semiologo, allievo di Umberto Eco, Gabriele Marino, semiologo, Andrea Pennini, storico, Marco Papasider, Storico del Cristianesimo, Graziano Lingua, Professore di Filosofia Teoretica e Gabriele Vissio, fresco di dottorato in filosofia a Torino e alla Sorbona. Insieme hanno cercato di mostrare come i fiori facciano parte del nostro immaginario religioso, filosofico e scientifico sin dall’inizio dell’era cristiana.

I fiori e Maria

In ambito religioso il fiore è associato in primo luogo alla figura di Maria e di questo ha parlato Francesco Garofalo: “Possiamo partire dal rosario, che alla lettera è un roseto. È una pratica costituita alla fine del 1100 da san Domenico e i grossi grani sono detti rose quasi rappresentassero una ghirlanda in onore di Maria”. Ma riferimenti a fiori e piante si trovano anche in componimenti poetici dell’inizio dell’era cristiana, come il Grande Acatisto, attribuito ad Efrem Greco, in cui Maria è giardino di delizie e albero della vita, o le poesie di Efrem Siro, in cui si sviluppa un opposizione tra Eva e Maria: la prima ha mangiato il frutto mortale, mentre Maria ha devastato l’albero da cui Eva ha mangiato la mela e ha dato alla luce il frutto che ha dato la vita: “Il giardino di Eva viene introiettato in Maria, che diventa essa stessa il giardino da cui nasce Gesù”.

Sempre della madre di Gesù ha parlato Gabriele Marino, esperto di semiotica nei media, che, navigando su Youtube ha scoperto video di una litania dedicata alla Madonna, scritta da una suora clarissa, che elenca 78 varietà floreali e ne mette in luce qualità legate a quelle di Maria.

Il giglio

Andrea Pennini, invece, ha discusso del simbolismo religioso e politico del giglio, fiore legato alla Vergine, ma anche al re di Francia e a Firenze: “Questo fiore torna spesso nelle dinamiche politiche ma è anche molto presente nei quadri del ‘600 e ‘700. È il fiore dell’annunciazione, rappresenta la purezza e dunque colei che deve portare in grembo Cristo. L’arcangelo Gabriele dunque porta sempre un giglio alla Madonna”. Ci sono anche tre santi che nei quadri portano sempre il giglio, sant’Antonio da Padova, Santa Caterina e San Giuseppe, di cui viene ripresa la tradizione di un vangelo apocrifo. Secondo il Protovangelo di Giacomo Giuseppe fu scelto come sposo di Maria perché il bastone che portava con sé fiorì e alle volte questo fiore è un giglio. Ma è anche simbolo della regalità, da Ugo Capeto, capostipite della casata dei Capetingi, ed è lo stemma di Firenze anche se in origine il fiore era in realtà un iris.

I fiori dei santi

Esistono però altri fiori che sono legati ai santi, come la viola o la pratolina, e di questi ha parlato Jenny Ponzo: “I santi a cui sono associate queste piante, come Teresa di Lisieux, incarnano una santità delle piccole cose, che vuole tenere la purezza dell’infanzia e dell’umiltà dei gesti quotidiani e sono i santi più moderni, che non compiono atti eroici”. Si racconta poi che i corpi dei santi dopo la morte non si decompongano, ma profumino di viole o di altri fiori, secondo il principio dell’osmogenesi.

La medicina magica di Ildegarda di Bingen

Ma il mondo vegetale è stato anche a lungo la base della medicina e anche delle partiche magiche. Esempio ne è lo scritto di Ildegarda di Bingen, il Libro delle creature, nel quale “la badessa tratta di temi medici e come usare le creature, piante fiori ed elementi a scopo terapeutico e di contrasto alla magia nera”, come ha spiegato Marco Papasider. Il cristianesimo fin dall’origine crede nella presenza di una magia che coinvolge elementi demoniaci per danneggiare le persone. Nel suo libro, Ildegarda indica piante per guarire dalle malattie e alcune possono essere usate anche in veste magica. “Ad esempio la felce può contrastare l’operazione magica e nei luoghi dove cresce, il diavolo esercita raramente i sortilegi. Bisogna invece evitare la belladonna che ha funzione diabolica e negativa, mentre la betonica la prima volta che viene ingerita annulla gli effetti di fatture e filtri d’amore, e la pimpinella, utile contro evocazioni di demoni e incantesimi”.

Contro i fiori

Non sempre però la religione ha avuto un’opinione positiva dei fiori. “La chiesa antica era molto cauta ed ereditava un sospetti di origini antico-testamentarie – ha spiegato Graziano Lingua – il giardino dell’Eden non ha fiori e di piante se ne parla solo se sono edibili o medicamentose”. Il motivo è semplice: i fiori erano utilizzati nei sacrifici e la condanna ebraica all’idolatria era allargata anche a loro e poi erano molto presenti nei giardini delle città mesopotamiche ed erano simbolo di lusso, dunque da evitare. La Chiesa dei primi secoli assorbe questo pregiudizio e San Girolamo in una sua lettera dice al suo destinatario, appena rimasto vedovo, di non mettere viole o rose sul sepolcro della moglie, ma onorarne la memoria con opere di bene. “Nell’Antico Testamento la religione era legata all’ascolto e non al vedere – ha continuato il professore –. I fiori erano ritenuti un piacere della vista, che è il senso che porta a venerare le cose del mondo e non Dio. L’interesse verso i fiori nasce quando ritornano le immagini, nel V e VI secolo”. Così il fiore diventa simbolo della benevolenza di Dio, “della sua ‘dispensatio’, come Agostino chiamava la provvidenza divina. Il senso è che non bisogna affannarsi per le cose del mondo, perché Dio darà sempre più di ciò che l’uomo pretenda o pensi di meritare”. Dal primo millennio in poi si svilupperà l’immaginario floreale: “Il monachesimo è legato alla presenza di giardini che hanno piante, ma soprattutto fiori, che rappresentano attraverso il profumo l’espansione di Dio nel mondo. San Benedetto quando arriva a Subiaco pianta un roseto.

Scienza e filosofia

Ma non solo la religione parla di vegetali e piante, anche filosofia e scienza hanno da dire la loro. A ricordarlo ci ha pensato Gabriele Vissio. “Cosa rende affascinanti le piante? – si è chiesto – La parola rimanda al gesto del piantare, del radicare al suolo. Attraverso l’agricoltura le piante hanno reso l’uomo fedele al suolo, facendolo passare dal nomadismo di allevamento e caccia alla stanzialità”. Questo ha prodotto cambiamenti antropologici che sono visibili anche nell’Antico Testamento: dopo il peccato originale, agricoltura e allevamento sono contrapposti in Caino e Abele, “questo, l’agricoltore, è benvoluto da Dio, mentre l’altro, è molto più sospetto, perché fa l’allevatore ed è in ricordo del fratricidio che nasce l’interdizione alimentare sulla carne”. Il sangue diventa il simbolo della violenza e deve essere eliminato dalla carne prima di poterla mangiare. Per i vegetali invece, tranne pochi casi, le interdizioni non ci sono, perché “l’uomo si è sempre pensato totalmente diverso dalle piante: secondo Aristotele l’anima vegetativa, una delle tre parti dell’anima, è il grado zero della vita, inerte, prossima alla non vita”. Un pregiudizio, questo, che sarà presente in tutta la storia del pensiero, impedirà una nascita di una vera scienza sulle piante e verrà debellato tardi dall’immaginario scientifico. “Il momento di piena reintegrazione – ha continuato Vissio – è dato dalla scoperta da parte dello scienziato Claude Bernard della funzione glicogenica del fegato: il fegato può produrre sostanze organiche. Fino ad allora si pensava che l’animale potesse solo consumarle e non produrle”.

Così si è scoperto che non c’è che una sola maniera di vivere, c’è una sola vita e una sola natura.

Ecco, in una sola frase, il fascino delle piante.

JACOPO TOMATIS

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