Cyberbullismo? Per i ragazzi il problema sono le “relazioni”

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“La cosa più novecentesca che ho in casa? Mia nonna”. Questa è la risposta di alcuni ragazzi alle domande fatte dagli psicologi durante gli incontri nelle scuole. Lo raccontano Paolo Di Paolo e Carlo Albarello , rispettivamente scrittore ed educatore, autori di “C’erano anche ieri i giovani d’oggi (generazioni, memoria, scuola fra Novecento e Duemila”, presenti questa mattina, sabato 11 maggio, nella sala indaco del Salone del libro.

“Va ridefinito il rapporto con le categorie del secolo scorso. Bisogna capire come approcciarsi alle persone”, spiega Albarello, che è anche coordinatore dell‘Atlante digitale del novecento. “Spesso cerchiamo di ottenere dai ragazzi le parole che vogliamo sentirci dire. E non capiamo la realtà e la complessità dei problemi”. Come nel caso del cyberbullismo. “I dati del fenomeno apparentemente sono bassi perché vengono fatte le domande sbagliate. Bisognerebbe chiedere ai giovani come vivono le relazioni”, sostiene Di Paolo.

Secondo lo scrittore nemmeno il ruolo esercitato dalla stampa è di grande aiuto. “Vengono date notizie di cronaca molto forti, come i fatti di Manduria. Non c’è interesse a raccontare i giovani. Lo si fa spesso in maniera strumentale. Qualche mese fa, a Napoli, una giornalista dell’agenzia DIRE ha detto: la mia categoria utilizza i giovani come carne da macello”.
In Italia “i giovani sono una grossa minoranza, hanno un peso elettorale minimo. Associano la politica alla corruzione con molta frequenza. Dovrei chiedermi se ha senso domandare a loro,  siete di destra o di sinistra?”, continua Di Paolo.

C’è bisogno di “capire come avviene la costruzione delle identità delle nuove generazioni”, che spesso si costruiscono sulle nuove piattaforme digitali, “aggiornate continuamente”. Oggi la nuova frontiera è rappresentata dalle storie di Instagram. “Come educatore ho spesso chiesto ai ragazzi: non vi dà fastidio che una persona possa vedere quello che state facendo nella vostra vita? Una volta una ragazza sorridendo mi rispose: io mostro soltanto una parte di me, ho più identità”, racconta Albarello. Identità che meriterebbero un’osservazione più attenta. “Trent’anni fa i nostri genitori ci chiedevano dove andavamo a giocare a pallone, con quali persone. Oggi dovremmo chiedere ai ragazzi dove vanno a passare le loro giornate in rete”.

RICCARDO PIERONI

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