Chi va slow va sano e va lontano (anche nel giornalismo)

In un mondo che va di fretta, fatto di notizie che si rincorrono, c’è forse bisogno di un giornalismo un po’ più lento, un giornalismo slow. “Che può essere soddisfacente, sostenibile e intelligente”. Questa l’idea di Jennifer Rauch, giornalista e insegnante alla Long Island University, intervenuta al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia dove ha presentato il suo libro Slow media. Why slow means satisfying, sustainable & smart, pubblicato nel 2018.

In dialogo con Alberto Puliafito, editor di Slow News e autore del libro Slow Journalism, la giornalista ha parlato dell’esigenza di rivoluzionare la concezione di giornalismo, che deve puntare alla qualità e non alla quantità: “Il pubblico oggi è sovraccaricato di notizie da parte di noi giornalisti, soprattutto in ambito digitale. Sembra che la cosa più importante per i giornalisti sia arrivare per primi alle notizie, fornire tante breaking news, ma questo non significa giornalismo di qualità”. Rauch sostiene invece che sia molto più importante differenziarsi dalla linea generale e fornire al pubblico un approfondimento delle notizie, fatto anche a posteriori; una tematica già affrontata da “The Slow Journalism Company” a Londra, iniziatrice della filosofia dell’essere gli ultimi a produrre la notizia.

Ma da cosa nasce questa attenzione alla lentezza in un mondo in cui chi va lento sembra che resti indietro? Rauch dice: “È cominciato tutto dall’idea di adattare un movimento simile a quello di slow food anche al giornalismo e ai media”.  Slow food è un’associazione internazionale no profit nata dall’idea di Carlo Petrini, che si impegna nel ridare il giusto valore al cibo. “Una rivoluzione” secondo Rauch, che ha portato ad un “rapporto diretto tra produttore e consumatore”, in cui quest’ultimo conosce dove, come e da chi vengono prodotti i cibi che egli consuma.

La stessa cosa, secondo Rauch, deve essere applicata al campo del giornalismo. Come nello slow food il consumatore conosce e supporta economicamente i produttori di cibo sostenibile, “così i lettori devono sapere chi è il giornalista che seleziona la notizia e supportare economicamente il lavoro che egli svolge, che è una missione civile”. Questo è possibile, secondo la giornalista, solo se si educa il lettore/consumatore a capire quale sia il vero ruolo del giornalista, e della notizia.

Rauch sostiene dunque che il giornalismo di qualità debba essere pagato, cosa che purtroppo oggi non avviene sempre. Proprio il fatto di vedere valorizzato anche economicamente il proprio lavoro spingerebbe poi i giornalisti ad allontanarsi dal dominio tecnologico dell’informazione, e a svolgere un lavoro più lento e quindi più accurato, vicino ai green media. Un giornalismo più freddo e ragionato, offline e fuori dalle piattaforme e quindi anche più ecosostenibile.

Insomma il successo dello Slow Journalism dipende innanzitutto dalle persone, da una cooperazione tra due soggetti, il produttore e il consumatore di notizie. E può anche avere risvolti sull’ambiente e sul rapporto tra gli esseri umani.

Ora le idee ci sono. Manca, come al solito, il modo concreto di realizzarle. Forse però una soluzione esiste, impatta sul tempo e sulla comunità, ed è stata presentata a Perugia durante l’incontro “Andare piano per costruire al meglio”. Sono state discusse le varie direzioni in cui il giornalismo slow sta proseguendo. Quattro piani differenti per quattro personaggi differenti.

“Dobbiamo ritornare a chiederci cosa è il giornalismo. Dobbiamo chiederci perché c’è la tendenza a chiedere ad un giornalista quanto ha scritto, e non come e di cosa ha scritto”. Uno dei punti principali sottolineato da Jennifer Brandel, cofondatrice e CEO di Hearken, è stato il rapporto primordiale tra tempo e notizia. “Ciò che ormai prevede il sistema di informazione, è che si riporti la cronaca, ponendosi sempre allo stesso livello con gli altri concorrenti, -per poi concludere- uno degli obiettivi dello slow journalism è cercare di girare attorno alla notizia senza la pressione di uscire in tempo”.

Slow, ma non solo nel reporting. Anche sul lato imprenditoriale, organizzazioni del genere hanno bisogno di crescere parallelamente all’engagement che producono con la loro informazione. Erika Owens, direttrice OpenNews, ha riassunto il concetto con la citazione del filantropo Stephen Covey: “Move at speed of trust”.

Proprio la fiducia della comunità sembra essere la base su cui si poggiano organismi di informazione specifici come questi. “Quando si parla di lavoro per la comunità, in termini di comunicazione con la stessa, un dubbio deve essere sempre presente: cosa bisogna dare alla comunità? Ciò di cui ha bisogno o ciò che vogliono?” si chiede Mark Little, Ceo e cofondatore di Kinzen.

La risposta arriva da Adam Thomas, direttore dell’European Journalism Centre: “il supporto della comunità è il primo passo per crescere nella propria funziona sociale, perché è quella la funzione del giornalismo”.“La comunità e la tecnologia sono due mondi che, se coniugati, riescono ad aumentare il valore del tuo prodotto, -racconta Thomas- perché riesce ad accelerare il processo di crescita della propria compagnia”. Secondo il direttore, la resilienza del giornalismo è stata prodotta da tutto ciò che non sta dentro il flusso delle notizie e gli organi di stampa. Thomas conclude: “La comunità è ciò che rende credibile il tuo lavoro, è ciò che ti finanzia, anche se non direttamente”.

Sulla sostenibilità dello slow journalism Thomas si è espresso a favore dei finanziamenti delle fondazioni. “Il prossimo passo è non trattare le persone come macchine da soldi, perché la loro collaborazione migliora il prodotto” -concludendo poi- deve cambiare il tipo di comunicazione con le fondazioni per i finanziamenti: non stiamo vendendo engagement per la pubblicità, stiamo vendendo un prodotto che ha un impatto sociale e che può cambiare il modo di vedere il mondo”.

NADIA BOFFA

VINCENZO NASTO

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