Perché il cambiamento climatico e i lavori verdi non fanno notizia?

Tanti sono i segni del clima che cambia: li possiamo percepire quotidianamente. Li scopriamo raccontati sulle più prestigiose riviste scientifiche internazionali.  Se ne parla,  ogni 6 anni,  nei report dell’IPCC – l’Intergovermental panel on climatechange – , il comitato ONU sul clima.

Le occasioni in cui anche i “non addetti ai lavori”  approcciano un argomento, non sempre del tutto chiaro, come il cambiamento climatico non mancano. Spesso però si ritrovano ad annaspare in un circolo mediatico dai facili sensazionalismi e fondato su un’informazione distorta: e ciò accade quando viene data voce alle posizioni più estreme, che vanno dal catastrofismo al completo negazionismo.

Che tempi sono per il mondo green – con i suoi problemi e le sue opportunità – in Italia?  Il Festival internazionale del giornalismo di Perugia ha voluto affrontare l’argomento, dedicando sei panel alla “realtà verde”, declinata in tutte le sue sfumature.

Green jobs

Oggi le tecnologie green nascono dall’esigenza di rispondere ai problemi in cui viviamo.  Servono a curare e immaginare nuovi volti per l’economia, a far circolare nuove idee. “Dobbiamo chiedere ai governanti di intervenire sul clima e, parallelamente, capire che il mondo del lavoro ha bisogno di nuove competenze. La strategia per vivere nel domani è tutta in questi temi: le professioni del futuro o saranno verdi o non saranno. Non c’è un piano B” sottolinea, in dialogo con Luca GarosiMarco Gisotti, direttore di Green Factor. “Siate curiosi ma non scettici – continua -. Lo scetticismo è importante, ma attraverso la curiosità noi scopriamo ciò che ci piace fare e indaghiamo le buone idee da promuovere e condividere”.

L’UNEP – United Nations Environment Programme – l’agenzia delle Nazioni Unite operante nel campo della tutela dell’ambiente,  descrive i “green jobs” come “quelle occupazioni nei settori dell’agricoltura, del manifatturiero, nell’ambito della ricerca e sviluppo, dell’amministrazione e dei servizi che contribuiscono in maniera incisiva a preservare o restaurare la qualità ambientale“.

“Green job” è una locuzione che diventa virale il 4 novembre 2008 quando Obama parla della necessità di un’economia a basso tenore di carbonio, quindi a zero impatto sul clima, raggiungibile solo attraverso un cambio di traiettoria verso, appunto, i “green jobs”. Quelli che, in Italia, vengono chiamati”eco-lavori”.

Ma quali sono le competenze verdi, cioè quelle che nella formazione finanziata vengono insegnate? Sono le soft skills che ineriscono alla sensibilità e conoscenza relative l’efficienza energetica e la sostenibilità ambientale, sempre più richieste. In questo quadro si colloca l’attività della FIMA, la Federazione Italiana dei Media Ambientali. Un’associazione di professionisti, nella comunicazione del mondo green, non solo giornalisti, ma anche comunicatori d’azienda o blogger che cercano di colmare dei vuoti. Come quello relativo ad una corretta informazione ambientale, alla formazione, al dialogo con le istituzioni e le imprese. Attraverso queste collaborazione “si ha il piacere di condividere esperienze con chi ha scelto di impegnarsi nello stesso progetto, che poi è una missione: cioè dare un valore aggiunto a ciò che è ecosostenibile. I green workers sono in crescita: si tratta di un fenomeno fortunatamente contagioso” ricorda Letizia Palmisano, giornalista ambientale.

In settori green significativi come la gestione integrata dei rifiuti, l’eco-innovazione, il settore agroalimentare  e l’edilizia sostenibile, ci saranno sempre più nuove opportunità di impiego. Sono percorsi che stanno riscuotendo successo, anche in forza del loro placement, la loro risposta occupazionale: sono attività che riguardano la meccatronica, agroindustria, bioedilizia, il sistema casa.

Rapportando i dati annuali di Unioncamere – l’unione delle camere di Commercio – è emerso che sono 3 milioni i lavoratori verdi in Italia: rappresentano il 13% dell’occupazione complessiva nazionale. Ogni anno circa 500 mila lavoratori verdi si inseriscono nel mercato. Questi “green workers” godono, peraltro, di una maggiore stabilità contrattuale: le assunzioni a tempo indeterminato che li riguardano si aggirano al 46%, contro il 24% dei professionisti non green.  Le competenze verdi sono più richieste di quelle digitali, anche più della conoscenza della lingua italiana e inglese.

Quella attuale è un’evoluzione per cui tutti i lavori saranno, nel prossimo futuro “verdi”. E questo riguarda, più o meno omogeneamente, tutte le regioni dello Stivale. Eppure, nonostante tutti questi dati positivi, se ne parla pochissimo. Forse, numeri alla mano, non è poi un problema. Data la loro crescente fortuna e l’interesse che raccolgono non hanno bisogno della “sponsorizzazione dei media”, forti invece di una condivisione (seppur silenziosa) sociale radicata e in continua espansione.

Comunicare il cambiamento climatico

L’adattamento al cambiamento climatico è una sfida del presente, è qualcosa di molto vicino. Ma perché non fa notizia? Se ne parla solo quando si verificano eventi estremi: tornado, alluvioni, incendi. Oppure in relazione all’uscita dei report curati dalle Nazioni Unite. In ogni caso, ciò che rimane escluso dai rotocalchi sono questioni chiave come le ripercussioni sull’economia, su salute pubblica, sulla sicurezza nazionale: temi importanti e impossibili da dissociare da ciò che è il cambiamento climatico.

“I giornalisti sono abituati a raccontare ciò che è avvenuto ieri e a derivarne subito una causa. Il cambiamento climatico, tuttavia, non consente questo tipo di approccio: necessita al contrario di coperture mediatiche che reinventino se stesse, per riuscire a raccontare un fenomeno così complesso” sottolinea Angelo Romano, giornalista di Valigia Blu, in dialogo con Mauro Buonocore della Fondazione CMCC – Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici -, Guido Romeo e Vitalba Crivello, che lavora per il Parlamento Europeo.  Molto spesso quando si parla di questioni di grande rilevanza pubblica si tende a seguire l’approccio della par condicio, cioè ricorrere alla logica del falso bilanciamento in virtù del quale viene dato lo stesso spazio a due voci opposte. In questo modo, però, si contribuisce a genere un ciclo di disinformazione perché si dà uguale spazio a climatologi, che sottopongono a costante validazione e revisione le loro ricerche, e a chi dà affermazioni senza fondamento. Il risultato che ne consegue è la generazione di una spirale di distorsione infinita.

Il consenso nella scienza è ben altra cosa da quello in politica. Il discorso sul cambiamento climatico spesso assume le sembianze di un “climate disaster porn”. Un approccio allarmista e catastrofista. “Ne è un esempio un pezzo del New York magazine che parlava di miseria, siccità, di pericolo estinzione umana imminente” (“The Uninhabitable Eart”) ricorda Romano.  E questo non favorisce una corretta informazione né attiva nelle persone la tensione a sostenere politiche di mitigazione e adattamento sui territori.

Eppure qualcosa si sta muovendo in direzione di una corretta informazione sul cambiamento climatico. Ne sono esempio il “climate feedback“, un network di scienziati che provano a fare fact-checking sulle notizie pubblicate sui media inerenti il cambiamento climatico ma anche il “climate tracker“, un’organizzazione che coinvolge oltre 700 giornalisti ambientali in più di 150 paesi e che dà informazioni verificate. Ma anche il sito del premio Pulitzer, che ha sponsorizzato 50 progetti che riguardano l’ambiente, e stretto accordi con 35 università negli Usa per  creare corsi di studio e curricula per formare figure professionali adatte. Progetti, storie, risorse informative e didattiche per cercare una via da percorrere insieme, collaborando per un progetto comune: la tutela ambientale e sociale.

“Con Valigia Blu – ricorda Angelo Romano – già dal 2015 abbiamo iniziato ad affrontare il tema. Abbiamo scritto sulle crisi idriche, l’impatto della produzione alimentare sul Pianeta, le guerre ambientali”. In Israele, ad esempio, le fonti d’acqua delle alture del Golan (alla frontiera con il Libano) vengono custodite e presidiate giorno e notte come una risorsa strategica al pari di un deposito di uranio” sottolinea Guido Romeo.

Il dibattito sul cambiamento climatico deve essere affrontato nella sua totalità. “All’estero – confida Romeo – comincia a farsi strada l’idea di offrire un tipo di racconto diverso. In Italia, al contrario, non ci siamo ancora arrivati: anche la stampa più progressista rimane prigioniera della gabbia narrativa per cui il cambiamento climatico viene proposto solo nella dialettica tragedia-disastro, allarmismo-negazionismo”.

RICCARDO LIGUORI

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