Backstop, la frontiera aperta che chiude la Brexit

Che la Brexit fosse una questione fortemente identitaria lo si era capito già dalle battute iniziali, ma è nell’attuale momento di paralisi che sta venendo alla luce il vero nocciolo del problema.

Ospite all’Università di Torino, la professoressa Eleanor Spaventa – un passato a Cambridge e Durham e adesso ordinaria di diritto internazionale in Bocconi – collega con un filo stretto l’attualità politica al passato imperialista della Gran Bretagna.

Let’s take back control, recitavano le pubblicità del Leave sugli autobus nella primavera del 2016. Prima che di politica, economia e finanza, la Brexit riguarda un popolo, riguarda il potere di quel popolo e l’idea che mantiene di se stesso.

I punti su cui poggiano, fin dall’inizio, le certezze di Theresa May sono quattro. Il controllo sull’immigrazione (ma attenzione: l’immigrazione e la libera circolazione appartengono ad ambiti giuridici completamente diversi), la sovranità piena e il totale controllo sulle leggi (al momento, l’unico Paese al mondo che ne “gode” è la Corea del Nord), il controllo sulle risorse e, soprattutto, la politica commerciale estera. C’è da aggiungere che l’Unione europea si fonda, a sua volta, su quattro libertà fondamentali: la libera circolazione di capitali, merci, persone e servizi, e che queste siano un pacchetto di libertà inscindibile, da cui non si possa scegliere solo la preferita.

La politica commerciale. Come ricorda con enfasi la Spaventa, la Gran Bretagna coltivava, e coltiva tutt’ora, la speranza di raggiungere accordi commerciali più vantaggiosi contrattando con i paesi stranieri direttamente. “Come se una nazione con 66 milioni di abitanti avesse più potere contrattuale di uno con 500 (l’Unione europea ndr)”.

Ma adesso si inserisce l’Irlanda del Nord.

Figlia dell’identità imperialista della Gran Bretagna, l’Irlanda del Nord fu creata come entità politica solo nel 1921 e negli anni fu attraversata da numerose lotte intestine, sfociate nella trentennale guerra civile che si è conclusa solo nel 1998. A suggellare o, meglio, a permettere la pace fu il Good Friday Agreement, accordo firmato a Belfast il 10 aprile 1998. L’accordo stabiliva l’apertura della frontiera tra l’Irlanda del Nord (e la Gran Bretagna, di conseguenza) e la Repubblica di Irlanda, che ad oggi è Stato membro dell’Unione europea (senza pruriti di Leave).

Torniamo al presente. Se la Gran Bretagna, una volta uscita dalla Ue, potesse stringere accordi commerciali con altri Stati, allora vi arriverebbero merci e prodotti non solo con prezzi, ma anche con una tutela giuridica diversa da quella stabilita dalla Ue. Ora, stando al Good Friday Agreement, tra l’Irlanda del Nord e il resto dell’isola c’è un Backstop, una frontiera libera. Ne consegue che quelle stesse merci fuori dai vincoli Ue potrebbero tranquillamente accedere nella Repubblica di Irlanda e, da lì, al resto del continente.

Questo sta bloccando il meccanismo. Una proposta era quella di estendere le normative Ue anche all’Irlanda del Nord, ma questo avrebbe comportato solo uno slittamento della linea del Backstop al mare d’Irlanda. Si era pensato, a dicembre 2018 in una ipotesi poi naufragata, di allargare le normative Ue a tutta la Gran Bretagna. Questo avrebbe minato uno dei principi cardine della May, la sovranità nazionale, e avrebbe giocoforza reso la Brexit una semplice scatola cinese, ma d’altra parte avrebbe permesso alla Gran Bretagna l’accesso nel mercato Ue senza alcun pagamento a fronte.

“Stiamo assistendo alla più grande crisi costituzionale e politica degli ultimi 120 anni”, conclude la Spaventa.

In questo momento, soprattutto, sono ignote le volontà del parlamento britannico. Nelle prossime ore i parlamentari saranno tenuti a scegliere tra le possibili Indicative Votes, le alternative possibili. Si oscilla da un’uscita senza accordi all’eliminazione della Backstop, da un accordo simil-Canada a un secondo referendum.

A questo punto, quale sia la decisione presa, sarà, principalmente, una decisione identitaria.

MARCO ZAVANESE

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