Brexit, una corsa contro il tempo. Ecco cosa può succedere


Verrebbe da dire «Quando meno te lo aspetti», riprendendo il titolo di un film del 2004 con Kate Hudson e Joan Cusack. Sì, perché era davvero difficile immaginare le disavventure che hanno visto protagonista Theresa May negli ultimi due anni. Una serie di eventi, coincidenze, complicanze che hanno trasformato la nuova Margaret Thatcher in Paperoga, il cugino sfigato di Paperino. Un percorso ad ostacoli per la premier britannica, che negli ultimi giorni ha visto tracollare i suoi ultimi barlumi di leadership. Con l’ultimo dei tre voti di questa settimana, giovedì la Camera dei Comuni ha approvato una mozione che autorizza il governo a chiedere il rinvio della Brexit di tre mesi, fino al 30 giugno. Scongiurata, per ora, l’ipotesi di un «no deal», in attesa che l’Ue accolga la richiesta britannica durante il prossimo Consiglio europeo del 20 e 21 marzo. Si preannunciano mesi difficili non solo per i sudditi di Sua Maestà, ma per tutta l’Unione Europea che dovrà reggere al doppio urto del voto (23-26 maggio) e, appunto, della trattativa con Londra.

Un lungo viatico

Riavvolgiamo il nastro. È il 18 aprile 2017 quando la premier Theresa May, in carica da poco meno di un anno dopo le dimissioni post-voto di David Cameron, annuncia una mozione in Parlamento per lo scioglimento anticipato della Camera dei Comuni, approvata il giorno successivo a larga maggioranza. La premier, convinta di incrementare i seggi e rafforzare la propria posizione in vista dei trattati con l’Ue, porta il paese alle urne esattamente 50 giorni dopo, giovedì 8 giugno. Ma le cose non vanno esattamente come da pronostico. Smentendo i sondaggi che davano i Tories in vantaggio sui Laburisti di 20 punti percentuali, May raccoglie il 42,3% dei voti contro il 40,0% del nuovo leader della sinistra Jeremy Corbin. Per il Partito Conservatore sono ben 13 i seggi persi rispetto al precedente Parlamento. Nasce quello che oltremanica chiamano un hung parliament, letteralmente un parlamento «appeso» e senza maggioranza. May è costretta ad un governo di minoranza appoggiato dal Dup (Democratic Unionist Party), il partito protestante di destra dell’Irlanda del Nord. La coalizione si basa su un principio chiaro: lo stanziamento di un miliardo di sterline in fondi extra per le contee nordirlandesi in cambio del sostegno del Dup a tutte le decisioni sulla Brexit. Un patto di convenienza che ha resistito fino allo scorso novembre, quando la premier ha presentato il primo abbozzo d’intesa con l’Unione Europea e ha mandato su tutte le furie gli unionisti, sostenitori di un’uscita senza accordo.

La crisi degli ultimi mesi

Stretta tra la richiesta di un nuovo referendum – invocata da buona parte dei Labour e dai partiti di sinistra – e le pressioni interne al suo stesso partito per una hard Brexit, Theresa May ha passato gli ultimi mesi in un estenuante pingpong tra Westminster e le sedi europee, alla ricerca dell’accordo migliore in vista della deadline fissata per il prossimo 29 marzo. Lo scorso 15 gennaio ha sottoposto al Parlamento un primo accordo con le istituzioni europee, in cui per la prima volta è stata inserita la clausola del «backstop», un meccanismo di emergenza che si attiverà solo in caso di mancato accordo finale. Entrambe le parti, infatti, hanno ritenuto una priorità evitare a tutti i costi la creazione di un «confine rigido» tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda, che diventerebbe anche la frontiera tra Gran Bretagna e Unione Europea. Nella sostanza la clausola prevede la permanenza del Regno Unito nell’unione doganale a tempo indeterminato e l’introduzione di regole speciali per l’Irlanda del Nord al fine di integrarla maggiormente nel mercato unico europeo. Tutto ciò non è bastato a May per evitare una delle peggiori sconfitte recenti, surclassata da 432 voti contrari.
Sintomo evidente della crisi di nervi in cui è scivolato il suo partito, scosso dalle bordate quotidiane dell’ex sindaco di Londra Boris Johnson e spaccato sul comportamento da tenere nei confronti dell’Unione Europea. La premier si è allora rimboccata le maniche ancora una volta: ha trascorso due mesi nelle stanze della Commissione europea a negoziare con il presidente Jean-Claude Juncker ogni aspetto, ogni dettaglio del nuovo accordo.

L’ennesima bocciatura

Arriviamo a lunedì scorso, 11 marzo, quando da Strasburgo May annuncia di aver sottoscritto un nuovo documento da presentare il giorno successivo al Parlamento britannico.

Un «piano B» raggiunto anche grazie alle concessioni dell’Ue, come ribadito dallo stesso Junker che ha parlato di una «seconda possibilità» per la Gran Bretagna. Uno dei nodi cruciali della discussione è stata nuovamente la clausola del «backstop»: considerata dagli oltranzisti della Brexit come un escamotage per intrappolare per sempre il Regno Unito, la nuova intesa prevede che questa condizione rimanga in vigore fino a dicembre 2020. Dopodiché si dovrà trovare un’altra soluzione per lasciare quanto più aperta possibile la frontiera irlandese. Speranzosa in un esito diverso dai precedenti, Theresa May torna a Londra ma nella serata di martedì la Camera dei Comuni boccia anche il nuovo documento. Un rifiuto trasversale, frutto di 391 voti contrari e solo 242 favorevoli, nonostante il testo contenesse le tanto auspicate rassicurazioni sul backstop e vincolasse legalmente le due parti a ridiscuterlo progressivamente nel tempo. E qui parte una reazione a catena che vede il Parlamento riunirsi altre due volte nei successivi due giorni. Neanche 24 ore più tardi, un nuovo voto esclude la possibilità di un «no deal» per la Gran Bretagna: un segnale politicamente molto forte sebbene non vincolante, in quanto per scongiurare una hard Brexit serve la ridiscussione o l’annullamento dell’articolo 50 del trattato di Lisbona che regola l’uscita volontaria di un paese dall’Unione.

L’articolo 50 e gli scenari futuri

Per evitare con certezza il «no deal» le opzioni sul banco sono due: l’estensione dell’articolo 50 e un accordo con l’Ue per prorogare la data d’uscita, oppure la revoca dell’articolo 50 con conseguente rinuncia alla Brexit. L’articolo 50 infatti recita che «i negoziatori hanno due anni a disposizione dalla data in cui viene richiesta l’applicazione dell’articolo per raggiungere un accordo, ma questo termine può essere esteso.» Nonostante la sua reputazione sia ormai compromessa e la sua carriera segnata, Theresa May ha chiesto al Parlamento britannico l’autorizzazione a trattare un disperato rinvio della data d’uscita. Autorizzazione concessa con l’ultima delle tre votazioni, avvenuta giovedì sera. Con 412 voti a favore e 202 contrari, la Camera dei Comuni ha approvato una mozione che autorizza il governo a chiedere il rinvio della Brexit di tre mesi, fino al 30 giugno. Per rendere l’idea del caos che regna nei partiti di «maggioranza», hanno votato contro al rinvio proprio i deputati del Dup e buona parte dei conservatori, convinti della necessità e della convenienza di uscire il 29 marzo senza accordo. Ora l’Ue dovrà decidere se accogliere la richiesta britannica durante il prossimo Consiglio europeo del 20 e 21 marzo: per concedere l’estensione prevista dall’articolo 50 serve un voto unanime da parte dei 27 stati membri. Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha provato a gettare acqua sul fuoco: «durante le consultazioni con i 27 Stati membri chiederò che venga dato tempo al Regno Unito per ripensare alla sua strategia sulla Brexit e creare consenso attorno ad essa» si legge sul suo profilo Twitter ufficiale. Per Theresa May si apre quindi un nuovo, ultimo round di questa infinita battaglia. Un accordo tra le parti sembra sempre più difficile, così come l‘esito di un nuovo voto, vista la perseveranza dei brexiters nel rifiutare ogni tipo di mediazione. «God Save The Queen» recita il primo verso dell’inno nazionale britannico, ma questa volta potrebbe davvero non bastare.

FEDERICO CASANOVA

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