Slow Food abbatte i confini nel segno della “lentezza”

Abderrahmane Amajou durante un panel sul Medioriente in Parlamento

Una giornata per rallentare. Il 27 febbraio si celebra la Giornata mondiale della Lentezza: un anniversario che ricorda come i ritmi dell’era moderna andrebbero ripensati.

E proprio in Piemonte c’è chi – Carlin Petrini – ormai più di trent’anni sui ritmi lenti ha fondato un movimento che in 150 Paesi promuovere un’alimentazione buona, pulita e giusta per tutti, Slow Food. Negli anni i principi del sodalizio hanno varcato i confini nazionali: la lentezza e il cibo “slow” sono diventati ponti fra culture e occasioni di sviluppo in tutto il mondo. Ne abbiamo discusso con Abderrahmane Amajou, coordinatore dell’Ufficio Internazionale di Slow Food, che ha sede a Bra e dà vita a progetti legati a migrazioni, biodiversità e cambiamento climatico.

Come si sono evoluti i concetti di “buono, pulito e giusto” in questi anni di forti cambiamenti nella società?
“Nel 2008 è nata Terra Madre, una rete di “comunità del cibo” impegnate a salvaguardare i territori, l’ambiente e la qualità delle produzioni agroalimentari. In quel contesto nel 2014 sono stati coinvolti 250 migranti, di oltre trenta nazionalità, che hanno incontrato la nostra rete internazionale: un’occasione per far conoscere i progetti di Slow Food nei Paesi d’origine, e per creare un “network” che dall’Italia e dall’Europa a questi si collega. L’Ufficio Internazionale è nato l’anno successivo ed è stato lanciato in una conferenza dal titolo provocatorio, “Te lo do io il Made in Italy”, nell’ambito della convention di Terra Madre: abbiamo posto l’attenzione su quanti migranti lavorano nel settore agricolo e per produrre prodotti eccellenza come il Barolo e il parmigiano.”

Quali progetti sono in corso?
“Proprio grazie alla connessione i con Paesi d’origine ci siamo aggiudicati il finanziamento dal Fondo Internazionale dello Sviluppo Agricolo (Ifad) per un progetto pilota di sviluppo rurale in Marocco e Senegal, che coinvolge le diaspore da questi Paesi in Italia. L’obiettivo è la creazione di impresa, per dare lavoro a giovani e donne: sono passati due anni dall’avvio, ne abbiamo davanti altrettanti e siamo nella fase più interessante, quella dell’implementazione dei progetti. Andiamo dalla piccola realtà che vuole salvare le campagne dall’inquinamento raccogliendo la plastica, alla creazione di progetti legati a prodotti locali. Sono coinvolti Oxfam, due associazioni marocchine e due senegalesi, e un’agenzia francese di microfinanza.”

Qual è la filosofia che anima il progetto?
“I migranti in Italia sosterranno la crescita delle imprese grazie alle rimesse: se prima venivano mandate nel Paese d’origine per il pagamento dei beni di necessità, d’ora in avanti contribuiranno a creare un meccanismo grazie al quale non ci sarà più bisogno di inviare denaro, perché le persone diventeranno autonome. In questo modo, da un lato attraverso il cibo e i nostri principi diamo vita a progetti nei Paesi coinvolgendo le diaspore migranti che da essi provengono e vivono in Ita e in Europa, con un ruolo importante, da protagonisti; d’altro canto il cibo “buono, pulito e giusto” diventa un momento di inclusione e interazione fra l’Italia e l’Europa e i Paesi da cui provengono i migranti.”

In quali altre iniziative siete impegnati?
“Nel 2014 è nato il Festival internazionale della cucina mediterranea, in collaborazione con l’associazione Mediterran, che si svolge a Torino a settembre sui temi del cibo, della politica e dell’economia. Due anni fa, in collaborazione con l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, è partito il Migranti film festival che vuole sensibilizzare sul tema migratorio e creare comunità: quest’anno sarà il 28 e il 29 giugno. Da meno di un anno abbiamo vinto il bando dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo sviluppo (Aics) con capofila l’Associazione Internazionale Volontari Laici (Lvia) “Le ricette del dialogo” per creare cittadinanza globale usando il cibo come mezzo di inclusione. Abbiamo formato 78 persone di varie nazionalità, provenienti da tutte le zone del Piemonte, su temi come salubrità degli alimenti, igiene e biodiversità. Ora stanno per aprire un ristorante a casa loro, con un obiettivo di intercultura: Slow Food editore pubblicherà un libro con fotografie, ricette, biografie e contatti in modo che chi desidera mangiare romeno o etiope possa rivolgersi a loro direttamente. Il progetto sarà lanciato ufficialmente al Migranti film festival che si terrà a giugno a Pollenzo.”

ADRIANA RICCOMAGNO

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