Il giornalismo di cui abbiamo bisogno

Alan Rusbridger ospite d’onore alla cerimonia di inaugurazione del Master di Torino sul presente e il futuro di una professione in crisi.

La slide che illumina di bianco l’aula magna del Campus Luigi Einaudi di Torino è breve e minimalista, ma ha la potenza emotiva di una profezia.
Siamo meglio di Internet?

Si tratta di una delle prime immagini della presentazione di Alan Rusbridger, noto soprattutto per essere stato il direttore del Guardian dal 1995 al 2015, il giornale inglese che in quei vent’anni ha fatto scuola nel passaggio dal mondo analogico a quello digitale. La presenza all’inaugurazione del Master in Giornalismo di Torino di Rusbridger, che adesso dirige la Lady Margaret Hall ad Oxford ed ha appena scritto il libro Breaking News: the remaking of journalism and why it matters now. è un’occasione anche per il giornalismo italiano di guardarsi allo specchio e riflettere su se stesso.

Agli studenti e al pubblico chiede: come si può fare giornalismo oggi con le nuove tecnologie? Ma ai colleghi chiede: dove abbiamo sbagliato? E parte con i dati, citando un sondaggio Edelman del 2018: in Gran Bretagna il 63% della popolazione non è sicuro se quello che sta leggendo sia vero giornalismo o semplicemente pettegolezzi da web, il 59% non si fida dell’autorevolezza di chi scrive.  Due miliardi di persone utilizzano Facebook per informarsi, mentre c’è chi crede nella prossima scomparsa della carta stampata. In questo scenario, un esame di coscienza è imprescindibile.

Per Rusbridger il giornalismo deve essere in grado di spiegare al pubblico le questioni complicate dell’attualità e di presentarne tutti gli aspetti con imparzialità per aiutarli a compiere scelte informate (cosa che per esempio non è avvenuta nella vicenda Brexit, che ha visto la Gran Bretagna votare a favore dell’uscita dall’Europa senza consapevolezza). Tra le inchieste del Guardian che sotto la direzione di Rusbridger hanno vinto premi e fatto la storia ci sono quelle di Wikileaks, di Edward Snowden e dello scandalo delle intercettazioni telefoniche dei tabloid inglesi di Rupert Murdoch. Ma è stato il suo approccio innovativo che ha reso possibile l’applicazione del metodo giornalistico al nuovo contesto digitale, puntando al dialogo orizzontale con il pubblico. Anche con un modello di business più aperto e inclusivo che propone agli utenti di diventare partner del giornale piuttosto che semplici abbonati.

All’evento intervengono anche i direttori Mario Calabresi (Repubblica), Maurizio Molinari (La Stampa) e Lucia Annunziata (L’HuffPost Italia). “Il potere è attratto dall’idea che attraverso le tecnologie si possa saltare la mediazione” avverte Calabresi. Senza una mediazione professionale e autorevole, cosa rimane? Calabresi guarda negli occhi i ragazzi del Master nelle prime file: “Propaganda” risponde. Molinari incoraggia gli studenti in giornalismo a imparare a far valere i diritti e a spiegare i dati. Annunziata prova a rispondere su dove il giornalismo sbaglia: “Siamo arrivati a un momento in cui le masse, come nel ‘500, stanno chiedendo alle élite di farsi da parte”. E non si riferisce solo alle élite politiche: “Negli Stati Uniti la maggior parte dei giornalisti provengono dalle università più prestigiose, diventare giornalista fa status. Abbiamo alimentato il mito del giornalista con racconti eroici su noi stessi, sulla nostra funzione sociale”. Mentre i social media hanno scardinato quel processo, fino ad allora verticale, per il quale le notizie scendevano verso le persone. Ora le notizie arrivano direttamente, senza intermediari; anzi, spesso vengono generate direttamente dalle persone, che le condividono in quella rete di interconnessioni che è Internet.
Le alternative sono due, secondo Annunziata: o si rimane in alto, nei conclavi intellettuali, e si muore per asfissia. O si scende in campo e ci si sporca, e si combatte “come gladiatori”. La questione è ancora da risolvere. Rimane chiara per tutti la necessità di un giornalismo onesto e pari, ma prima “bisogna essere consci della propria imperfezione”, conclude.
Sono le parole di Rusbridger ad accompagnare il pubblico, ma soprattutto gli studenti, verso l’uscita: “Facciamo del nostro meglio per essere più bravi che possiamo, ma fare errori è inevitabile. Credo, però, che questo sia il momento migliore per voi per fare il giornalismo che vi piace, con onestà e trasparenza”.

Qui la lectio di Alan Rusbridger

MARTINA STEFANONI e MARCO ZAVANESE