Nasce Playaya, l’app che consente di condividere l’ombrellone

Stefano Gremo, 26 anni, di Torino, si definisce “Imprenditore dalla nascita”. Dopo il diploma ha deciso che non si sarebbe iscritto all’università. Negli anni che i giovani dedicano alla laurea, Stefano ha seguito un altro percorso didattico: “Viaggiare on the road ti apre la mente. Innanzitutto ho capito quanto il turismo sia importante e vada valorizzato. In Thailandia, ad esempio, offrono servizi digitali molto all’avanguardia, che in Italia non ci sono. Inoltre ho lavorato come lavapiatti e cuoco in Australia. Dopo un anno ho deciso di mettermi alla prova con la gestione degli appartamenti. Nonostante le difficoltà che ho avuto con la lingua e la burocrazia, l’attività è stata un successo”. Poi è arrivata la decisione di tornare in Italia (“Avevo nostalgia della mia terra”) per costruirsi un futuro dove le opportunità per i giovani sembrano mancare: “Mi sono detto: ‘Ci provo una, due, tre volte. Se fallisco, vado via. Solo allora dirò che l’Italia è un Paese che non offre nulla ai giovani”.

Con Playaya Stefano va alla prima resa dei conti. Entro la giornata di oggi sarà operativo il sito online di sharing per ombrelloni (https://www.playaya.it/). “L’idea è nata in spiaggia, quando io e la mia fidanzata – spiega – non riuscivamo a prenotare i lettini. L’intoppo consiste nel fatto che molti ombrelloni restano ripiegati anche quando il proprietario è altrove, ma continua a pagare l’abbonamento”. Playaya consente di mettere a frutto ogni ora “buca”, incrociando le esigenze di chi, ad esempio, torna a casa prima delle cinque e di chi evita il sole delle ore più calde. I proventi del “subaffitto” dei lettini vanno per il 40 per cento al gestore del lido, che deve aderire al programma, e per il 60 all’utente semplice, che ha un grosso incentivo a spremere ogni ora di abbonamento. Numeri ancora non ce ne sono, il sito sarà online da oggi e l’app tra una decina di giorni. Ma il solo fatto di aver realizzato la sua idea rappresenta per Stefano un grande successo.

“No, non ho competenze informatiche”, risponde quando gli chiediamo se avesse implementato personalmente Playaya. “In parte ho affidato ad altre persone la fase di progettazione, in parte mi sono messo in gioco personalmente, lavorando per 14 ore al giorno per imparare a fare cose molto diverse, ad esempio i fondamentali di marketing o l’utilizzo di Photoshop per le grafiche. La cosa bella di lanciare una start-up è proprio questa: bisogna padroneggiare più cose possibili, nel minor tempo possibile.

Prevedibilmente, Stefano ha dovuto lottare con la burocrazia: “Venivo rimbalzato da un ufficio all’altro, ho incontrato un sacco di dipendenti della pubblica amministrazione che non avevano minimamente idea del tipo di pratiche da sbrigare”. Per questo il suo giudizio sull’Italia come Paese in cui fare innovazione non è lusinghiero: “Si parla tanto di incoraggiare le novità, ma il digitale è ancora considerato una perdita di tempo per ragazzini che non hanno voglia di lavorare. L’Italia è un Paese vecchio, eppure ci sono tantissime energie nuove che aspettano di essere liberate”.

GIUSEPPE GIORDANO