Maturità, Tuccari: “Bassani? Per parlare di discriminazioni razziali non è fondamentale conoscerlo”

La sorpresa Giorgio Bassani con “Il giardino dei Finzi-Contini”, la solitudine nell’arte e nella letteratura, la creatività, la massa e la propaganda, la cooperazione internazionale, la clonazione e l’uguaglianza nella Costituzione italiana. Le tracce della prima prova degli Esami di Stato dividono spesso gli studenti: alcuni esultano perché ritrovano l’autore su cui si sono preparati di più e sono sicuri, altri tentennano e si lasciano ispirare e guidare dalle esperienze personali. C’è chi tra gli oltre 500 mila candidati alla Maturità ha studiato dal manuale di letteratura o dagli appunti, chi ha letto i giornali di oggi e di ieri e chi ha controllato le ricorrenze a “cifra tonda”, convinto che sarebbero state citate nelle tracce.
Alla fine, in media e con piccole differenze tra licei e istituti tecnici e professionali, i maturandi hanno scelto principalmente il saggio breve di ambito artistico-letterario sulla solitudine (22% delle preferenze, secondo il campione del ministero dell’Istruzione), l’analisti del testo sul brano di Bassani (18,5%) e il saggio breve di ambito socio-economico sulla creatività (16,8%). Poco distante dal podio il tema di ordine generale sull’articolo 3 della Costituzione con il 14,8% delle preferenze, seguito a ruota dal dibattito sulla clonazione, argomento del saggio breve di ambito tecnico-scientifico, con il 13,7%.
Le due tracce esplicitamente di indirizzo storico hanno convinto complessivamente solo il 14% degli studenti: il 13% ha puntato quella sulle masse e sulla propaganda e addirittura l’1% di loro si è lanciato ad analizzare i contributi di Aldo Moro e Alcide De Gasperi sulla cooperazione internazionale e l’Europa.

In generale, comunque “gran parte dei temi affrontati sono a sfondo storico o di educazione civica, come quello di cui parla Bassani. Ma sottolinerei soprattutto l’uguaglianza e la cooperazione internazionale, che hanno grande ricaduta sull’attualità”, ha notato Francesco Tuccari, docente ordinario di Storia delle dottrine politiche all’Università di Torino e spettatore interessato, dato che il figlio Pietro quest’anno affronta l’Esame. Anche per questo motivo abbiamo chiesto a lui di commentare la prima prova.

Professore, uno studente che non ha potuto studiare in modo approfondito molti autori, quante difficoltà può aver incontrato nell’affrontare queste tracce?

“In realtà poche. Leggendo molto attentamente le tracce, ci si rende conto che contengono temi che comunque lasciano libertà di parlare dell’argomento centrale delle citazioni degli autori. Un diciottenne che si guarda intorno, che si informa, riesce tranquillamente a esprimere riflessioni senza andare fuori tema. Non è fondamentale conoscere a fondo Bassani per parlare delle discriminazioni razziali e dell’antisemitismo. Chi ha studiato diritto e si trova a suo agio con i principi fondamentali della Costituzione non penso che abbia avuto problemi a parlare di uguaglianza formale e sostanziale”.

C’era il rischio di rendere “politico” lo svolgimento dei temi? Molti di questi sono stati dibattuti in campagna elettorale e anche nei giorni scorsi

“È vero, però non penso che qualcuno possa politicizzare o ideologizzare sulla discriminazione razziale e su Bassani, magari sulla cooperazione e sull’Unione Europea. Ma neanche tanto: si parla di condivisione di valori, di unità e rinascita dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il più spinoso, forse, era quello su massa e propaganda che apriva a riflessioni sui populismi, bilanciato comunque da una contestualizzazione con i totalitarismi. Difficilmente qualcuno va controcorrente in questi casi, sono grossi temi”.

E la clonazione?

“Quello è un argomento di frontiera e chiama in causa il lato luminoso e quello più oscuro del progresso. Tocca temi su cui l’Italia e la Chiesa hanno posizioni molto nette, ma comunque non c’erano il biotestamento, l’aborto o il fine vita, a mio avviso molto più scivolosi”.

Ha chiesto a suo figlio quale tema ha scelto? E se avesse dovuto affrontare l’Esame quest’anno, quale traccia avrebbe preferito svolgere?

“Forse avrei scelto proprio quello che ha fatto mio figlio, il tema sull’Europa, che inizia a essere affrontato a scuola. Ma non esattamente attraverso la figura di Aldo Moro. Avrebbero potuto citare Altiero Spinelli, per esempio”.

Magari Moro è stato citato per il quarantennale del sequestro e della morte…

“Probabile. Tuttavia Moro nella memoria degli studenti è collegato al terrorismo, al compromesso storico, non tanto all’Europa. La sua citazione mi avrebbe disorientato, ma avrei scelto comunque il tema storico. Anche perché non sono molto portato per la letteratura e le arti, avrei evitato di mettermi nei pasticci. Complicato anche il saggio breve per le sue caratteristiche tecniche, formali, non tanto per il contenuto”.

Perché hanno avuto successo le tracce sulla solitudine, sulle discriminazioni razziali e sulla creatività?

“Perché sono quelle più articolate, hanno uno schema argomentativo avviato”.

Ricorda quale scelse all’epoca del suo Esame?

“Assolutamente no. È scomparso dalla mia memoria, segno che non è tanto traumatico alla fine”.

Ma rispetto a 30-40 anni fa è cambiato molto. La vede come una evoluzione o una involuzione?

“La terza prova è una pazzia, oggi. Per fortuna sarà l’ultima volta in cui verrà fatta, sarà sostituita da un test Invalsi, che spero sia più ragionevole. Per certi versi è una prova più semplice. In generale, questo è un esame molto pesante: quando lo feci io c’erano due prove scritte e alla prova orale venivano sorteggiate solo 4 materie, non tutte come avviene adesso. Non si possono studiare contemporaneamente matematica, fisica, letteratura, chimica, geografia astronomica…La maturità all’epoca era più ragionevole. Serviva anche ad avere la certezza su cosa un maturando volesse o non volesse studiare all’Università”.

L’Esame di oggi è complicato per un maturando?

“Direi di sì, anche perché questa è una cosa che non succederà più nella vita di uno studente. Che è costretto a un tour de force, si stressa e arriva un po’ confuso, non preparato pienamente in tutte le materie. Questa rincorsa all’interdisciplinarietà genera diverse volte un po’ di superficialità: secondo me vale più sul piano educativo che sul piano delle competenze”.

Allora a cosa può essere utile?

“Sicuramente è una specie di rito di iniziazione, che serve come strumento di crescita della persona, ma bisogna che sia più produttivo sul piano delle conoscenze che uno studente porta avanti nel corso degli anni”.

ARMANDO TORRO