Le moschee torinesi. Tutto quello che c’è da sapere

L'imam Mohamed Shahin, moschea di via Saluzzo

A Torino esistono diciassette luoghi di culto islamici. Possiamo chiamarli moschee? La risposta non è semplice. Per i musulmani lo sono: “Basta che un luogo sia dedicato esclusivamente a questo scopo, ci si toglie le scarpe, si prega: ecco, quella è una moschea” spiega Brahim Baya, portavoce dell’Associazione Islamica delle Alpi. Per la legge, questa regola vale un po’ meno: per essere riconosciuti come luoghi di culto la trafila è difficile, perché l’Islam non ha un’Intesa ufficiale con lo Stato italiano. Dunque si potrebbe dire che non c’è nessuna moschea a Torino, se consideriamo la struttura e l’aspetto esteriore dei luoghi dedicati al culto. In questo caso, in tutta Italia, se ne contano solo 4. Se consideriamo il riconoscimento a livello comunale, i numeri crescono: la moschea Taiba di via Chivasso ne è un esempio. Gli altri sono luoghi di culto “informali”, sedi di associazioni e gruppi, utilizzati come luoghi di preghiera. Ma per chi prega sono moschee a tutti gli effetti: ecco perché utilizzeremo questo termine. “Potremmo pagare una marca da bollo e chiedere il permesso ma è solo un cavillo in più che non cambia la sostanza: l’importante è che questo sia un luogo di culto per noi” spiega Zakaria, portavoce della moschea La Pace di corso Giulio Cesare.

La moschea più recente ha aperto in primavera, in via Monte Rosa. Le prime sono nate invece negli anni Novanta nel quartiere di San Salvario, in via Baretti e poi in via Saluzzo.

I numeri

I numeri: tra 30 e 50 mila persone a Torino

A Torino non si sa con esattezza quanti siano i fedeli musulmani. Secondo una stima delle comunità islamiche, si parla di circa 50 mila persone. La Fondazione Benvenuti in Italia, che nel 2017 ha pubblicato la ricerca “Islam a Torino”, li quantifica in un numero di poco superiore ai 33 mila. In ogni caso la comunità locale è in crescita. Anche per questo, sei anni fa, il Comune di Torino ha stipulato un patto d’intesa con le diciassette realtà presenti sul territorio. Un accordo che porta a un coordinamento e a un lavoro congiunto con la città per promuovere l’integrazione e la conoscenza dell’Islam a Torino. Un esempio è “l’iftar in via“, quando tutte le moschee aprono le porte per offrire in strada la cena di rottura del digiuno giornaliera durante il Ramadan.

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Marocco, Egitto, Nigeria, Mali, Senegal, Bangladesh, Tunisia, Iran, Somalia, Pakistan sono tra i Paesi di provenienza principali dei musulmani residenti a Torino (fonte: Benvenuti in Italia). Alcune moschee sono gestite direttamente da organizzazioni e associazioni i cui fondatori sono tutti di origine marocchina: un esempio sono la Taiba, che significa purezza, e la Mohamed IV. La comunità marocchina è infatti la più numerosa a livello locale. A Milano è più presente quella egiziana. 

Ma i fedeli che si recano alle moschee sono spesso di nazionalità mista: le più variegate sono probabilmente anche le più datate, cioè le moschee di San Salvario, in via Saluzzo e via Baretti. La moschea Dar As-Salaam di via la Salle è invece ad ampia prevalenza di bangladesi: fondata nel 2009 è stata pensata per la comunità di persone provenienti dal Bangladesh, in forte crescita negli ultimi anni. Qui la preghiera viene officiata in arabo ma la spiegazione e il discorso sono pronunciati in bengali. Spesso, però, anche in italiano. L’uso dell’italiano come lingua di comunicazione interculturale è diffuso anche in altre moschee: è ancora il caso della Taiba ma anche della Masjid Omar Ibn al Khattab di via Saluzzo: “Ci sono tante persone di origine diversa, quindi spesso traduciamo in italiano per facilitare la comprensione. Non tutti sono arabofoni e la preghiera è officiata solo in arabo” spiega ancora Brahim Baya. L’italiano viene anche usato, a volte, come lingua di comunicazione tra le 17 moschee e sui social media. Nella moschea Mohamed VI di via Genova, c’è invece un forte legame con i regnanti del Marocco.

Hanno invece origini iraniane, libanesi e pakistane i fedeli che frequentano la moschea Tohid in Corso Emilia, l’unica sciita in città. In realtà i luoghi di culto sciiti e sunniti non hanno differenze sostanziali e gli appartamenti ai due gruppi possono pregare in una stessa moschea. La differenza sta nelle loro credenze: mentre i sunniti basano la pratica religiosa sugli insegnamenti e i comportamenti di Maometto (la Sunna), gli sciiti vedono nei loro leader religiosi, gli ayatollah, un riflesso di Dio sulla terra e credono che il dodicesimo e ultimo imam, attualmente nascosto, riapparirà un giorno per compiere la volontà divina. A Torino la comunità musulmana è a prevalenza sunnita. 

Il Ramadan è il mese in cui si pratica il digiuno. Ramadan (in arabo: رمضان‎, ramaḍān) è il nono mese dell’anno secondo il calendario islamico e dura 29 o 30 giorni, in base all’osservazione della luna crescente. A Torino i musulmani hanno iniziato il Ramadan il 15 maggio e lo concluderanno venerdì 15 giugno con la tradizionale preghiera collettiva al Parco Dora.

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Incluse o escluse? Il tema delle donne nella cultura musulmana è da sempre al centro del dibattito pubblico. Nel caso torinese, è possibile dire che in diverse moschee la figura femminile è fondamentale. Alla moschea Taiba di via Chivasso, ad esempio, esistono nove commissioni gestite dall’Associazione Islamica delle Alpi: quattro di queste sono presiedute da donne. “Non solo – spiega Baya – le donne organizzano anche incontri dedicati a loro, soprattutto le ragazze più giovani, aperti a tutti. Discutono di temi d’attualità e sono molto attive anche quando organizziamo l’iftar in via”. Qui le donne pregano mescolate agli uomini tranne il venerdì: quando la preghiera è troppo partecipata si utilizza un altro spazio nella stessa via perché i numeri superano il migliaio. Si tratta dello spazio originario, sede dell’Associazione che gestisce la moschea, prima affittato, poi ceduto e ora di nuovo in possesso della Taiba. Anche nell’unica moschea considerata a maggioranza sciita della città donne e uomini pregano insieme: in corso Emilia lo spazio è unico, all’interno di un palazzo signorile, e non c’è una divisione in base al sesso.

In quasi tutte le altre moschee, invece, le donne hanno sempre uno spazio riservato: generalmente al piano superiore. È questo il caso di via Saluzzo e di via Genova: “Lo spazio al piano superiore, dove pregano le donne, è più piccolo ma è interamente dedicato a loro” spiega Abdullahi, il custode della moschea di via Saluzzo. In alcuni casi, invece, per loro lo spazio non è previsto: alla Moschea di Porta Palazzo, in via Cottolengo, pregano solo uomini. Anche in quella di via la Salle, dedicata alla comunità del Bangladesh: “Nella nostra cultura le donne pregano in casa, gli uomini vanno alla moschea” spiega Ismail Sikder, uno dei fondatori.

Queste distinzioni avvengono anche perché, secondo l’Islam, gli uomini sono obbligati a partecipare ad alcune preghiere che per le donne sono invece facoltative.

La parola “imam” significa letteralmente guida, in ambito religioso è colui che “guida la preghiera“. Ogni moschea ha il suo imam, scelto dai vertici delle varie associazioni sulla base di due qualità: la conoscenza del Corano e della teologia, e il comportamento esemplare. Nei Paesi di confessione islamica, gli imam sono dei veri e propri impiegati statali che hanno studiato all’Università conseguendo un dottorato di ricerca. Leggere il Corano è un arte che comporta anni di esercizio.

Zakaria, portavoce della moschea La Pace

A Torino gli imam vengono stipendiati dalle associazioni, alcuni invece sono volontari e hanno anche più di un lavoro. Come Mohamed Shahin, l’imam della moschea in via Saluzzo. Nato in Egitto, ha 40 anni ed è arrivato in Italia, a Milano, nel 2004, dopo essersi laureato in Studi islamici. Dal 2012 si è trasferito a Torino. Padre di due bambini di 2 e 5 anni, oltre a guidare la preghiera è anche elettricista e insegna arabo alla Scuola di applicazione dell’esercito. Non solo, si è iscritto anche a un master sulla vita dei musulmani in Europa. “L’imam è un punto di riferimento per l’intera comunità. Aiuta i fedeli ad affrontare i problemi quotidiani. Per noi l’islam è uno stile di vita” racconta Shahin. Per diventare una guida è infatti essenziale il rapporto con il quartiere. “Gli imam devono avere una forte conoscenza del contesto in cui lavorano – spiega Brahim Baya, uno dei responsabili della moschea Taiba – da noi ad esempio è importante che sappia parlare italiano perché deve comunicare con fedeli che vengono dal Sud Est asiatico, dalla Macedonia o dall’Albania”. Per diventare imam non ci sono limiti di età. L’imam della moschea Della Pace ad esempio, è un ragazzo di 25 anni e studia ingegneria al Politecnico. Si chiama Ishak e si è formato in Pakistan, il suo Paese d’origine. E’ arrivato in Italia da circa quattro anni e nonostante parli solo inglese, conosce il Corano a memoria.

Durante il mese del Ramadan è tradizione che ogni moschea chiami un imam esterno. A Torino ne arrivano soprattutto dal Marocco.

Conversioni L'avvicinamento all'Islam

In quasi tutte le moschee torinesi sono presenti anche diversi “convertiti“: persone nate e cresciute in Italia in contesto lontano da quello dell’Islam, che però hanno trovato la fede nell’avvicinamento a questa religione. La moschea di via Saluzzo, quella di via Chivasso, ma anche la moschea sciita e molte altre segnalano la presenza di circa una decina di persone per ogni luogo di culto che possiamo considerare in questa categoria. “Si parla più che altro di ‘ritornati‘ – spiega l’imam Shahin – perché spesso considerano l’avvicinamento all’Islam come parte di un percorso unico”. Per loro c’è in cantiere l’idea di una moschea del tutto “italiana” proprio a Torino: “In alcuni luoghi la preghiera e il sermone sono solo in arabo, quindi uno spazio interamente dedicato agli italiani potrebbe essere utile” aggiunge Zakaria, portavoce della moschea di corso Giulio Cesare.

Shahadah: dichiarazione di fede che deve essere pronunciata davanti a minimo due persone. “Testimonio che non c’è divinità se non Dio (Allāh) e testimonio che Maometto è il Suo Messaggero”

Uno di loro si chiama Felix Caluori, è nato in Italia da madre coreana e padre italiano, ha studiato a Torino all’università ed è in procinto di laurearsi. “Nell’ottobre del 2015 ho pronunciato la shahadah, la dichiarazione di fede, sono al mio quarto Ramadan – spiega -. Si tratta di una ricerca spirituale ed esistenziale. Prima ero ateo, mi sono avvicinato gradualmente all’idea di Dio. Mi sono ritrovato nel senso di unione e fratellanza che trasmette”. Caluori frequenta soprattutto la moschea Taiba perché, racconta, “ha un’attitudine alla costruttività e alla cittadinanza attiva. I musulmani sono parte integrante, e non estranea, dell’Italia e la moschea ne è un esempio lampante”. Un percorso misto tra conoscenza di amici musulmani e avvicinamento personale che lo ha portato a una “conversione” totale.

Nel contratto di governo tra Lega e Movimento 5 Stelle il rapporto tra lo Stato italiano e le confessioni religiose viene associato al tema delle migrazioni. Nell’ultimo paragrafo del capitolo n. 13 intitolato “Immigrazione: rimpatri e stop al business”, si prevede l’istituzione di un registro dei ministri di culto e di una normativa per tracciare i finanziamenti con cui vengono costruite le moschee e, in generale, i luoghi di culto, “anche se diversamente denominati”. L’attenzione dunque è rivolta principalmente all’Islam. Si legge inoltre nel testo: “Occorre disporre di strumenti adeguati per consentire il controllo e la chiusura immediata di tutte le associazioni islamiche radicali nonché di moschee e di luoghi di culto, comunque denominati, che risultino irregolari. […] Per garantire un’azione efficace e uniforme su tutto il territorio nazionale è necessario adottare una specifica legge quadro sulle moschee e luoghi di culto, che preveda anche il coinvolgimento delle comunità locali.” Attualmente infatti, nonostante in Italia la comunità musulmana sia presente da anni e l’Islam sia la seconda religione più diffusa dopo il Cristianesimo, non c’è ancora un’Intesa con lo Stato. Non esiste quindi una normativa a livello nazionale che disciplini l’apertura delle moschee  ma ogni comune si regola autonomamente con la conseguenza che questi luoghi esistono e continuano ad aumentare ma non vengono riconosciuti ufficialmente come tali. E’ difficile dunque capire cosa Lega e M5S intendano per moschee “irregolari” da chiudere.

L’interno della moschea di via Saluzzo

Il metodo con cui vengono aperte è sempre lo stesso: si crea un’associazione culturale che compra o affitta da privati dei locali che verranno poi adibiti a moschee. Solo a pochi spazi il Comune di Torino ha riconosciuto ufficialmente la destinazione d’uso a luogo di culto. Sono spesso garage, seminterrati o cortili interni di condomini, senza insegne riconoscibili, solo la targhetta del citofono a segnalarne la presenza. Non tutte sono a norma e rispettano i livelli minimi di sicurezza. I soldi messi a disposizione dai fedeli infatti non sempre bastano per affittare locali adeguati ad accogliere centinaia di persone, a volte anche migliaia, come succede nel mese del Ramadan. Da tempo le comunità islamiche chiedono che si raggiunga un accordo con lo Stato per garantire il diritto ad avere luoghi di culto adeguati nel pieno rispetto della legge. “Quello che manca è solo la volontà politica” conclude Brahim Baya.

LUCREZIA CLEMENTE
CAMILLA CUPELLI