Daniele Celona: “Non scrivo per un fine, scrivo per necessità”

PH: Daniele Cappelletto/Facebook

Daniele Celona parla con calma, pochi vezzi da cantautore ma tutti sapientemente misurati. Ha gli occhiali da sole, che terrà per tutta l’intervista, e un Panama in testa, il suo marchio di fabbrica. Sangue misto, metà sardo e metà siciliano, nato a Torino e cresciuto mentre in America infuriava il grunge ma: “Senza idolatrie, senza modelli stabiliti” dice stringendosi nelle spalle. Due album: “Fiori e Demoni” e “Amantide, Atlantide” nel quale duetta con Levante, e un terzo in uscita nel 2018. Appartiene a quella generazione sospesa tra: “Le esibizioni solo live e i nuovi media come Youtube o Spotify”

Partiamo dalle origini, com’era Torino quando hai iniziato?

“Torino era una città in divenire e io, come molti musicisti, ero concentrato sulle prove e sulla saletta. Noi torinesi abbiamo un po’ questo provincialismo, questa sindrome che ci porta a prepararci fino all’eccesso. Portavi le tue cose in giro per locali dopo molto tempo, non sentendoti mai sicuro. In realtà stava iniziando un momento storico in cui interazioni e confronti erano importanti, l’era dei Murazzi, delle contaminazioni. Io, per carattere, per la mia chiusura, non ne beneficiai. Torino, cambiava, cresceva e si innovava e annullava il senso di inferiorità con la vicina Milano. Lì c’erano più possibilità, noi prima di arrivare alle pareti piene di dischi d’oro dovevamo fare una trafila più lunga”.

E tu, in questo contesto, come pensavi di fare strada?

“Io suonavo un repertorio misto. Per indorare la pillola dell’inedito mischiavamo cover anni ’70, dai Led Zeppelin ai Cream, e poi intorno ai diciotto anni dissi ai ragazzi che volevo fare solo inediti e la band accettò. Era un periodo in cui l’ipertecnica era di moda. Si effettava tutto, tanto. Io entrai nell’ambiente quando si ritornava al passato. Cambiavano le chitarre: Gibson e Fender al posto delle Ibanez, e i modulatori del suono: le “pedaliere” alla vecchia maniera invece dei rack”.

Poi è arrivato Youtube e cosa è cambiato?

“Prima c’è stato MySpace. La prima prova di questo mare magnum sommerso che esisteva. Da un lato era illuminante, dall’altro sconfortante. Perché scoprivi quanti altri avessero la stessa opportunità, quanti altri scrivessero bene. Prima il confronto era più piccolo, quel momento fu uno spartiacque perché decisi davvero di fare musica”.

C’è un ritorno al cantautorato?

“Sono cicli, ritorni, reazioni. Al periodo dell’ipertecnica si rispose con i testi, con il cantato, più viscerale che poi è la ragione del grunge anche se molti scimmiottavano una dizione inglese. Mentre una capacità di utilizzare l’italiano e le sue vocali finali adattandole al rock ha fatto in modo che nascesse una nostra idea musicale. L’attenzione al testo fa parte della nostra tradizione. Si tende a non lasciare indietro la voce nel mixaggio. Anche i Subsonica, nonostante la formula puntasse a far ballare, non hanno mai sottovalutato le liriche”.

Tu unisci un italiano colto a frasi kitsch e gergali. In “Acqua” dici: “Solo più”, perché? 

“Significa ‘soltanto’, è un modo di dire tipico del nord. In “Johannes” poi dico: “Il cielo piove” un verbo impersonale. Ci ho pensato due giorni prima di lasciarlo, basta che sia una scelta consapevole. Sono licenze testuali”.

A proposito, come mai il titolo è “Acqua”?

“Il gioco per bambini. Urli “acqua!” quando sei lontano, “fuoco” se sei vicino. Nel ritornello, la ripetizione della parola (“acqua” n.d.r), indica la distanza dal reale, dalla crudezza di cui si parla nell’intera canzone”.

“Acqua” è un pezzo del tuo primo album “Fiori e Demoni” del 2012, com’è nato?

“Il primo album certo, ma avevo una cinquantina di canzoni in cantiere. Io lo considero l’album della maturità, come se fosse il terzo. Viene dopo quel periodo che definisco “degli anni bui“, quelli in cui produrre musica significa solo avere successo. Ero chiuso in cameretta e scrivevo, non avevo quasi più energia. Questa soluzione diventò stretta. Ho pensato: “Ho i brani, è il momento di tirarli fuori”. Un regalo senza pretese, per me stesso”.

Però non andò malissimo…

“No, per niente, fu una prova di volontà e per essere un autoproduzione a tutti gli effetti è andata bene. Nessuna recensione negativa, ma era un periodo in cui non me ne fregava nulla delle critiche. Mia madre aveva iniziato a stare male, quindi ero corazzato. Feci sentire il disco a Paolo Benvegnù, Pierpaolo Capovilla e Umberto Maria Giardini e il fatto che a loro piacesse era la cosa che mi soddisfaceva di più”.

Nel 2015 è uscito “Amantide, Atlantide” il secondo album, cosa rappresenta?

“Sono due confini. Amantide è il cerchio più interno, rappresenta le tracce introspettive dell’album, Atlantide per contrasto rappresenta la società, l’ambiente in cui si intrecciano le situazioni personali. Due cerchi concentrici insomma. Entrambi i dischi sono senza etichetta e quasi in autonomia, quest’album però ha goduto di maggiore visibilità grazie all’apporto di The Goodness Factory. Abbiamo fatto dei piccoli miracoli, due “vestiti da boutique” rispetto alla grande distribuzione. Anche a livello economico fu tutto fatto in casa e gestito nella migliore maniera possibile”.

I tuoi pezzi sono di un minutaggio alto e piacciono comunque, che vuol dire?

“Io mi stupisco sempre del fatto che piacciano e che passino sei minuti senza ricevere un pomodoro in faccia. Però quando la scrittura diventa personale, quando i testi sono più introspettivi, tendo a dilungarmi per una questione di catarsi, di purificazione. Uno sfogo. Poi nella musica mi ha aiutato aver studiato piano, trasportare i tempi da un adagio a un allegretto, cambiare voce e suono, la lezione degli Stone Temple Pilots, di Scott Weiland (ex frontman del gruppo n.d.r) il modo camaleontico di adattarsi ai pezzi. L’approccio grunge di cui sono figlio in fondo. Poi bisogna scindere l’uomo dall’artista, prendere il buono e non idolatrare”.

Una canzone che ti ricorda Torino?

“Mi autocito che è la soluzione più semplice: “Sotto la collina”. L’ho scritta in maniera ironica e grottesca per questa città, con cui ho fatto pace col tempo. Sono riuscito finalmente a vedere e capire le strutture sulle quali si poggia Torino. Per me poi è casa, con questo cielo variabile e instabile, patinato di bianco, con una luce che potrebbe far male. Come si aprono le piazze all’improvviso, così si riapre anche il cielo”.

E il cielo sotto Torino com’è?

“Vivo e spero resista”.

MASSIMILIANO MATTIELLO