Vallette, il consultorio a sostegno delle donne

Piazza Eugenio Montale, quartiere Vallette. Una fontana spenta, due file di colonne di mattoni rossi e panchine rivolte verso le torri di viale dei Mughetti, i palazzi di dieci piani costruiti alla fine degli anni Cinquanta per accogliere gli operai arrivati a Torino con i treni del sole.

Dietro agli alberi, al numero 10, c’è il Consultorio Familiare dell’ASL TO2. Attivo dal 1979, è stato tra i primi aperti in città. Quello di piazza Montale non è solo un centro medico, è un punto di ascolto, un riferimento: per tante donne l’unico.

Lavorare alle Vallette significa conoscere il disagio dei pazienti e l’emarginazione storica di queste vie dai nomi floreali. Primule, Pervinche e Verbene, grovigli di palazzoni e casette a schiera, di cortili e di viali alberati che non coprono il degrado e l’abbandono. “È sempre stato un quartiere incarcerato” racconta Giovanna Pastore, dottoressa del consultorio dal 1991, “poi le crisi hanno esasperato la situazione di provvisorietà e la mancanza di integrazione, soprattutto per l’ultima generazione”. Chi parla di disgrazie e di persone senza Dio sbaglia: “Non è vero che i ragazzi non hanno speranza, hanno solo perso la possibilità di guardare lontano e non sanno da che spiraglio affacciarsi per recuperarla”.

Molti giovani diventano genitori presto, “perché non è vero che in Italia non si fanno figli, è che spesso li fa chi non potrebbe permetterselo”. In consultorio si conoscono situazioni sociali drammatiche e livelli culturali bassi ma ci sono anche tante persone per bene, italiane e straniere: «le pazienti dell’Europa dell’est, ad esempio, sono le più ligie alle regole» confessa la dottoressa.

Le ginecologhe delle Vallette e degli altri consultori della città parlano più lingue nella stessa giornata e a volte si trasformano in medici di base. “Le donne in età fertile sanno che qui possono trovare persone disposte ad accoglierle e ascoltarle” spiega la dottoressa Elisa Cassina, che lavora in piazza Montale da un mese e mezzo. “Dentro al consultorio le pazienti portano anche le loro storie, le anamnesi rivelano il loro vissuto. Fare da filtro in certi casi è complicato, in altri inevitabile” ammette.

Nei quartieri difficili c’è meno accesso ai servizi privati per ragioni economiche e culturali, nei quartieri difficili, dunque è più forte il bisogno di sanità pubblica. I consultori sono aperti a tutte le donne: vi si accede senza permesso di soggiorno, senza impegnativa e senza pagare. “Le pazienti però non sono sempre donne senza alternative”, precisa Cassina, “negli ultimi tempi tante scelgono di lasciare il ginecologo privato per farsi seguire nei consultori”. La dottoressa Cassina ha scelto di essere trasferita alle Vallette, perché “si può dare un buon servizio anche dove si pensa che non ci sia”.

GIORGIA GARIBOLDI

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