Risarcimento per il troppo rumore: viaggio a San Salvario, il quartiere della movida torinese

Largo Saluzzo a San Salvario

Movida sì, movida no. Nel quartiere di San Salvario la polemica si riaccende all’alba dell’estate, con un ricorso presentato dai cittadini di Largo Saluzzo e una richiesta di risarcimento verso la città pari a 1,8 milioni di euro. La richiesta si basa sull’ultimo rapporto dell’Arpa Piemonte, che ha analizzato gli sforamenti di decibel nell’area interessata.

La porzione del quartiere di San Salvario considerata dal fenomeno è circoscritta a un quadrilatero delimitato a nord da corso Vittorio, a sud da corso Marconi, a est da via Madama Cristina e a ovest da via Nizza, per un numero complessivo di circa 470 edifici residenziali ed una popolazione di circa 8100 persone. L’Arpa ha installato, dalla primavera 2016, sei postazioni fonometriche che hanno rivelato due dati interessanti: il primo è l’abbassamento del rumore rispetto all’anno precedente, in media tra 0,5 e 3,5 dB in meno; il secondo è che i superamenti dei limiti sono comunque ancora tanti: il valore medio a lungo termine è di circa 10 dB di troppo, ma in Largo Saluzzo l’eccedenza arriva fino al doppio (20 dB).

Le origini della questione

Roberto Arnaudo

Nel quartiere la lotta alla movida ha radici lontane e si accompagna spesso a quella contro il cosiddetto degrado della zona. A occuparsi, da tempo, di far dialogare gli animi è anche e soprattutto la Casa del Quartiere, negli ex Bagni Municipali. Già nel 2011 aveva provato a mettere tutti intorno a un tavolo e portare le istanze di chi vive le strade del quartiere: “Oggi però non abbiamo ruolo di mediatori, il Comune non ci ha affidato nessun incarico – specifica Roberto Arnaudo, direttore dell’Agenzia per lo sviluppo locale di San Salvario onlus, nella Casa del Quartiere -. Proviamo a lavorare nella quotidianità, a offrire cose diverse, a incentivare anche gli altri locali a promuovere attività culturali. Quando facciamo il cinema all’aperto nel cortile distribuiamo le cuffie, ad esempio. Abbiamo promosso attività come Mozart nei locali, i concerti negli appartamenti. Proviamo a dire che un altro modo di divertirsi è possibile”. Ma il problema è di difficile risoluzione: secondo Arnaudo, e secondo molti altri, risale alla liberalizzazione delle licenze. “Prima non si potevano aprire più di tot locali nella stessa zona. Poi, dopo normative europee e non solo, le cose sono cambiate e i locali sono proliferati soprattutto in alcune zone circoscritte”.

Alberto Giolitti

Della stessa idea anche Alberto Giolitti, direttore di sala del Cineteatro Baretti: “Ci sono 19 locali in un isolato e mezzo. È assurdo. Io avevo la casa in Largo Saluzzo. L’ho venduta, non si poteva più stare. Qui non abbiamo più lo spettacolo delle 22.30 perché anche con i muri insonorizzati, non si sente cosa viene detto nelle pellicole proiettate”.

Largo Saluzzo

Poco più in là, dove la strada si allarga, ci sono pochi capannelli di persone. È mattino, qualcuno beve il caffè, qualcuno legge il giornale. Ma i clienti sono pochi: “Se non lavoriamo di sera, non lavoriamo più” dicono dal Bar Roma. Aperto da cinquant’anni, ha iniziato solo da due ad aprire il venerdì e il sabato fino alle 3 di notte. “Sono ragazzi” dice Ignazio Cimino, il proprietario, alzando un poco le spalle. Ma sia lui che la moglie sanno che il problema è complesso: chi ha visto il quartiere trasformarsi, prima con la riqualificazione, poi con la liberalizzazione delle licenze fino ad arrivare alla realtà di oggi, è più reticente a parlare. Le colpe sono difficili da attribuire e le mancanze sono tante. Qualcuno si nega, preferendo restare fuori dal discorso, qualcun altro parla senza dare dettagli. Come il titolare del ristorante della piazza, che ha negli occhi lo sconforto di chi non sa più come risolvere la situazione. In tanti additano i locali che vendono un litro di cocktail a 9 euro o il chupito a 1 euro, perché “hanno abbassato il livello della clientela”.

Passeggiando per il quartiere l’impressione è quella di un borgo antico, di un piccolo paese. Ma di sera la situazione cambia e proprio qui si radunano centinaia di ragazzi che passano la serata seduti sui marciapiedi, chiacchierando e bevendo. Ospiti di una piazza che ormai sembra non volerli più. I controlli sono pochi, anche rispetto alle ordinanze sulla vendita di alcolici d’asporto, che ne vietano la vendita oltre mezzanotte.

La città

Complice del boom dei locali a San Salvario sembra essere anche la chiusura dei Murazzi. “Prima le persone stavano qui, poi andavano altrove. Con la chiusura dei Murazzi le persone non passano più solo la serata nel quartiere, ma anche la notte” spiega ancora Arnaudo.

La parrocchia di largo Saluzzo

Eppure, come anticipato, i dati dell’Arpa segnalano un miglioramento. Che per alcuni è collegato alla nascita di nuovi centri della movida notturna, come la zona di corso Regio Parco, dove nell’ultimo anno sono spuntati diversi ristoranti e locali. La soluzione, però, sembra difficile da trovare. “Noi proviamo ad aprirci ai giovani – sostiene don Mauro Mergola, della parrocchia che si affaccia su Largo Saluzzo, e che di questa trasformazione ha vissuto ogni fase -. C’è un problema di conflitto di interessi tra venditori e giovani, c’è anche una questione giuridica: ma è molto importante, prima di tutto, mettere al centro i giovani. Noi il sabato sera apriamo le porte”.

CAMILLA CUPELLI

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