Dalla strada ai sold out: doppio live all’Hiroshima con gli Eugenio in Via Di Gioia

Potrebbe capitare di incontrarli in un normale martedì di inverno, intorno all’una di notte, sotto i portici di piazza Castello, con chitarra in mano mentre creano nuovi pezzi. O di rispondere a un loro sondaggio online e ritrovarsi, in un attimo, ad aver scelto la canzone con la quale apriranno le due date sold-out all’Hiroshima Mon Amour, il 2 e il 9 febbraio.

Difficile prevedere quali sorprese riservino gli Eugenio in Via Di Gioia, giovane band torinese in tour per il loro secondo album “Tutti su per terra”. Eugenio Cesaro alla voce, Emanuele Via alle tastiere e il batterista Paolo Di Gioia – i fondatori che hanno dato il nome al gruppo – più il bassista Lorenzo Federici, new entry ormai d’annata. Tutti ventenni che, con la loro sfrenata voglia di divertirsi, si stanno facendo strada nel panorama musicale puntando a un cantautorato ricercato nei temi e nu-folk nelle musiche, dalle sfumature teatrali. Alla soglia di un milione di click su Spotify per “Chiodo fisso” già hanno la testa a futuri album. Prima, però, le date torinesi. “Non diciamo niente, sarà una grande sorpresa”, sorride Eugenio.

Con il primo sold-out all’Hiroshima, avete opzionato una seconda data. “Concerti al buio”, che hanno scelto i fan. Potete spiegarci meglio?

“Avevamo poco tempo e volevamo tirare fuori una trovata nuova e simpatica. A questo punto ci siamo detti: visto che non ci sono idee per il concerto, facciamo che lo costruiscano le persone. Tramite sondaggi online abbiamo posto delle domande: dall’orario di inizio, a quale canzone avremmo dovuto suonare per aprire la serata. Abbiamo persino chiesto se volevano creare una seconda data dopo il sold out del 2 febbraio, o annullarla per un grande concerto estivo. Per fortuna ci siamo ritrovati nella stessa direzione”.

E di nuovo un esaurito. Cosa prova un gruppo di buskers a passare dalla strada ai palchi gremiti?

“È un po’ come con la prova costume, non te ne accorgi. A dicembre sei magro ma arrivi a giugno e ti rendi conto che, piano piano, sei ingrassato senza vederlo. Per noi è successo così con i locali, passando gradualmente a quelli più grossi. E ci sembra di essere sempre noi, con lo stesso spettacolo, la stessa gente”.


Come si riflette il cambiamento nei nuovi lavori?

“Poco, la nostra tecnica di scrittura dei testi è sempre la stessa. Andiamo in strada e ci facciamo ispirare dalle persone. Spesso vado io da solo, in orari e giorni in cui c’è poca gente, tipo di martedì alle 23. A volte, invece, si va tutti insieme nel pomeriggio per divertirsi”.

Quindi un martedì notte vi si può incontrare in strada a Torino. C’è un posto preferito?

“Sì, in piazza Castello sotto i portici dove c’è l’ingresso della galleria Subalpina. Lì non abita nessuno. Con la notte e il silenzio, la galleria amplifica la chitarra e la voce e chi arriva da via Po e da via Roma, è costretto ad ascoltarci. Magari suono a ripetizione la stessa strofa per mezz’ora finché non ricevo feedback dagli altri o da me stesso. Diciamo che è un’improvvisazione ripetuta all’infinito. Così nascono le nostre canzoni”.

Non rischiate che l’approccio delle persone sia meno genuino e che le loro emozioni siano più costruite ora che, soprattutto a Torino, siete una band in voga?

“Lo capisco quando qualcuno mi conosce. Ed è come se spegnessi la vena creativa e iniziassi a cercare di stupirlo. La vera curiosità, invece, la riconosci subito e ti segna. E poi ci sono le emozioni, le storie. Tra le più toccanti, ricordo un adolescente che ci raccontò come una nostra canzone lo aveva salvato dal suicidio. Non so quanto fosse reale ma è di tutto questo che ci riempiamo per creare”.

Le vostre musiche sono teatrali, i testi ricercati e le citazioni d’autore. È difficile immaginare un ascoltatore tipo. È così?

“Ci troviamo spesso a fare i conti con questo nodo, anche quando siamo finiti sulla playlist Indie Italia di Spotify, un contenitore immenso nel quale non ci sentiamo completamente di far parte. Il nostro pubblico è più variegato, dai bambini che seguono le melodie, agli adolescenti che apprezzano i testi, fino agli adulti. Diciamo che vorremmo essere come la Disney, che arriva a tutti ma con diversi livelli”.

Poi c’è il territorio. Nei vostri video i richiami a Torino sono continui. Quanto è importante la città nella vostra identità?

“Indispensabile. Sia perché abbiamo budget risicati, sia perché è la cornice della nostra crescita. Lo dobbiamo ai tanti locali che ci sono in città, ai concorsi, ai festival, alla sinergia tra artisti, musicisti e cantautori. Torino non è grande come Roma, non ha i contatti di Milano ma per la scena live è come Bologna. Tra tutti, cito il _ResetFestival, che permette a band emergenti di esibirsi e di seguire workshop per scoprire il mondo musicale”.

Cantate “Io non ho grilli per la testa. E sto tanto bene senza!”. Ora li avete?

“In realtà ne abbiamo sempre. Non sappiamo cosa ci riserva il futuro ma siamo eterogenei e ci piace sperimentare. Realizzare cose nuove, sempre più complete e complesse. Ci piacerebbe fare i registi o magari cimentarci con il teatro, quello è il mio sogno”.

CRISTINA PALAZZO

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