I 40 anni di Gianluigi Buffon, tra follia e mito

Il 28 gennaio non è un giorno come un altro per il calcio italiano. È nato, infatti, Gianluigi Buffon, considerato da alcuni addetti ai lavori come il più forte portiere di sempre. Sicuramente, tra i migliori della storia. Quello di quest’anno, poi, è uno degli anniversari da ricordare: per Buffon sono 40 anni, di cui 23 passati a difendere le porte di Parma, Juventus e Italia.

Ha sempre aggredito il tempo, Gigi Buffon. Come se lo avesse avuto di fronte. Come la porta avversaria, per l’attaccante. E dire che i primi calci alla palla li aveva dati così, tentando di fare gol. Ma a 12 anni, il padre, vedendolo svogliato, gli propose di andare in porta. Cambiandogli la carriera e la vita, perché Gigi accettò. Da allora cambiò il modo di vedere il calcio: i gol doveva evitarli, non più segnarli; niente più colpi da “dieci”, perché il portiere doveva essere solido, continuo e affidabile. Un po’ come Dino Zoff. Eppure Gigi ha dato un’interpretazione diversa del ruolo, trascinando in porta un pizzico di follia. D’altra parte il suo idolo era Thomas N’Kono, portiere del Camerun a Italia ’90 che parava con una mano sola e portava i pantaloni lunghi anche con 40 gradi. Non esattamente il modello impostato che la scuola italiana dei portieri aveva sempre proposto.

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Il tempo, si diceva. Buffon lo ha affrontato a viso aperto, sin da giovane. Sin da quando ha mosso i primi passi in Serie A a 17 anni. Era il 1995, un Parma-Milan in cui impressionò Fabio Capello, allora allenatore del Diavolo che poi ebbe modo di allenare Buffon alla Juventus.

In sette anni da portiere aveva già raggiunto ciò che migliaia di colleghi avevano sognato per una vita: l’esordio in Serie A, quello con la Nazionale (in Russia, in maniche corte sotto la neve, a proposito di follia) e l’essere oggetto di desiderio delle più grandi squadre del mondo. Effettivamente, a Buffon sono sempre piaciuti i record. La leadership dell’uomo al comando gli ricorda il ruolo di portiere. Il senso della storia, poi, ha accompagnato la sua carriera: “Se vinciamo lo spareggio contro la Svezia, sarò nella leggenda”, aveva detto ai microfoni di RaiSport prima della partita che è costata all’Italia il Mondiale di Russia. E poi la ventennale rincorsa alla Champions League, morbosa al punto da fargli promettere alla società juventina che, in caso di vittoria in questa edizione, rimanderà il ritiro di un anno. Per difendere la coppa dalle grandi orecchie, e per giocare il Mondiale per club.

Al numero 1 della Juventus è sfuggito il sesto appuntamento iridato con l’Italia, e chissà se accadrà lo stesso con la Champions. In compenso, può fregiarsi di altri record, tra i quali:

  • Maggior numero di presenze in Nazionale (175)
  • Maggior numero di presenze in Nazionale da capitano (79, insieme a Fabio Cannavaro)
  • Maggior numero di partecipazioni a un Mondiale (cinque, insieme a Lothar Matthaus e Antonio Carbajal)
  • Portiere con la più lunga striscia di imbattibilità nella storia della Serie A (974 minuti)
  • Maggior numero di campionati di Serie A vinti (otto, insieme a Giovanni Ferrari, Giuseppe Furino e Virginio Rosetta)

Ci sono cinque mesi per migliorarli. O forse di più. Se lo augurano gli juventini, perché la Champions manca da 22 anni. Se lo augurano i calciofili di ogni fede, perché un portiere così forse non tornerà più.

VALERIO BARRETTA

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