Pena di morte: in America la discriminazione razziale uccide ancora, ma meno di prima

Abbiamo analizzato i database sulle esecuzioni capitali in Usa per scoprire se c'è discriminazione razziale nel fenomeno della pena di morte
Abbiamo analizzato i database sulle esecuzioni capitali in Usa per scoprire se c'è discriminazione razziale nel fenomeno della pena di morte

Utah State Prison a Draper, una trentina di chilometri a sud-ovest di Salt Lake City: è un lunedì, quel 17 gennaio del 1977 passato alla storia per essere il giorno della prima esecuzione di condanna a morte negli Stati Uniti, quella di Gary Gilmore, 36 anni, colpevole di assassinio. Uomo bianco che uccise uomo bianco: il caso è catalogato in questo modo. Futura News ha analizzato il database del Death Penalty Information Center per ricostruire il fenomeno della pena di morte. Ecco i numeri.

Dal 1977 al 31 dicembre 2017, in Usa, sono state condannate 1465 persone, di cui 16 donne. Il 1999 è stato l’anno con più esecuzioni, 98, e negli ultimi dieci anni il trend è in costante diminuzione, con gli ultimi due anni che hanno registrato il numero più basso di condanne dal 1991.

In Texas si muore più che altrove. Dalle Hawaii all’Alaska, passando per Maine, Dakota del Nord e New Jersey, sono invece 19 gli Stati che hanno abolito la pena di morte, oltre alla giurisdizione di Washington D.C.

I bianchi rappresentano oltre il 50% dei condannati (816), un terzo in più dei neri (503). Il metodo di esecuzione più ricorrente è l’iniezione letale. Sperimentato per la prima volta in Texas il 7 dicembre del 1977 per uccidere Charlie Brooks, è considerato il metodo meno cruento perché ridurrebbe al minimo il tempo di sofferenza del condannato.

La morte è uguale per tutti? I dati incrociati per etnia

I dati messi a disposizione classificano i colpevoli, poi giustiziati, e le loro vittime sulla base del genere e della etnia: dall’incrocio di queste ricorrenze è possibile ricavare il numero di condanne per etnia della vittima. Tra i latini condannati a morte, ad esempio, la maggior parte è risultato colpevole dell’omicidio di altre persone latine. Ma il dato più interessante è che soltanto 34 persone bianche sono state condannate a morte per l’omicidio dei 68 neri morti per mano loro. La maggior parte delle vittime dei bianchi, infatti, sono altri bianchi.

Per capire se negli Stati Uniti vi sia una discriminazione razziale nei confronti delle minoranze, in particolare dei neri, Futura News ha intervistato Valerio Fioravanti, membro dell’Ong Nessuno Tocchi Caino che si occupa di combattere la pena di morte. «L’aspetto razziale è molto controverso – spiega Fioravanti – e per comprenderlo va messo a confronto con la percentuale della popolazione generale statunitense. In carcere ci sono più bianchi che neri, ma è un calcolo poco significativo perché oramai, numeri alla mano, i neri rappresentano la terza etnia dietro anche ai latini. In proporzione i neri, in particolare i giovani, rinchiusi in carcere sono una percentuale abnorme». Tra 1970 e 2010, la popolazione statunitense bianca è oscillata tra l’87,7% del totale e il 72,4% (dato più recente, 2010), cinque volte tanto quella nera che non ha mai superato la quota del 13%. Quella latina è la seconda etnia più rappresentata, con una percentuale del 16,7%.

Interrogato espressamente sulla pena di morte, Fioravanti ammette che una discriminazione è esistita, in particolare negli scorsi decenni, ma che oggi il dato si sta parzialmente riequilibrando: «Storicamente il nero che uccide un bianco ha più probabilità di essere condannato a morte del caso contrario. Questo avviene per diverse ragioni, tra cui sicuramente c’è l’aspetto delle giurie popolari che sono composte in maggior parte da bianchi, perché tarate sulla popolazione complessiva. Ma la forbice si è ridotta, la discriminazione cioè è vera ma residuale». Lo confermano i dati, con 90 neri e 150 bianchi finiti nel braccio della morte dal 2010 al 2017: il numero di bianchi è cioè più alto di quello dei neri, anche se in misura minore rispetto alla percentuale di cittadini.

Ogni anno, negli Stati Uniti, vengono commessi circa 15mila omicidi. Di questi casi, soltanto una minima percentuale, lo 0,1%, porta all’esecuzione del colpevole. «Sono i casi più efferati, dove magari la vittima viene torturata o quando ci sono anche violenze nei confronti di bambini – prosegue Fioravanti -. La situazione sta migliorando rapidamente: ciò avviene perché negli ultimi 10-15 anni molti Stati hanno introdotto l’ergastolo senza condizionale». Una soluzione che costa molto meno, perché per garantire le garanzie all’indagato i i processi a un condannato a morte sono molti di più: «Diversi studi hanno dimostrato che per il singolo cittadino una esecuzione costa tre volte più di un ergastolo. Per questa ragione anche l’opinione pubblica americana sta sposando l’opzione carcere a vita piuttosto che pena di morte – conclude Fioravanti -. Soltanto in alcuni Stati del profondo sud degli Stati Uniti la discriminazione è ancora pesante».

Il sito murderdata.org raccoglie tutti i casi di omicidio avvenuti negli Stati Uniti dal 1976 al 2017. Il database è navigabile attraverso il menu laterale.

NOTA: La pena di morte, negli Stati Uniti, è in realtà abitudine molto più antica del 1977. A quella data, infatti, risale la prima esecuzione capitale legale, dopo la sentenza della Corte Suprema che l’anno precedente definì costituzionale la condanna a morte. Negli anni ’60, infatti, la pratica era stata accantonata per due cause intentate da altrettanti detenuti nel braccio della morte, Jackson e Witherspoon, che avevano spinto il massimo tribunale statunitense alla moratoria della pena di morte. Una pratica che nel Nuovo Continente era già consolidata, e da lì esportata oltreoceano dai coloni britannici. Nei territori di quelli che sarebbero diventati gli Stati Uniti d’America il primo caso documentato risale al 1608 con l’uccisione del capitano George Kendall a Jamestown, in Virginia, accusato di essere una spia per la Spagna. Ma quella di 41 anni fa in Utah è la più lontana nel tempo tra quelle conteggiate nel database del Death Penalty Information Center, l’organizzazione statunitense no-profit che si occupa di raccogliere informazioni su questo tema.

MARCO GRITTI

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