Torino ‘77: gli anni di piombo nella città-fabbrica

Quarant’anni fa, il 29 novembre del 1977, Torino si trovava davanti all’ennesima ferita: nel pieno della stagione del terrorismo, a tredici giorni dall’agguato, moriva Carlo Casalegno. Si può partire da un fatto di cronaca per allargare il campo e descrivere quale città faceva da contorno a quel tempo, a quegli eventi, a quei protagonisti.

“E poi il ritorno, in un paese diviso, più nero nel viso, più rosso d’amor”. Era il 1977 e Rino Gaetano cantava un’Italia splendida, difficile, violenta. Sono anni di vittime solitarie, stragi collettive, morti illustri.

Giornalisti, carabinieri, poliziotti, avvocati, guardie giurate, studenti, imprenditori, politici. Persone, non vittime.

La mappa permette di localizzare gli atti terroristici a Torino e dintorni durante gli anni di piombo

Calava il sole e la città era morta. Nel ’77, Torino aveva già vissuto la grande immigrazione dal Sud. Gli operai arrivavano alla stazione di Porta Nuova per cercare un lavoro alla Fiat, l’industria della famiglia Agnelli diventata grande negli anni del boom economico. “La Feroce”, così veniva chiamata la fabbrica nel quartiere operaio di Mirafiori Sud, dove le giornate erano scandite dal rumore degli impianti. Gli stabilimenti aprivano con le prime luci dell’alba e chiudevano col buio. Davanti ai cancelli gli operai incontravano una nuova generazione di studenti. Con loro parlavano di lotte e rivendicazioni, scioperi e sfruttamento. All’interno delle fabbriche iniziavano a circolare i volantini di un nuovo gruppo rivoluzionario: una stella a cinque punte inserita in un cerchio, la firma delle Brigate Rosse.
Vallette, Mirafiori Sud e Falchera erano i nuovi quartieri operai. Palazzoni costruiti dal nulla, senza strade, illuminazione e fognature. È qui che dormivano le tute blu, in stanze sovraffollate, in letti condivisi o affittati a ore. Chi si svegliava per andare a lavorare lasciava il posto a chi aveva finito il turno in fabbrica. Torino era l’emblema della lotta di classe. Da una parte la grande imprenditoria piemontese, i salotti della borghesia nei palazzi d’epoca della Crocetta e del centro. Dall’altra gli operai immigrati, stipati ai margini della città e della società.
Torino era in ebollizione. I gruppi della sinistra extraparlamentare, fuoriusciti da Lotta Continua, invocavano la lotta armata e cercavano nelle fratture sociali la miccia per innescare la rivoluzione. Le Brigate Rosse attraverso un’organizzazione verticistica e clandestina, Prima Linea senza mai nascondersi cercando appoggio nella comunità. Qui gli strateghi del terrorismo cercavano il consenso dei lavoratori disadattati e di chi non militava ma condivideva l’ideologia della lotta proletaria. I bersagli non erano le persone ma quello che rappresentavano. Non contavano i trascorsi ma i ruoli nella società. Giornalisti, giudici, guardie carcerarie, sindacalisti, esponenti del Pci, tutti colpevoli di accettare la realtà di uno stato borghese e corrotto. Anche chi voleva cambiare le cose agendo però all’interno del circuito democratico, come i progressisti, era nel mirino.

È in questo contesto che Torino è amministrata dalla sua prima giunta rossa. Nel 1975 è eletto sindaco Diego Novelli, esponente del Partito comunista italiano, cresciuto in una famiglia che pagò con la povertà la scelta di non piegarsi al regime fascista. A quarant’anni di distanza abita ancora al quarto piano di un palazzo di Borgo San Paolo. Qui conserva tutti i ricordi di quegli anni e non dimentica la cappa di terrore che era calata sulla città. Le strade vuote, il silenzio surreale, la paura del piombo. “Ho dovuto inventare di tutto per far uscire la gente di casa- racconta commosso l’ex sindaco – Torino è stata la prima città a pensare a un progetto estivo per i ragazzi che rimanevano in città durante le vacanze”.
Nacquero “Estate Ragazzi” e i “Punti Verdi”, luoghi ricreativi nei quali incontrarsi e fare comunità. Grazie al lavoro dell’assessore all’istruzione, Giovanni Dolino, a scuola si passò dai tripli turni al tempo pieno. Per supplire alla mancanza di strutture, musei, mattatoi e ospedali si trasformarono occasionalmente in aule. Novelli in prima persona diede il suo contributo elaborando una guida. Convocò in Municipio 93 associazioni, chiedendo loro di organizzare iniziative lontane da ogni schieramento ideologico per occupare il tempo dei cittadini di ogni età.
La città riuscì a superare il tentativo di sovvertire l’ordinamento democratico. Il sindaco lottò affinché il primo processo contro le Brigate Rosse si svolgesse a Torino, nonostante i rinvii, la mancanza di strutture e le lungaggini burocratiche.
Novelli non si arrese neanche quando, perquisendo il covo di Prima Linea di via Bernardino Telesio, trovarono appunti sui suoi spostamenti. La prova che lui, la moglie e il figlio erano obiettivo dei terroristi. Fu nel momento più difficile, quando al sindaco assegnarono la scorta, che alla signora Novelli arrivarono un mazzo di rose gialle e un biglietto: “Stia vicino a Diego”. Firmato Francesco Cossiga.

“Torino è una città compattamente industriale, dominata dalle grandi fabbriche. Tra questa la più grande era Mirafiori, che era l’epicentro del conflitto sociale”. È questa la definizione della fabbrica torinese per eccellenza che dà Giuseppe Berta, storico economico. Ma Mirafiori non è una fabbrica qualsiasi. “Era un complesso industriale che aveva dimensioni abnormi: circa cinquantamila persone in uno spazio produttivo di qualche milione di metri quadrati – continua Berta – Mirafiori negli anni ’70 era definita la fabbrica del conflitto”. Non si parla solo delle grandi lotte: il problema era la situazione di microconflittualità, sempre molto forte.
Non ci si può però limitare a una semplice equazione sindacati-terroristi. “La percentuale degli operai sindacalizzati non è mai stata particolarmente alta alla Fiat – spiega lo storico – allora i tre grandi sindacati metalmeccanici, Fim, Fiom e Uil, erano raggruppati ancora sotto una sigla comune, la Flm, che aveva una sua struttura unitaria. Nondimeno, gli iscritti al sindacato erano poco più del 30%”.

Il supporto garantito al sindacato variava di battaglia in battaglia: “la prevalenza degli operai era una massa grigia che si orientava in senso opportunistico” dice Berta. La maggior parte della forza lavoro seguiva la mobilitazione se vedeva che le mobilitazioni pagavano, davano cioè risultati in termini di salario, condizioni e carico di lavoro. “Era un rapporto di non piena adesione – conclude Berta – e questo si vedrà a partire dal 1979 e soprattutto con la sconfitta del 1980, la sconfitta del sindacato inteso in quella maniera”.

No, è un terrorismo rosso. Così titolava, su Nuova Società, un articolo a firma di Piero Fassino, tra i primi all’interno della sinistra a capire che l’offensiva terroristica non fosse da collegare allo stragismo nero, quello di Piazza Fontana, di Piazza della Loggia, dell’Italicus. “C’era una naturale reazione a pensare che il terrorismo nero avesse deciso, per mascherare meglio le proprie attività, di ammantarsi di rosso”. Fu ben presto chiaro che questa prima lettura si rivelò sbagliata. “I primi terroristi scoperti avevano in realtà una storia che proveniva dalla sinistra extraparlamentare e il loro linguaggio non aveva nulla a che vedere col nero”.

Una volta constatato che il terrorismo fosse rosso, si creò un’area d’ambiguità nel condannarlo: “Contrastammo due formule, quella giustificazionista dei ‘compagni che sbagliano’ e quella neutrale del ‘Né con lo Stato né con le Br’”. Responsabile per il Pci dei rapporti con il mondo del lavoro torinese, Fassino dovette fare i conti con un’organizzazione capace di conquistare piccoli nuclei di operai. “Ogni attentato, nelle indagini successive, riconduceva a un operaio di Mirafiori o di Rivalta o della Lancia di Chivasso”. Epicentro del terrorismo rosso, Torino fece anche da apripista nel mettere in campo una mobilitazione. “Non fu semplice. Ricordo quando fallì lo sciopero che avevamo indetto alla Fiat proprio sull’onda della morte di Casalegno come risposta democratica all’assassinio di Casalegno”.
Gli attentati determinarono un clima d’angoscia ma anche la consapevolezza nella società torinese della necessità di reagire. “Facemmo un manifesto che affiggemmo in tutta la città il cui titolo era Torino non ha paura”. Paura che lo stesso Fassino ha vissuto sulla propria pelle. “Sul muro dell’Avogadro comparve una scritta a caratteri cubitali Fassino ti spareremo in bocca. In un covo delle Br furono trovate le fotografie con delle schede sui miei spostamenti. Sono stati anni veramente terribili”.
La Torino del ’77 è una città in cui un giovane non schierato è un eretico. La politica era discussione e azione, sia a destra che a sinistra. La voglia di rivoluzione sociale contro uno Stato distante, paternalista e corrotto anima tutti gli strati di una società ferita e vendicativa. La rivolta armata è declinata a seconda del colore politico e dalle ossessioni del momento.

La destra torinese era minoranza nella città operaia per eccellenza, una scelta controcorrente. “La gente era assuefatta alla violenza” racconta Augusto Grandi, che gli anni della Torino insanguinata li ha vissuti da quella parte. Oltre che teatro di lotta, Torino era anche un trampolino per scappare all’estero con le mani sporche di sangue. L’attentato a Casalegno è solo un tassello di una strategia della tensione, che dopo aver toccato il giornalismo non risparmierà i vertici politici. Negli anni in cui schierarsi era imprescindibile, la fermezza azionista e legalitaria di Carlo Casalegno non lascia indifferenti i brigatisti che decidono e compiono l’esecuzione.

L’abitudine alla violenza si spezza con il sequestro Moro, secondo Grandi. “Piazza San Carlo era piena il 9 maggio 1978, in quel momento il sindacato ha cambiato la percezione del terrorismo”.

16 novembre 1977, ore 13, redazione della Stampa. Come tutti i giorni, il direttore Arrigo Levi chiede al suo vice se vuole un passaggio a casa. Carlo Casalegno quel giorno rifiuta. Deve andare dal dentista e, ancora prima, deve chiudere la terza pagina con il caposervizio Alberto Sinigaglia. “Ci mettemmo sui due lati della scrivania, decidemmo i tre pezzi da pubblicare e li portammo in tipografia”.

L’attuale presidente dell’Ordine dei giornalisti del Piemonte è uno degli ultimi ad aver visto Casalegno prima dell’agguato delle Brigate rosse in via Re Umberto 54. “Prendemmo un caffè alla macchinetta, ci scambiammo qualche confidenza, mi disse che alle tre del pomeriggio doveva andare alla Rai per un’intervista ad Arafat. Lo accompagnai agli ascensori, erano le 13:30: quella fu l’ultima volta che ci siamo visti e parlati”.

Sinigaglia non riesce a trattenere la commozione nel racconto di quel giorno: “Avevamo un rapporto come padre e figlio, dopo tanti anni ancora non riesco a non soffrire”. Lacrime versate per la figura di Casalegno, ma anche per un certo tipo di giornalismo che non c’è più. “Chi lavora nei giornali di oggi ha l’illusione della velocità non si rende conto di quanta velocità occorresse con i giornali che andavano ancora a piombo. E poi i grandi quotidiani come Stampa, Corriere, i neo-nati Repubblica e Giorno si contendevano i lettori con le grandi firme di qualità. Tutto un giornalismo a cui dovremmo tornare”.

a cura di LUCREZIA CLEMENTE, LISA DI GIUSEPPE, GIORGIA GARIBOLDI, EMANUELE GRANELLI, MARTINA MEOLI E ROMOLO TOSIANI