Marta Fana alla sua opera prima: “Contro lo sfruttamento, bisogna unirsi e lottare”

Marta Fana, foto dalla sua pagina Facebook

“Bisogna restare in Italia, organizzarsi e lottare. Così i giovani possono sopravvivere alle difficoltà e alle ingiustizie del mondo del lavoro italiano”. A dirlo è Marta Fana, ricercatrice in economia presso l’Istituto di studi politici di Sciences Po a Parigi che stasera presenta il suo libro “Non è lavoro, è sfruttamento!” al World Press Photo Torino con Maurizio Landini, ex segretario Fiom-Cigl.

Il suo è un lavoro di analisi ma soprattutto di racconto della condizione lavorativa nel Belpaese oggi. Qual è il mondo che emerge?

Pieno di derive autoritarie, di barbarie e di ricatti. Ho iniziato ad approfondire la questione per la curiosità e l’interesse che derivano dal mio percorso di studi. Cercavo dei dati ma poi mi sono resa conto che le teorie mainstream non trovavano corrispondenza con lo sguardo reale del Paese. Le contraddizioni tra i modelli e le politiche economiche attuali sono palesi. Basta un confronto con i disoccupati, o anche con gli stessi lavoratori. Ho cercato di incontrarli in ogni città in cui ho presentato i dati che raccoglievo e la fotografia che emergeva era preoccupante. Dai contrattisti a tempo determinato, ai dipendenti più strutturati, non mancano le situazioni di ricatto più o meno autoritarie o accettate. Soprattutto dall’approvazione del Jobs Act con le sue tutele crescenti, insomma da quando licenziare è più semplice.

Quale è la situazione più assurda che ha incontrato?

Una giovane cassiera con un contratto a chiamata. Era costretta a stare in piedi dietro alla cassa per 6 ore, con un’ora di pausa pranzo e senza avere neanche il diritto a bere. E poi, alla fine del turno, doveva anche pulire negozio.

Si tende spesso a parlare di un mondo del lavoro facendo riferimento a una contrapposizione generazionale. Ha notato anche una differenza territoriale o di genere?

È difficile fare una classifica di chi è più o meno sfruttato. Di certo, tra nord e sud c’è un divario storico. Al sud la ricattabilità va verso lo zero: rimani a casa indiscriminatamente, al nord invece c’è qualche forma minima di contrattazione. Anche tra uomini e donne c’è una differenza ma bisogna considerare lo stesso frame di classe. È questa la discriminante: la classe, non la generazione.

È possibile un’inversione di rotta o siamo arrivati a un punto di non ritorno?

Gli effetti che viviamo sono il risultato di diverse scelte di governo. Scegliendo cose diverse si avranno effetti diversi, invertendo rapporti di forza e promuovendo tutele maggiori.

Praticamente da cosa si dovrebbe partire?

Abolire le varie riforme del lavoro e tornare indietro. O eliminare lo strapotere, le forme di lavoro gratuito, gli straordinari non pagati, i ricatti salariali, i premi per lavoratori come tendenza al welfare aziendale. Lo stato sociale oggi diventa un abbaglio, non una garanzia.

In quest’ottica, che riflessi hanno soluzioni come i voucher o i contratti a progetto?

Portano all’impoverimento dei lavoratori, li rendono più ricattabili. E se non hanno nulla, svalutano il loro lavoro in termini democratici.

Quindi andarsene dall’Italia è l’unica opzione possibile?

No, bisogna lottare.

Da soli?

Dire di “no” da soli è quasi impossibile. C’è la necessità di un’organizzazione. Il lavoro deve esssere vissuto così, come una questione collettiva. Bisogna fare fronte comune, unirsi e scioperare se qualcosa non va. Chiedere solidarietà ai pensionati e, magari, utilizzarli come sostegno.

CRISTINA PALAZZO

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