Pazienti ciechi, una nuova scoperta arriva da Unito

I pazienti ciechi rispondono a stimoli non visibili grazie al cervello che si riorganizza: lo chiarisce lo studio firmato dall’Università di Torino, in collaborazione con le Università di Oxford, Tilburg, Maastricht e Verona, pubblicato sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America.

Se le ricerche precedenti avevano suggerito che le aree nell’emisfero intatto del cervello possono compensare i danni dell’altro ma non avevano chiarito come, il team di ricerca – coordinato dal professore Marco Tamietto e dalla dott.ssa Alessia Celeghin, del dipartimento di Psicologia Unito – ha trovato il perchè. Il gruppo si è concentrato sui cambiamenti che consentono tale compensazione in alcuni pazienti, una condizione conosciuta come blindsight o visione cieca.

Combinando tecniche comportamentali e di neuroimmagine, il gruppo ha studiato le risposte del paziente G.Y. (con una lesione alla corteccia visiva dall’età di 8 anni)  a stimoli presentati nel lato cieco del cervello. Dallo studio è emerso che a rendere possibile le risposte è la riorganizzazione del cervello che aumenta l’attività compensatoria nell’emisfero intatto e la comunicazione tra i due emisferi.

Marco Tamietto

“Lo studio ci permette di avere una porta d’accesso privilegiata sui meccanismi cerebrali che regolano la coscienza e consentono di rispondere a una serie di eventi in modo inconsapevole”, spiega il professore Marco Tamietto. La ricerca rappresenta anche un primo passo verso una potenziale applicazione del meccanismo nelle cure riabilitative: “Si pensi alle paralisi motorie, spesso si riesce a recuperare parzialmente l’utilizzo di un arto grazie alla riorganizzazione spontanea del cervello, ma nel sistema visivo tale meccanismo non era mai stato indagato in modo diretto”.

E sul ruolo dell’Università nella ricerca Tamietto conclude: “A Torino c’è una situazione a macchia di leopardo. Non ci sono fondazioni di ricerca, o comunque sono poche quelle al di fuori del contributo pubblico. L’università, quindi, ha un ruolo principale: è grande e non mancano le situazioni di eccellenza che però si mischiano a quelle ordinarie. La sfida, però, è mettere in atto politiche di valorizzazione di queste eccellenze”.

CRISTINA PALAZZO