Al via il secondo anno del Master in Giornalismo: si riparte dalle parole

Inaugurazione secondo anno Master in Giornalismo di Torino, presso Auditorium de La Stampa. Da sinistra M. Russo, M. Molinari, A. Masera, F. Roncarolo, C. Marazzini

Il Master in Giornalismo dell’Università di Torino riparte a suon di italiano: la rivoluzione dei professionisti passa anche per la lingua. È questo uno dei temi centrali affrontati nella lectio tenuta da Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca, per l’inaugurazione del secondo anno accademico presso l’Auditorium de La Stampa.

“Chi vi dice qualcosa del futuro racconta delle storie: possiamo riflettere solo partendo dal passato” ha detto lo studioso. Il giornalismo ha sempre avuto l’ambizione di piacere ai lettori, di vendere ma anche e soprattutto di essere di pubblica utilità. Lo spirito del servizio pubblico deve tornare al centro del dibattito. “Un giornale non parla mai solo alla pancia, ma puntare anche alla razionalità” prosegue Marazzinie se la parola oggi è in crisi non dobbiamo dimenticare di aver avuto un passato illustre”.

Se l’idioma della repubblica delle lettere si è trasformato nella lingua di unità nazionale, si devono ringraziare anche i giornalisti, ai quali si perdona qualche inglesismo di troppo e uno stile a volte molto colloquiale. E se negli articoli fanno capolino alcuni “ma” e “che” a inizio frase, si concede volentieri una licenza.

Non esiste solo la carta stampata. Massimo Russo, direttore della divisione digitale Gedi Spa presente all’inaugurazione, approfondisce il complesso discorso sul linguaggio video, perché il giornalismo cambia volto anche attraverso la potenza delle immagini. “Stiamo andando verso le dirette permanenti” afferma Russo. “Il 73% dei contenuti circolati in rete solo quest’anno era video, ovvero 8 contenuti su 10”. La necessità di rendere ogni vita personale una diretta Facebook ha reso in alcuni casi il mezzo inadatto alle sue potenzialità. “Quello che vediamo è reale ma non è detto che sia vero, perché noi non contestualizziamo, non vediamo un prima o un dopo, veniamo immersi crudamente nella realtà” ha proseguito il direttore. Il compito del giornalista deve essere quello di reintermediare con il pubblico, acquistando nuovamente la sua fiducia e ricostruendo un contesto coerente e comprensibile.

I punti di vista si alternano e Maurizio Molinari, direttore La Stampa, ravvisa nei nostri anni una stagione di grandi trasformazioni, economiche, politiche e sociali che impongono nuovi termini, una nuova metodologia. “Rispetto ogni singola parola perché ha un’identità” ha spiegato il direttore che usa un esempio personale per chiarire il concetto. “Un mio zio scomparso, Luigi Saggi, nato a Fiume, da buon slavo parlava 12 lingue. Quando si trovava attorno ad una tavola, conosceva le lingue di tutti i commensali ma sceglieva di parlare una sola lingua: quella che condivideva con altri”. Il segreto sta nell’utilizzo di un linguaggio che gli altri conoscono, perché le parole devono essere un punto di incontro.

Dello stesso avviso anche Sergio Scamuzzi, vice rettore per la comunicazione interna ed esterna dell’università di Torino. “Il nostro Ateneo” afferma “è assolutamente favorevole al Master in Giornalismo. Deve esserci una battaglia comune contro i populismi, i movimenti anti scientifici. Una lingua inutilmente difficile diventa gergo elitario. Una lingua volutamente impoverita impedisce ai più di esprimersi”. È tempo di rilanciare una sfida innovativa sulla lingue, anche e soprattutto con i nuovi mezzi e le nuove forze messe in campo. Per questo Franca Roncarolo, direttrice scientifica del Master, parla di doppio traguardo: “formare giornalisti di qualità e professionisti capaci di fare domande e capire i problemi”. In una professione ormai ibridata, comprendere che il giornalismo ha subito delle variazioni sostanziali, per le quali c’è necessità di capacità specialistiche, è fondamentale.

Alberto Sinigaglia, presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte, sottolinea l’importanza di capire a fondo i significati di ogni singola parola. “Voglio ricordare tre nomi su tutti: Frassati, Casalegno e Levi, tre persone che amavano profondamente la parola, le parole”. E Anna Masera, direttrice laboratori e testate del Master e public editor (garante dei lettori) de La Stampa, non si stanca di ripeterlo: “Dobbiamo pensare al nostro lavoro di giornalisti come un servizio al pubblico, non solo un prodotto”.

L’Accademia della Crusca, di manica larga, promuove i giornali. Ma ognuno di noi giornalisti sa che possiamo e dobbiamo migliorare.

MARTINA MEOLI

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